Nato il 15 marzo 1917 a Ciudad Barrios di El Salvador e morto il 24 marzo 1980 a San Salvador.

Oscar Arnulfo Romero nasce da una famiglia modesta. All’età di dodici anni inizia a lavorare presso un falegname, ma presto entra in seminario a San Salvador. A vent’anni fa il suo ingresso all’Università Gregoriana di Roma, dove nel 1943 prende la licenza in teologia e viene ordinato sacerdote.

Rientra quindi nella sua terra natale e si dedica con passione all’attività pastorale come parroco.

Diviene presto direttore del seminario interdiocesano di San Salvador e in seguito avrà incarichi importanti nella Conferenza Episcopale dell’America Centrale.

Il 22 febbraio 1977 è nominato vescovo dell’archidiocesi di San Salvador, proprio quando nel paese infierisce la repressione sociale e politica.

Sono ormai quotidiani gli omicidi di contadini poveri e degli oppositori del regime, i massacri compiuti da organizzazioni paramilitari di destra, protetti e sostenuti dal sistema politico.

La nomina del nuovo vescovo non desta preoccupazione in quel regime perché monsignor Romero non è impegnato politicamente, né socialmente: è un conservatore.

Monsignor Romero inizia il suo lavoro con passione e presto, solo un anno dopo la sua nomina a vescovo di San Salvador, sono evidenti le sue inaspettate attività in favore della giustizia sociale: iniziative che giungono lontano e presto arrivano i primi riconoscimenti ufficiali dall’estero.

L’Università di Georgetown (USA) gli conferisce una laurea Honoris Causa come riconoscimento della sua opera in difesa dei diritti umani.

L’Azione Ecumenica Svedese gli consegna un premio per la pace per il suo instancabile impegno per la giustizia e la riconciliazione tra gli uomini.

La grande fede di questo pastore non può ignorare i fatti tragici e sanguinosi che interessano la gente. Il suo operato è semplicemente la traduzione in fatti concreti dei pensieri e della spiritualità di un vescovo. Consapevole dei rischi che correva, diceva:

“Se mi uccidono, so che mi uccidono a causa del Vangelo”.

Si appella alla coscienza degli uomini: il giorno prima di essere ucciso ha esortato per l’ennesima volta i soldati salvadoregni a disubbidire agli ordini di chi li usava per uccidere i fratelli.

Nei suoi discorsi mette sotto accusa il potere politico e giuridico di El Salvador.

Istituisce una commissione permanente in difesa dei diritti umani.

Le sue celebrazioni iniziano ad essere affollatissime e le sue omelie vengono pubblicate e trasmesse via radio.

Nel 1977 unisce il suo nome a quello di altri vescovi latinoamericani nella pubblicazione di una carta della nonviolenza. Non cessano i massacri degli oppositori e dei contadini che, anche grazie al vescovo Romero, chiedono giustizia e riforme agrarie.

Il regime sfidato alza il tiro. Viene accusato di essere marxista, di fare politica.

Una parte della Chiesa si impaurisce e non esita a prendere le distanze dal vescovo e ad attaccarlo con accuse calunniose che lo dipingono come incitatore alla lotta di classe e come sostenitore di un governo socialista di contadini e operai.

Come tutti i profeti Romero non è interessato a un coinvolgimento in politica.

Il 23 marzo 1970 lancia dal pulpito un ultimo appello coraggioso, che gli costa la morte:

“Davanti a un ordine di uccidere, che viene da un uomo, deve prevalere la legge di Dio che dice: ‘NON UCCIDERE’… Nessun soldato è obbligato a ubbidire a un ordine che sia contrario alla legge di Dio… Una legge immorale, nessuno deve adempierla… E’ ormai ora che recuperiate la vostra coscienza e obbediate ad essa”.

Il giorno dopo, il 24 marzo 1980, alle ore 18.30, viene ucciso sull’altare da un sicario del regime.

I suoi nemici lo trovano mentre celebra l’eucaristia tra i malati. Sta elevando il calice ed ha appena pronunciato le sue ultime parole:

In questo calice il vino diventa sangue che è stato prezzo della salvezza. Possa questo sacrificio di Cristo darci il coraggio di offrire il nostro corpo e il nostro sangue per la giustizia e la pace del nostro popolo. Questo momento di preghiera ci trovi saldamente uniti nella fede e nella speranza”.

Nel 1997 viene avviato il processo di beatificazione di quel vescovo che tutti i cristiani dell’America Latina chiamavano già “san Romero delle Americhe”.

Papa Francesco nel febbraio 2015, lo proclama beato, a significare che la Chiesa deve stare dalla parte degli oppressi e non di coloro che i torti li commettono.

È stato proclamato santo da papa Francesco il 14 ottobre 2018, proprio perché “ha lasciato le sicurezze del mondo, persino la propria incolumità, per dare la vita secondo il Vangelo, vicino ai poveri e alla sua gente, col cuore calamitato da Gesù e dai fratelli”.