Nato a Roma, il 5.10.46 e morto a Roma, il 22.5.2008.

Io credo che il cristianesimo sia sentiero verso la felicità. Credo che non si dia cristianesimo – cioè redenzione, liberazione, promessa di vita eterna – senza felicità. E soprattutto credo che le parole ‘proibite’: felicità, piacere, godere, vadano riscattate e riammesse a pieno titolo e in piena dignità nel linguaggio e nella vita cristiana.

‘Laico perché cristiano, cristiano perché laico’. Queste parole, un motto che spesso ripeteva mio padre, riassumono l’eredità che mi ha lasciato su come vivere la dimensione pubblica dell’esperienza cristiana, il suo commento al ‘date a Cesare ciò che è di Cesare’….” (Paolo Giuntella, “L’aratro, l’ipod e le stelle” – ed. Paoline)

Figlio di Vittorio Emanuele Giuntella, lo storico che fu internato nel lager nazista di Auschwitz, Paolo ha ricevuto dal padre un’educazione profondamente cristiana, attenta alle espressioni delle avanguardie cattoliche e soprattutto un’educazione alla pace e alla non violenza. Grazie anche alle amicizie del padre, Paolo è venuto presto in contatto con grandi e significative personalità del mondo cattolico (Piero Scoppola, Vittorio Bachelet, …) che hanno influito molto sulla sua formazione.
I suoi scritti sono colmi dell’ansia di testimoniare ai giovani, ai suoi tre figli, la felicità di essere cristiano. Scrive:

Sento il dovere morale di restituire i privilegi che mi sono stati regalati ‘alla corte di mio padre’ … e di mia madre e delle loro grandi amicizie”.
Chi, nonostante i balbettii e le difficoltà di coniugare fede e modernità, resta nella Chiesa, rimane cristiano perché ha ricevuto il passaggio delle nozioni da persone credibili e coerenti.

Da giovane si è impegnato nelle associazioni cattoliche, soprattutto nello scoutismo e nella FUCI, contribuendo alla formazione di un’intera generazione di giovani di cui è stato una guida e un maestro, educandoli alla speranza cristiana e all’impegno politico, sulle tracce di Dossetti, La Pira, Zaccagnini, Scoppola.
Uno di questi ‘giovani’, Giovanni Bachelet, scrive: “E’ anche grazie a Paolo Giuntella (…) se a cinquant’anni speriamo ancora di fare la rivoluzione e amiamo l’avventura, l’avventura cristiana s’intende, se amiamo ancora la strada e la piazza, la Bibbia e la Chiesa (…), se sentiamo non solo indignazione ma, malgrado tutto, anche rispetto e passione per la Politica… e per la Tradizione… (se) continuiamo ad amare e studiare il Concilio e la Costituzione e a impegnarci pubblicamente…” (dalla prefazione di: “Strada verso la libertà”, Paolo Giuntella – ed. Paoline).

Di Paolo Giuntella in molti ricordano il grande impegno in attività di soccorso. Già nel 1966 fu a Firenze tra i generosi volontari che lavorarono senza sosta per soccorrere i cittadini in seguito all’alluvione e nel 1997 era nelle zone colpite dal terremoto in Umbria-Marche. Inoltre, durante una delle missioni come inviato speciale in zone di guerra, in Kosovo, salvò la vita ad un ragazzo disabile che era rimasto bloccato in un’abitazione incendiata e che per motivi etnici non veniva soccorso dai vicini.
Nel 1979 fondò la Rosa Bianca, un’associazione cattolica (il cui nome s’ispira a quello dell’associazione di giovani cattolici e protestanti che in Germania si opposero al nazismo) che organizzava convegni e scuole di formazione a cui parteciparono “maestri” quali Piero Scoppola, Davide Turoldo, Achille Ardigò, e altri.
Di professione giornalista e scrittore, ha collaborato a ‘Il Popolo’, ad ‘Avvenire’, al ‘Mattino’ e al ‘Corriere della Sera’. Passò poi in Rai in qualità di coordinatore TV 7, di caporedattore di ‘Speciale TG1’, quindi come inviato speciale in zone di guerra. Da ultimo è stato giornalista del TG1 al seguito del Presidente della Repubblica.
Parlando di lui i colleghi sottolineano il suo costante impegno per la libertà di informazione.
Nel lavoro era serio e autorevole, ma chi lo conosceva da vicino lo apprezzava soprattutto per la coerenza dei sui comportamenti, per le scelte non conformiste e per il coraggio delle proposte.
Dagli amici viene descritto come un uomo innamorato della vita, che credeva nella solidarietà, nell’amicizia, nella fratellanza; come un intellettuale dei paradossi, un pacifista convinto, un testimone degli ideali e dei valori del cattolicesimo democratico. Un “esempio della speranza legata all’azione”. Creativo, festoso. Un cattolico tenace e appassionato. Il suo modo di essere cristiano era quello della gratitudine per la bellezza della vita.
Di lui il suo amico Luigi Accattoli dice: ”Oltre che della politica Paolo era un dilettante della musica e della narrativa, dello scoutismo e di ogni impegno di pace e di carità che gli capitasse a tiro e lo era nel senso originario della parola: trovava diletto in quello che faceva. Tutto gli interessava, amava le persone che incontrava per caso”. Diceva: “Ci resta la certezza che la tolleranza, la tenerezza, l’amicizia, sono virtù forti.

