Nato il 18 marzo 1935 ad Alessano (Lecce) e morto il 20 aprile 1993 a Molfetta.

E’ nato in un piccolo paese, ambiente semplice, modesto, di tradizione contadina.

Antonio Bello è stato ordinato sacerdote l’8 dicembre 1957, appena ventiduenne e l’anno seguente è diventato vicerettore e poi rettore del seminario diocesano di Ugento, che egli stesso aveva frequentato. Nel complesso periodo post-conciliare organizzò conferenze, incontri liturgici con Ernesto Balducci, Davide Maria Turoldo, don Riboldi, stabilendo con loro forti legami di amicizia.

Alla fine degli anni Sessanta venne nominato parroco di Tricase e nell’estate del 1982, vescovo di Molfetta.

La sua pastorale si caratterizzò subito per l’attenzione nei confronti degli ultimi, degli emarginati, di coloro che rimangono dietro o al di fuori, a volte, della stessa Comunità.

A prescindere dal ruolo, per tutti rimase sempre “don Tonino”, un uomo attento, disponibile, capace di ascoltare.

Ripeteva spesso: “Coraggio, non temere”.

Nel 1985 diventò presidente di Pax Christi, il movimento cattolico internazionale per la pace, che guidò per otto anni con forza e determinazione e che, in continuità con l’insegnamento evangelico, schierò di volta in volta, contro la guerra del Golfo e quella in Jugoslavia, contro il potenziamento del polo militare a Crotone e a Gioia del Colle.

Aveva un modo di esprimersi “scomodo”, a volte irruento e ne era consapevole.

Diceva di sé:
“Sono un buono a nulla, ma capace di tutto perché consapevole che, quanto più ci si abbandona a Dio, tanto più si riesce a migliorare la gente che ci sta attorno”.

La vicinanza alla gente lo portò ad un’attività instancabile (quel tipo di atteggiamento che egli stesso definì col termine: “contemplattivo”). Nel giro di pochi anni promosse la fondazione di gruppi Caritas in ogni parrocchia, fondò la Casa per la Pace, la comunità di recupero per tossicodipendenti e un centro accoglienza per immigrati, con una piccola moschea per i fratelli mussulmani.

Disse:
“Forse a qualcuno può sembrare un’espressione irriverente e l’accostamento della stola col grembiule può suggerire il sospetto di un piccolo sacrilegio. Sì, perché di solito la stola richiama l’armadio della sacrestia dove, con tutti gli altri paramenti sacri, profumata d’incenso,
fa bella mostra di sé, con la seta e i suoi ricami (…) Il grembiule, invece, ben che vada, se non proprio gli accessori di un lavatoio, richiama la credenza della cucina, dove, intriso di intingoli e chiazzato di macchie, è sempre a portata di mano della buona massaia (…) Eppure è l’unico paramento sacerdotale registrato nel Vangelo. Il quale Vangelo per la messa solenne celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo, non parla né di casule, né di amitti, né di stole, né di piviali. Parla solo di un panno rozzo che il Maestro si cinse intorno ai fianchi con un gesto squisitamente sacerdotale. ‘Allora Gesù si alzò da tavola, depose le vesti, si cinse un asciugamano e si mise a servire’. Ecco la Chiesa del grembiule. E’ una fotografia bellissima della Chiesa (…) Vuole dire soffrire, lavare i piedi alla gente, al mondo “.

L’ultima iniziativa di rilievo che lo vide ispiratore e partecipe, sebbene seriamente ammalato, fu la marcia non violenta verso Sarajevo, partita da Ancona, il 7 dicembre 1992 a cui parteciparono circa 500 persone di diversa nazionalità, credenti e non credenti.

Le sue ultime parole, dette nella cattedrale di Molfetta il giovedì santo del 1993, come estremo saluto, furono:
“Amate i poveri. Amate i poveri perché è da loro che viene la salvezza, ma amate anche la povertà. Non arricchitevi”.

Il 20 aprile 1993, dopo una lunga malattia, don Tonino si spense nel suo letto, circondato dall’affetto della sua gente.

Ha scritto molti testi, tra i quali, solo per citarne alcuni: “La Chiesa del grembiule”, “Servi inutili a tempo pieno”, “Maria donna dei nostri giorni”, “Senza misura”, “Il Vangelo del coraggio”…