//Ignacio Ellacurìa e i martiri gesuiti

Ignacio Ellacurìa e i martiri gesuiti

Nel 1989 lo stato di El Salvador si trovava in piena tensione sociale. Fondato su un’economia agraria, con grandi latifondisti da un lato e braccianti senza terra dall’altro, era attraversato da povertà e ingiustizie.

La chiesa salvadoregna riceveva aiuti da tutta la Chiesa e anche dalla Compagnia di Gesù. In particolare il gruppo di missionari gesuiti dell’Università Centroamericana (UCA), attento alla realtà che lo circondava, s’impegnò nella formazione degli studenti, affinché prendessero coscienza della situazione e assumessero la responsabilità sociale, civica e politica del paese.

I docenti gesuiti dell’UCA sostenevano che:

“L’università deve incarnarsi tra i poveri per essere la scienza di coloro che non hanno scienza, la voce di coloro che non hanno voce, il supporto intellettuale di coloro che nella loro stessa realtà possiedono la verità e la ragione ma non hanno le ragioni accademiche per giustificarle e legittimarle”.

Uomini di dialogo, di fronte agli atteggiamenti violenti della destra e della sinistra, i gesuiti dell’UCA speravano in una terza forza che praticasse la negoziazione tra le parti, unica soluzione possibile per raggiungere la pace nazionale.

Ignacio Ellacurìa (nato a Portugalete, Paesi Baschi nel 1940) fu docente e rettore per dodici anni dell’UCA. Era un uomo di ideali utopici, contrario ad ogni violenza e di pensiero solidamente fondato sulla fede cristiana. Lavorava per la pace, con la sua lucidità, la sua intelligenza straordinaria e con la chiara visione del destino democratico che si doveva creare per El Salvador. Sostenitore e promotore della teologia della liberazione, suscitava forte opposizione da parte dei religiosi conservatori e delle forze politiche di El Salvador.

Ellacurìa, addolorato per gli atti di terrorismo, critico di fronte alla recente offensiva guerrigliera, espresse con forza la sua fiducia nella negoziazione, quindi accettò la richiesta del governo di collaborare come mediatore.

Ma l’atteso dialogo si trasformò in terrore.

Nella notte tra il 15 e il 16 novembre 1989 un reparto speciale dell’esercito penetrò nella UCA e circondò la residenza dei padri gesuiti. Li chiamarono e li uccisero uno alla volta.

Morirono così: Ignacio Ellacurìa, Ignacio Martìn Barò, Armando Lopez, Juan Ramòn Moreno, Segundo Mortes e Joachin Lopez. Con loro vennero uccise anche due donne di servizio: Elba Ramos e la figlia adolescente Celina.

Così come seguirono p. Ellacurìa nella morte, i suoi confratelli lo avevano costantemente seguito nella vita, nella grande missione di lavorare sempre e solo per il Regno di Dio.

Fu il contatto con i più poveri a portare alla morte questi gesuiti, che fino all’ultimo testimoniarono il loro attaccamento al popolo salvadoregno unitamente alla loro consacrazione a Dio.

Quel che avvenne ebbe il significato di un attacco frontale all’università e al ruolo della Chiesa in El Salvador, Chiesa che lavorava per la pace, per cercare una via d’uscita negoziata al conflitto armato e per mettere così fine alla sofferenza della popolazione.

L’impatto del massacro è stato enorme ovunque, in El Salvador, in tutta l’America Latina e nel mondo. Da quel momento molta gente si è mossa a favore della causa per la trasformazione del Salvador in senso democratico e per una maggiore giustizia sociale. La strage ha contribuito notevolmente all’avvio dei negoziati e al raggiungimento degli accordi di pace firmati solo dopo tre anni, il 16 gennaio 1992.

Dopo l’assassinio dei gesuiti gli Stati Uniti hanno interrotto l’aiuto militare di un milione di dollari che erogavano al governo salvadoregno del presidente Alfredo Cristiani. Un taglio sostanziale che rendeva difficile mantenere il livello del conflitto militare e che mostrava che anche gli Stati Uniti propendevano a favore di accordi negoziati con la guerriglia.

2018-11-15T22:27:30+00:00novembre 15th, 2018|Testimoni (vedi tutti) >|