Ha partecipato a numerosi convegni e i suoi interventi sono ricordati per la travolgente simpatia che esprimeva e per l’intelligente capacità di leggere e raccontare il mondo, la Chiesa, gli uomini, i poveri, la politica, il Concilio, la Parola.
E del Concilio ha spesso parlato come di una pietra miliare della sua formazione e di quella dei suoi amici con i quali ha studiato e analizzato quello straordinario evento. In un suo articolo, riportato nel sito www.vivailconcilio.it, dal titolo: “Senza il Concilio forse non sarei neppure più cattolico”, racconta i fermenti che l’hanno preceduto, la viva partecipazione con cui la sua famiglia e gli amici e lui stesso l’hanno seguito. Sottolinea con forza come con il Concilio la Chiesa abbia cominciato il dialogo con il mondo, il dialogo ecumenico.

Un Concilio che propone ai cattolici una nuova categoria, in realtà antica come la Bibbia: ‘la lettura dei ‘segni dei tempi’”.
Il Concilio è stato una rivoluzione copernicana, nella fedeltà alla Chiesa delle origini, dunque alla vera Tradizione apostolica ed evangelica, che nulla ha a che vedere con la tradizione storica, con il tradizionalismo. Ritorno al futuro come ritorno alla fedeltà”.

Un tema che a Paolo Giuntella stava molto a cuore e che collegava a ciò che nella Gaudium et Spes viene detto al riguardo, è quello del ruolo del laicato nella Chiesa.
A questo proposito ci sono pagine bellissime in ogni suo libro. “Laici, dunque profeti”, la sua è una considerazione dei laici che parte dal sottolineare l’aspetto del sacerdozio universale del popolo di Dio, il senso della sua vocazione battesimale: regalità, sacerdozio, profezia. E cita testimoni che esprimono:

– “La profezia vissuta e la dura tenace mediazione culturale coltivata in condizioni difficili e magari di rischio professionale e persino della vita”.
– “Il laicato cristiano è chiamato a mantenere la schiena diritta e la coscienza libera”.
– “Dio chiede ai laici non di fare un’economia cristiana, un’arte cristiana, una letteratura cristiana, una politica cristiana, ma di fare bene, con il massimo di capacità, di cultura, di efficacia e di risultati possibili: letteratura, arte, amministrazione, economia, politica, giustizia…”.
– “Per il laico cristiano, come del resto per ogni cristiano e non solo per le scelte politiche, la decisione ultima spetta alla sua coscienza. Il primato della coscienza – come atto libero della fede – non è in fondo germinale, costitutivo nel cristianesimo?

Anche il concetto di libertà fa spesso da sottofondo ai suoi scritti: “libertà di guardare il mondo, di proclamare la propria fede, di non essere più ai margini della storia, di assumersi la responsabilità, di lavorare sulle proprie debolezze”. (David Sassoli – prefazione a: “Il gomitolo dell’alleluja” di P. e V. Giuntella – ed. AVE)

Nonostante la lunga malattia, che sopportò con dignitoso riserbo, ha lavorato fino agli ultimi giorni sorretto dalla sua forte passione. Sulla sofferenza ha scritto pagine particolarmente significative. Nel già citato “L’aratro, l’ipod e le stelle” (cap.6 – “La morte non avrà l’ultima parola”), tra l’altro afferma:

Stanotte ho capito che (…) essere credenti nel Dio di Abramo significa sperare in modo radicale. La speranza vede ciò che sarà nel tempo e nell’eternità (…). Ma che fatica, Signore, dall’oscurità. Aiutiamoci. La speranza non si può vivere da soli. (….) Sì, insieme ce la faremo a forzare l’aurora a nascere.
E ancora: “Queste prove di dolore sono nello stesso tempo personali, intime, quasi incomunicabili agli altri, ricche di segreti e di sentimenti personalissimi (…) e di memorie, ricordi, parole non dette e sguardi più fluviali delle parole. Io credo che anche questo passaggio, il dolore, la morte, lo strappo di affetti così radicali (…) in realtà sia in ultima analisi una prova dell’esistenza di Dio, di un destino oltre la vita e oltre la morte al quale siamo indirizzati”.

Il suo funerale è stato una festa, un modo cristiano di vivere la morte, con i familiari e una folla di amici che cantavano e piangevano pensando a lui che diceva che anche la morte può essere una festa.