Nata a Castellammare di Stabia, il 28 febbraio 1921 e morta a Mestre, il 17 gennaio 2020.
Fin dall’adolescenza a Venezia sua città di adozione, aveva visto intorno a sé una presenza plurale di Chiese e con sofferenza si chiedeva il motivo della divisione tra loro. Per lei che cercava “valori religiosi assoluti a cui orientare una scelta di vita”, questo conflitto era una contraddizione intollerabile che negava l’amore fraterno, cardine delle Scritture ebraiche e cristiane.
Ha scritto nella sua “Memoria storica” (presentata nel 1987 alla XXV sessione di formazione ecumenica del Sae): “Poteva nascere un disorientamento o una contestazione”, ma ne venne grazie a Dio, una vocazione: quasi la presa in carico, personale e definitiva, del peso assurdo della divisione dei cristiani”.
Una vocazione che ha portato nel 1964 a Roma alla nascita del Segretariato delle attività ecumeniche (Sae), presieduto dalla fondatrice fino al 1996, quando lasciò il governo del Segretariato pur continuando a seguirlo.
Era il 17 novembre 1947 quando Maria Vingiani discusse la sua tesi di laurea all’Università di Padova sul tema della controversia cattolico-protestante. Il cammino era stato lungo.
Il Concilio Vaticano II doveva ancora arrivare e per i cattolici era proibito leggere libri dei protestanti, così come frequentare cristiani non cattolici.
Coraggiosa e determinata non rinunciò ad un desiderio che urgeva dentro di lei.
Volevo capire, volevo sapere”, scrisse. Così iniziò un suo percorso di lettura: autori spirituali, critici, filosofi e pionieri dell’ecumenismo come l’abbé Couturier, che Maria conobbe e aiutò traducendo e diffondendo il materiale proveniente dalla Francia, della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani.
Non volendo consultare di nascosto i testi all’Indice, chiese l’autorizzazione all’assistente della FUCI veneziana e desiderando far emergere alla luce i rapporti iniziati in clandestinità, chiese al patriarca l’autorizzazione a visitare le sedi dei Culti Evangelici e a partecipare ai culti.
Nel rievocare queste richieste di autorizzazione, Maria Vingiani teneva a precisare che non la muoveva tanto “il bisogno del permesso, ma il bisogno del diritto a vivere responsabilmente nella Chiesa una ricerca o una vocazione, in libertà di coscienza”.
Entrò presto a far parte – unica cattolica – di un gruppo interconfessionale che rifletteva sui problemi della città di Venezia. Divenne assessora alle Belle Arti dello stesso comune nella prima amministrazione di centro-sinistra, ruolo che la portò anche a viaggiare nei paesi dell’est dove conobbe la “Chiesa del Silenzio”.
Quando Angelo Roncalli, eletto papa, lasciò Venezia e indisse il Concilio Vaticano II, Maria Vingiani chiese il trasferimento a Roma come insegnante e lasciò l’attività politica per partecipare al grande movimento di preparazione del Concilio. Nella capitale iniziò ad ospitare incontri di dialogo nel suo piccolo alloggio, formò un gruppo di cattolici interessato all’argomento e iniziò a programmare le sessioni estive che precedettero la formazione ufficiale del Sae.
Aggirando resistenze curiali, riuscì a far incontrare lo storico ebreo e amico Jules Isaac con papa Giovanni XXIII, incontro che fu alla base di un cambiamento di prospettiva che portò anche alla redazione della dichiarazione conciliare Nostra Aetate, documento con cui si poneva ufficialmente fine a quell’ ”insegnamento del disprezzo” che aveva alimentato l’antigiudaismo e si riconoscevano i doni dei padri e delle madri nella fede e la fecondità di una relazione con il giudaismo.
La Vingiani aveva sempre sostenuto la riconciliazioni tra ebrei e cristiani come requisito essenziale per l’unità tra le Chiese che, tutte e indistintamente, hanno le loro radici nel popolo d’Israele.
Finalizzò il Sae al dialogo a partire dal quello ebraico-cristiano e lo volle movimento laico, a differenza di altre associazioni che erano sostenute da un assistente ecclesiastico. Si esprimeva contraria a quella sorta di sudditanza spirituale di laici e laiche nei confronti del clero.
Pur avvalendosi di presbiteri o religiosi, che come consulenti ed esperti hanno arricchito l’elaborazione teologica e la spiritualità del Sae, escluse la partecipazione del clero tra i soci per favorire laiche e laici nel vivere il loro impegno ecumenico in autonomia. L’autofinanziamento stesso garantiva questo orientamento che non era dettato da autoreferenzialità, in quanto l’associazione non era pensata fine a se stessa ma, secondo lo statuto: “a servizio del rinnovamento ecumenico delle Chiese e comunità locali”.
Una svolta organizzativa importante avvenne nel 1969, dopo un primo triennio sperimentale dello statuto, consistente nella “peculiarità laicale, autonoma e democratica” e l’evoluzione del Sae da iniziativa confessionale a movimento interconfessionale, con l’iscrizione di soci e socie evangelici, ortodossi e anche ebrei.
Determinata ed autorevole Maria ha iniziato ad operare in una Chiesa nella quale le donne erano relegate a certi ambiti e non erano riconosciute nelle loro competenze intellettuali e teologiche.
In varie circostanze ha espresso un’indipendenza intellettuale significativa.
Maria Vingiani ha terminato di vivere a quasi novantanove anni il 17 gennaio, in quella giornata per l’approfondimento del dialogo tra i cattolici e gli ebrei decisa dalla CEI e alla cui istituzione aveva contribuito in modo determinante. Provvidenziale coincidenza.
All’annuncio della sua morte molti sono stati gli articoli pubblicati in ambito laico, cattolico ed evangelico. Il card Bassetti ha riconosciuto che “la sua voce di donna, laica, testimone del Vaticano II, chiamata alla costruzione dell’unità visibile della Chiesa, è stato un prezioso dono per far comprendere quanto prioritario era il cammino ecumenico per i cristiani”.
Il teologo valdese Paolo Ricca l’ha definita principale artefice dell’ecumenismo in Italia e sua maestra. “E’ lei che mi ha aiutato a vincere le mie resistenze, perché tutti portiamo fatalmente con noi delle resistenze, Quindi ho nei suoi confronti, anche personalmente, una grande e indimenticabile gratitudine”.
Molti dei presenti alle sue esequie, come il pastore battista Massimo Aprile, l’arciprete ortodosso Traian Valdman, l’ebreo Gadi Luzzato, sono intervenuti tratteggiando il profilo di una donna che ha abbandonato tutto per la ricerca appassionata dell’unità.