Nata a Forchtenberg il 9 maggio 1921 e morta a Monaco di Baviera il 22 febbraio 1943.

Sophie Scholl fu ghigliottinata a 21 anni, su sentenza del Tribunale del popolo di Monaco di Baviera per tradimento contro lo stato e il Führer. Insieme a lei vennero decapitati il fratello Hans, Christoph Probst e, due mesi dopo, Alexander Schmorell, Willi Graf e il loro professore di filosofia, Kurt Huber.

Sophie amava la danza e le buone letture. Insieme agli altri aveva dato vita a “la Rosa Bianca”, piccolo gruppo di resistenza antinazista. I cinque giovani, insieme al professor Huber, nel corso del 1942 e nelle prime settimane del 1943 avevano sfidato il regime nazista, stampando e diffondendo clandestinamente in Germania e in Austria sei volantini contro Hitler. Quei fogli raccontavano gli orrori che si stavano consumando ai danni degli ebrei, informavano delle sconfitte militari naziste, una su tutte Stalingrado, facevano appello ai grandi ideali della cultura e alle lezioni della storia, esortavano i tedeschi alla ribellione, al sabotaggio, alla diserzione. Non si fermavano alla superficie delle cose, non si rassegnavano all’acquiescenza che molti dimostravano verso il regime nazista.

La loro amicizia era luogo di confronto, opportunità di andare a fondo di ogni aspetto della realtà, fino a riconoscere e a smascherare il volto disumano di una ideologia totalitaria cui pure, in un primo momento, alcuni di loro avevano aderito. La libertà con cui e a cui erano stati educati in famiglia maturò in essi una sensibilità che ben presto svelò la menzogna delle promesse di Hitler. Erano tutti cristiani, però di confessioni differenti: protestanti evangelici erano Sophie e Hans Scholl, cattolici Willi Graf e il professor Kurt Huber, ortodosso Alexander Schmorell; Christoph Probst chiese di essere battezzato prima della morte. Fu l’esperienza personale che suscitò in loro delle domande a cui non riuscivano a dare una risposta ragionevole: perché non potevano scegliere loro stessi gli autori che avrebbero voluto leggere? Perché dovevano essere proibiti i libri di autori ebrei? Perché era vietato cantare canzoni di altri popoli?

Giovedì 18 febbraio 1943, Sophie Scholl e suo fratello Hans, prima di andare all’università, riempirono una valigia con gli ultimi volantini stampati. Era una giornata di sole e i due erano soddisfatti del lavoro portato a termine: avevano trascorso le ultime notti accanto al ciclostile, nella cantina dell’atelier di un amico architetto, per stampare quante più copie potevano. Arrivati pochi minuti prima dell’apertura delle aule, distribuirono, con rapida decisione, i volantini nei corridoi e svuotarono il resto della valigia dal secondo piano dell’atrio dell’università. Il custode però li vide, fece chiudere subito tutte le porte di ingresso e la Gestapo fu chiamata immediatamente. Sophie e Hans, ormai in trappola, furono arrestati e condotti nel famigerato palazzo Wittelsbach, sede della Gestapo. Qui iniziarono gli interrogatori, durati ore e ore, giorno e notte. Privi di qualsiasi contatto con il mondo esterno, non sapevano se fosse toccata la stessa sorte a qualcuno dei loro amici. Sophie apprese da una compagna di cella che anche Christoph Probst era stato arrestato, e quello fu l’unico momento in cui la giovane perse il controllo di sé e fu quasi sopraffatta dalla tristezza e dallo sconforto. Probst, infatti, era padre di tre bambini piccoli, di cui uno appena nato. Era il membro del gruppo che più avevano tentato di proteggere. “Se c’è ancora un briciolo di onestà nel paese – pensò disperata Sophie – non può e non deve accadere nulla a Christoph”.

Tutti quelli che ebbero occasione di vederli durante i giorni di carcere (gli altri prigionieri, il cappellano, i secondini e perfino i funzionari della Gestapo) rimasero fortemente colpiti dal coraggio e dalla serenità del loro atteggiamento. La calma e la tranquillità che i membri della “Rosa Bianca” trasmettevano, contrastavano fortemente con la tensione febbrile che regnava nell’ufficio della Gestapo.

Il giorno dell’udienza gli imputati Sophie, Hans e Christoph sedevano eretti e silenziosi. Rispondevano con franchezza e distacco alle domande loro rivolte. Sophie, la quale per il resto parlò pochissimo, a un tratto disse:

“Sono in tanti a pensare quello che noi abbiamo detto e scritto; solo che non osano esprimerlo a parole”.

Il processo terminò con la condanna a morte di tutti e tre. I giovani vennero quindi trasferiti nel carcere di Monaco-Stadelheim, destinato alle esecuzioni capitali, situato vicino al cimitero posto al margine della foresta di Perlach. I secondini, in seguito, raccontarono che tutto il carcere rimase impressionato dal coraggio con cui i tre affrontarono la morte, dal loro sguardo mite e determinato.

Le sue ultime parole furono:

“Credo di aver fatto la migliore cosa per il mio popolo e per tutti gli uomini.
Non mi pento di nulla e mi assumo la pena.
Come possiamo aspettarci che la giustizia prevalga quando non c’è quasi nessuno disposto a dare
se stesso individualmente per una giusta causa? E’ una giornata di sole così bella e devo andare,
ma che importa la mia morte se, attraverso di noi, migliaia di persone sono risvegliate e suscitate
all’azione?”

La “Rosa Bianca” non era un’organizzazione diffusa, strutturata, con collegamenti internazionali, sul modello della Resistenza italiana. Fu qualcosa forse di unico nella storia della lotta ai totalitarismi del Novecento. I giovani che ne facevano parte, infatti, non erano animati da una ideologia, né erano iscritti a gruppi politici, ispirati ai principi cristiani di fratellanza e di giustizia, credevano nella vita, anche a fronte della barbarie e del disprezzo per l’uomo che il regime aveva messo in atto.

Ricordiamo anche queste parole di Sophie:

“Vi è forse, chiedo a te che sei cristiano, in questa lotta per mantenere i tuoi beni più preziosi, una possibilità di esitare, di rimandare la decisione in attesa che altri prendano le armi per difenderti?”

Erano animati dal coraggio di una fede più forte dell’odio, della repressione, della morte. Una fede che li aveva spinti ad assumersi tutta la responsabilità delle parole pronunciate e delle azioni compiute per risvegliare le coscienze del popolo tedesco cui appartenevano.

“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13), disse dopo la loro morte il cappellano del carcere, che nelle ultime ore li aveva assistiti con profonda compassione.