Nato il 13 gennaio 1890 a Boschetto Cremonese e morto il 12 aprile 1959 a Cremona.

Nacque in una famiglia contadina, in una cascina nella Bassa padana.
Studiò nel seminario di Cremona. Fu ordinato sacerdote il 25 agosto 1912.

Scoppiata la prima guerra mondiale fu cappellano militare di artiglieria alpina al fronte in Alta Slesia.
Dopo la lunga esperienza della guerra – per la quale si meritò una medaglia al valore – iniziò il suo “secondo seminario”, come egli chiamava la sua esperienza nella “Pieve sull’Argine” a Cicognara, sua terra d’origine, finché nel 1932 fu nominato Arciprete di Bozzolo (Mantova).

Don Mazzolari è uno di quei preti italiani che nell’umiltà e nella solitudine diventano maestri di sapienza.
Fu un prete di campagna, uno scrittore, un oratore appassionato, un uomo del suo tempo più che un precursore, anche se il suo pensiero è ancora più che mai di attualità, come in queste sue parole.

“Credo che nessuno mi voglia far credere che tutta la democrazia consista nel fatto che uno può dire o stampare un’opinione diversa dagli altri…Democrazia è riconoscere che al mondo ci siamo in tanti e con uguali diritti e che c’è posto per tutti se glielo lasciamo: e pane, e aria, e terra e acqua per tutti se non glielo rubiamo o distruggiamo… Democrazia è far vivere…”

Don Primo fu un prete scomodo per la Chiesa di Pio XII, ma come tanti altri preti ribelli, rimase sempre fedele. Era un profeta per quel che disse e per quel che fece in nome della libertà, della giustizia sociale, della tolleranza.
Fu un uomo che credeva semplicemente, appassionatamente, integralmente nella Parola di Dio fatta Carne, diventata parola umana nel Vangelo.
Aveva la stoffa del sociologo, la capacità del politico, la chiara visione del filosofo.
Ha impegnato tutto se stesso, senza mezze misure, contro ogni tentazione di tranquillità economica, di riconoscimenti ambiziosi, a stigmatizzare le storture, a denunciare l’egoismo dei singoli, dei gruppi, delle caste.
Ha creduto e insistito nei sui scritti circa la possibilità e la necessità di un rapporto, di un dialogo con tutti, al di là dei “credo” politici o religiosi, quale premessa per costruire una convivenza sociale rispettosa e costruttiva.

Don Mazzolari ebbe il merito di aver parlato quando era estremamente pericoloso farlo.
I suoi rapporti con la gerarchia non furono facili. La sua era una libera voce, per cui subì censure, ammonizioni, intimazioni a tacere. Ubbidì ma non si piegò.
La sua concezione della Chiesa gli procurò numerosi attacchi da parte del Vaticano.

Già “La più bella Avventura”, una delle sue prime opere, venne condannata dal Sant’Uffizio.
Alle censure vaticane si aggiunsero le condanne del regime fascista, che ordinerà il sequestro di un’altra sua opera, “Tempo di credere”, giudicata non conforme allo spirito del tempo.
Don Primo Mazzolari continuerà la sua missione con coerenza e determinazione, denunciando la chiusura dei cattolici nell’indifferenza.

Un altro suo libro, “Impegno con Cristo”, del 1942, attirò la riprovazione del Sant’Uffizio. Parlava di un ordine nuovo, dell’impegno dei cattolici per una società migliore e libera.
Appoggiò e sostenne la Resistenza partigiana, ragione per cui fu costretto alla clandestinità per evitare la cattura. Protesse e nascose ebrei, antifascisti. Venne insultato, percosso, braccato, restò nascosto per sette mesi in una stanza segreta tra il campanile e la canonica di Bozzolo.

Scrisse:
“Se invece di dirci che ci sono guerre giuste e guerre ingiuste, i nostri teologi ci avessero insegnato che non si deve ammazzare per nessuna ragione, (…) invece di partire per il fronte saremmo scesi nelle piazze”.

Nel 1949 fondò il giornale “Adesso”, di cui sarà animatore fino alla morte. Nei suoi articoli proponeva una chiesa per i poveri, criticava il trionfalismo ecclesiastico, usava un linguaggio rispettoso verso comunisti e socialisti, si occupava di ecumenismo. Fu costretto a chiuderlo. Le pubblicazioni ripresero due anni dopo.
L’autorità ecclesiastica continuò ad ostacolarlo vietandogli di predicare fuori dalla sua parrocchia e di scrivere riguardo a temi sociali.

La riabilitazione avvenne solo due mesi prima della sua morte quando Mazzolari venne ricevuto da Papa Giovanni XXIII, che aveva da poco dato l’annuncio del Concilio Vaticano II.

“Ecco la tromba dello Spirito Santo in terra mantovana!”, con queste parole lo accolse Papa Giovanni e con molta tenerezza conversò con lui. Fu questa una grande consolazione per don Mazzolari, che terminò il racconto di quella splendida giornata sul suo diario con le parole “esco contento”. Finalmente poteva dire: “sono contento”.

Papa Giovanni, il papa giusto, non solo il papa buono, fu per don Primo la libertà, il portatore di luce nel gran buio.
Continuò il suo apostolato fino alla morte, avvenuta il 12 aprile 1959.

Ci ha lasciato molti testi, ricordiamo, tra i tanti, il romanzo autobiografico “La pieve sull’argine” e “L’uomo di nessuno”, “La più bella Avventura”, “la Parrocchia”, “Come pecore in mezzo ai lupi”, “Il Samaritano”.

Il pensiero di Mazzolari continua ad essere di straordinaria attualità nel contesto sociale di oggi, con particolare riferimento alla crisi politica, culturale, economica, etica in cui versa il nostro paese.