Nato a Firenze, il 27 maggio 1923 e morto a Firenze, il 26 giugno 1967.

Lorenzo Milani nasce a Firenze in una colta e ricca famiglia borghese. E’ il secondo di tre figli di Albino Milani e Alice Weiss. La famiglia della madre è di origine ebraica.
Il padre si trasferisce per ragioni di lavoro a Milano e la famiglia lo segue. I figli completeranno gli studi in questa città. Lorenzo frequenterà il liceo classico e si iscriverà all’Accademia di Belle Arti di Brera.
Nel 1933 i genitori decidono di sposarsi in chiesa e di battezzare i figli, per tutelarsi dalle discriminazioni razziali e dalla persecuzione contro gli ebrei iniziata in quegli anni.
Nel 1943 la famiglia si trasferisce di nuovo a Firenze. Il giovane Lorenzo sviluppa un interesse per la pittura sacra, che contribuisce a far crescere il suo desiderio di conoscere il Vangelo.
In questo periodo incontra don Raffaello Bensi, un autorevole e anticonformista sacerdote fiorentino, che sarà fino alla morte il suo confessore e il suo padre spirituale.
L’8 novembre 1943 Lorenzo decide di entrare in seminario, accettando con sacrificio, a causa del suo spirito libero e indipendente, le regole imposte. Da allora sarà obbediente alla Chiesa e si avvicinerà agli ambienti più poveri ed emarginati della società.
Il 13 luglio del 1947 Lorenzo viene ordinato sacerdote e in ottobre è assegnato alla parrocchia di S. Donato di Calenzano in qualità di cappellano del vecchio proposto don Pugi.
Ben presto verificando lo scarso livello di istruzione dei giovani operai e contadini che frequentano la parrocchia, fonda per loro una scuola popolare serale.
Comincia subito a crescere intorno a lui un clima di perplessità e diffidenza, poi di aperta ostilità per i suoi atteggiamenti critici e i suoi attacchi aperti verso il conformismo dell’ambiente religioso e verso la sua esplicita propaganda per il diritto dei lavoratori a difendersi con le uniche armi di cui dispongono: lo sciopero e il voto.
Intanto don Lorenzo raccoglie documentazione sulle condizioni di vita nella parrocchia e sui giovani emarginati e sfruttati che incontra. Questi testi sono il primo nucleo della stesura del libro “Esperienze Pastorali”, che verrà pubblicato nel marzo 1958 presso la cattolica Libreria Editrice Fiorentina e che nel dicembre dello stesso anno verrà ritirato dal commercio per disposizione del Sant’Uffizio: la lettura è ritenuta inopportuna.
Nel 1954 muore don Pugi e don Milani, al culmine di una violenta campagna di denigrazione e di diffamazione, vede sfumare la successione a parroco che molti dei suoi ragazzi si auguravano. Viene nominato priore di Barbiana, una piccolissima parrocchia sulle montagne del Mugello, isolata e priva di corrente elettrica: praticamente un esilio. Pochi giorni dopo il suo arrivo inizia a radunare i giovani e organizza una scuola popolare e una vera e propria scuola di avviamento industriale a tempo pieno, semiresidenziale e assolutamente innovativa, per alcuni ragazzi della parrocchia che avevano finito le elementari e rinunciato a proseguire gli studi o che non avevano superato gli esami di ammissione agli istituti presenti in città.
Avvia anche un doposcuola per i ragazzi della scuola elementare statale, aperto anche alle ragazze.
Tutto ciò provoca le visite incuriosite e talvolta anche la collaborazione di studenti universitari, giornalisti, intellettuali, illustri docenti e pedagogisti. Incontri non sollecitati da lui, ma accolti volentieri per l’interesse e la ricchezza di esperienze che i suoi ragazzi potevano così acquisire.
Nel settembre del 1960 si manifestano in don Lorenzo i primi sintomi della malattia (morbo di Hodking) che lo tormenterà per sette anni fino alla morte a soli quarantaquattro anni.
Don Lorenzo ha compiuto una scelta assolutamente radicale anche dal punto di vista economico e accetta solo aiuti per le dotazioni scolastiche e per curare i suoi allievi, la cui salute è spesso minata dalla povertà endemica della zona. Il fratello Adriano, che è medico, lo aiuterà regolarmente nell’assistenza sanitaria dei suoi ragazzi.
Nel febbraio del 1965 scrive una lettera aperta a un gruppo di cappellani militari toscani, i quali avevano definito, in un loro comunicato, l’obiezione di coscienza come “estranea al comandamento cristiano dell’amore e espressione di viltà”. La lettera, diventa nota con il titolo “L’obbedienza non è più una virtù”, viene incriminata e don Milani rinviato a giudizio per apologia di reato.
Il processo si svolge a Roma, ma don Milani non può prendervi parte a causa della sua grave malattia.
Il 15 febbraio del 1966 il processo si conclude con un’ assoluzione, ma l’anno seguente dopo la morte di don Milani, su ricorso, la sentenza verrà modificata e sarà espresso un giudizio di colpevolezza.
Intanto, nel mese di luglio, insieme ai ragazzi della scuola di Barbiana, don Milani inizia la scrittura collettiva di “Lettera a una professoressa”, testimonianza “autobiografica” di uno studente rifiutato dalla scuola pubblica e, insieme, racconto inoppugnabile del fallimento di questa istituzione.
In esso si legge:

“Insegnando imparavo tante cose. Per esempio imparavo che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica, sortirne da soli è avarizia.”
“Una scuola che seleziona, distrugge la cultura. Ai poveri toglie il mezzo di espressione. Ai ricchi toglie la conoscenza delle cose.”
“La scuola selettiva è un peccato contro Dio e contro gli uomini.”

Il 26 giugno don Lorenzo muore a Firenze attorniato dalle poche persone che lo hanno capito ed amato davvero. Ai suoi ragazzi, a cui ha acconsentito di seguirlo e assisterlo fino alla fine, darà l’ultima lezione di semplicità e coerenza. In uno dei suoi ultimi appunti si legge:

“Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto a suo conto,”

Pochi giorni prima della sua morte, esce, come opera collettiva dei suoi ragazzi, “Lettera a una professoressa”, il suo libro più famoso, letto e citato da generazioni di insegnanti, imprevista bandiera della rivoluzione culturale e formativa del Sessantotto.
Don Milani è stato sepolto nel cimitero di Barbiana, come da suo desiderio.
Papa Francesco, il 20 giugno del 2017, in visita alla sua tomba così si esprime:

“Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole. Questo vale a suo modo anche per i nostri tempi in cui solo possedere la parola può permettere di dare espressione alle istanze profonde del proprio cuore, come pure alle attese di giustizia di tanti fratelli e sorelle che aspettano giustizia.”