Nasce a Torino, il 25 gennaio 1875 e muore a Eremo di Campello, il 5 settembre 1961.

Valeria Paola Pignetti nasce a Torino da una famiglia benestante. Nel 1901 entra nell’istituto religioso delle Francescane Missionarie di Maria a Roma.

Nel 1916 nel contesto della prima guerra mondiale viene mandata come superiora nella comunità impegnata presso l’ambulanza militare angloamericana sulla via Nomentana. Il contesto di guerra e di dolore che vive determina in lei un ripensamento radicale della sua forma di consacrazione.

Nel 1918 ha un colloquio con Papa Benedetto XV e nel 1919 ottiene la dispensa dai voti e lascia l’istituto.

Incomincia una travagliata ricerca della forma di vita da scegliere e sul luogo in cui svolgerla: “un piccolo rifugio adatto alla nostra povertà”.

Nel 1921 sorella Maria si dà un piccolo schema di vita: un indirizzo spirituale fortemente intriso dell’ideale francescano primitivo: evangelo sine glossa.

Dopo una travagliata e lunga ricerca in varie regioni, nel 1923 individua un convento francescano abbandonato a Campello Alto, sopra le fonti del Clitunno in Umbria. Le sembra il luogo giusto e nel 1926 può dare inizio alla comunità. Sono in poche: Maria, di salute precaria, Immacolatella e Angeluccia, calabresi, analfabete, la piccola Pia, Rosa di origine toscana e Jacopa, cieca dalla nascita, che divenne la più vicina e fidata compagna di Maria.

Altre presto si aggiungeranno. Non saranno mai più di quindici.

Maria dimostrerà di possedere una straordinaria capacità di intrecciare relazioni con chiunque   coltivasse una sincera ricerca religiosa; l’ospitalità e la corrispondenza epistolare saranno i due veicoli con cui Maria intesserà una rete di rapporti nazionali e internazionali, sorprendente in quel periodo ecclesiastico e politico.

Così scrive Maria:
“I miei studi mi portarono a contatto con l’opera dell’indimenticabile prof. Buonaiuti. La sua anima cristiana trasformò lo scetticismo della mia in una fede incrollabile nel Bene. La purezza della vita evangelica, rievocata dal suo insegnamento, mi ha fatto sentire la consunzione di tutte le forme che essa ha assunto nella storia.”

Buonaiuti sarà infatti per Maria consigliere nel momento travagliato della scelta, poi sacerdote di riferimento per l’eucaristia.

Maria manterrà anche un rapporto profondo e continuo con p. Giovanni Vannucci dei Servi di Maria, che a sua volta fonderà poi in Toscana l’Eremo delle Stinche. (1)

L’intento di Maria di Campello è di collocare l’esperienza religiosa personale – quello che lei chiama “Sacrum facere” –   nel creato e primariamente nella “chiamata interiore” della persona, cioè la trasformazione dell’attività quotidiana in realtà sacra, armoniosa, espressiva del divino, specialmente attraverso la cura dei particolari e l’ordine, manifestazione esteriore di “quella divina nota di armonia che è nell’universo”.

Sorella Maria assume questa dimensione di spiritualità universale direttamente da san Francesco, un riferimento che è nelle mura stesse dell’eremo, che lei ha scelto proprio perché di origine francescana.

Anche la dimensione ecumenica, che vivrà intensamente, viene collocata all’interno del rispetto e della venerazione del “sacro” che è in ogni coscienza.

Si può considerare Maria come “pioniera dell’ecumenismo”, infatti mantenne una fitta corrispondenza con personalità di spicco in quel periodo, tra le quali il Mahatma Gandhi, Albert Schweitzer, Valdo Vinay.

Inoltre intrattiene rapporti con cattolici di frontiera nel sociale come Zeno Saltini, Dorothy Day, Primo Mazzolari e Lanza del Vasto.

Sorella Maria muore nel suo eremo il 5 settembre 1961, senza vedere la primavera che il Concilio avrebbe dischiuso per la Chiesa che lei aveva tanto amato.

Nel “Saluto alla Minore”, letto da Giovanni Vannucci il giorno del suo funerale, viene sintetizzata in maniera efficace l’opera di sorella Maria:
“Grazie per averci mostrato che nella fedeltà semplice e assoluta al Signore Gesù, la fede dell’Oriente e dell’Occidente, la Chiesa di Roma e tutte le Chiese possono incontrarsi nell’unità dell’amore. Grazie per aver ridato vita alle parole essenziali del cristianesimo che, per l’usura del tempo, erano sbiadite: l’Agape, la Koinonia, il Sacrum facere, la Pace, il Fratello, la Madre Terra… Grazie di aver riportato nel vecchio Eremo la vita dei monaci antichi, da te ripetuta con fedeltà allo spirito e novità nelle forme…”

La sua fu un’esperienza pressoché unica nel suo genere, verso la quale guarderanno esponenti di rilievo del mondo cattolico di quel periodo, persone fedeli al sogno di una vita evangelica incarnata concretamente, senza cedimenti ideologici o politici.

L’eremo di sorella Maria rimase un riferimento per coloro che avevano l’esigenza di una testimonianza cristiana radicalmente vissuta.

 

(1) Sorella Maria – Giovanni M. Vannucci – “Il canto dell’allodola” – Edizioni Qiqajon