Nato a Milano il 22 giugno 1909 e morto a Milano il 18 maggio 1986.

Giuseppe Lazzati è nato a Milano nel quartiere di Porta Ticinese e battezzato nella chiesa di San Gottardo al Corso. Era il quarto di otto figli di una famiglia della media borghesia.

Frequentò il Liceo Cesare Beccaria e nello stesso periodo che vide l’ascesa del regime fascista e il conseguente inquadramento dei giovani, Giuseppe entrò in un gruppo ben diverso da quello degli squadristi: l’associazione Santo Stanislao, che raccoglieva le personalità più impegnate nel rinnovamento delle attività di formazione giovanile.

Durante uno degli appuntamenti fondamentali dell’associazione, l’annuale corso degli esercizi spirituali del 1928, assunse un preciso programma di vita:
“Voglio ritornare con la volontà decisa al compimento assiduo del proprio dovere giornaliero, ad agire indipendentemente dalla approvazione o disapprovazione del mondo ma unicamente per il fine di compiere la volontà di Dio, pronto a qualunque opera di bene, portando in mezzo a tutti, senza ostentazione sciocca, ma pure senza vani riguardi o rispetto umano, la professione leale e schietta della religione”.

Quell’anno si iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università Cattolica del Sacro Cuore.

La sua scelta di vita si delineò meglio nel 1931 quando decise per il celibato e di aderire al sodalizio dei Missionari della Regalità fondato da padre Agostino Gemelli.

Nel 1931 si laureò e iniziò il servizio militare nella Scuola Allievi Ufficiali degli Alpini.

In quegli anni compì un nuovo passo importante: l’impegno di seguire i giovani studenti dell’Azione Cattolica di Milano. Ben presto venne eletto presidente diocesano.

Il suo fu un impegno attivo da vera guida dei giovani.

Nel 1938 Lazzati si dimise dai Missionari della Regalità di Cristo. Per lui si trattava di una scelta dolorosa, ma coerente con il suo rifiuto di una consacrazione laicale limitata ad alcune opere specifiche. Nel 1939, grazie al sostegno del Card. Schuster insieme ad un gruppo di amici diede vita ad un sodalizio che successivamente verrà riconosciuto come Istituto Secolare Cristo Re, con lo scopo di vivere nel mondo la radicalità evangelica.

L’attività di docente di letteratura cristiana antica – corso di studi scelto appositamente per conferire anche uno spessore scientifico alla propria esperienza di fede – nell’ Ateneo in cui aveva studiato e l’impegno nell’Azione Cattolica vengono interrotti a causa della seconda Guerra mondiale.

Il 9 settembre 1943 Lazzati si trovava a Merano, nella caserma del 5° Alpini e con altri commilitoni si oppose alla richiesta di aderire alle formazioni fasciste, decidendo di continuare a restare fedele al giuramento di fedeltà prestato all’esercito regio.

Questa decisione gli costò la deportazione nei campi di concentramento, dove dette prova di esemplarità cristiana e coerenza civile, vivendo una forte esperienza spirituale, organizzando momenti di preghiera e di riflessione culturale e sostenendo moralmente i deportati, finché non fu accusato di sobillare gli internati.

Ricevette da parte di Padre Gemelli un certificato che gli consentiva di essere rimpatriato, ma non accettò per solidarietà con i suoi compagni.

Rientrò a Milano il 31 agosto del 1945 e, vista la difficile situazione politica e solo dopo aver chiesto consiglio al Cardinal Schuster, decise di impegnarsi nella Democrazia Cristiana, incoraggiato anche dagli amici Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira e Amintore Fanfani. Con loro si adoperò per quell’intelligente mediazione culturale che riuscirà a trapiantare nella Costituzione italiana i valori fondanti attinti dal patrimonio cristiano e condivisi da altre formazioni politiche, per cui può a buon diritto essere ritenuto uno dei Padri della Patria.

Dal 1946 fu consigliere nel Comune di Milano e due anni dopo fu eletto in Parlamento dove continuò il suo impegno di “politico suo malgrado” (così si definiva lui) fino alla fine della legislatura nel 1953.

Per alcuni anni occupò la cattedra di Letteratura cristiana antica all’Università Cattolica.

Nel 1965 divenne Preside della facoltà di Lettere e tre anni dopo venne nominato Rettore.

Rimase in carica per i successivi quindici anni, in cui dovette gestire la contestazione studentesca e la crisi culturale di quel periodo.

Contemporaneamente continuava il suo impegno nella Diocesi di Milano come Presidente diocesano di Azione Cattolica e direttore del quotidiano l’ “Italia”.

Il suo scopo principale continuò ad essere quello di formare laici maturi che sapessero costruire una “città dell’uomo a misura d’uomo”, come era solito ripetere, impegnandosi in questo modo anche a tradurre gli insegnamenti del Concilio Vaticano II, soprattutto per quanto riguarda la teologia dei laici, sempre al centro dei suoi studi e delle sue ricerche.

In questo obiettivo rientravano anche gli incontri con i giovani in tutta Italia e gli incontri spirituali all’Eremo di San Salvatore, che possiamo dire sia stata la sua vera cattedra, dalla quale si è fatto Maestro dei giovani, con i quali ha dialogato formando le nuove generazioni alla testimonianza coerente del Vangelo.

Verso i giovani lì radunati si esprimeva con le seguenti parole chiare e attuali:
“Il laico in quanto uomo battezzato, è membro della Chiesa allo stesso titolo del papa, di tutti i vescovi, dei sacerdoti, dei religiosi. Non esiste altro titolo di appartenenza alla Chiesa. I titoli successivi per i quali gli uomini battezzati sono chiamati papa, vescovo, sacerdote, religioso, laico, sono titoli che non riguardano la vocazione fondamentale per tutti che è la santità. Si tratta di titoli che riguardano le funzioni che vengono esercitate nella Chiesa dagli uomini battezzati, in quanto appartengono a una o all’altra categoria di fedeli”.

Nel 1984 iniziarono i primi problemi di salute e gli venne diagnosticato un tumore all’intestino.

Ma questa nuova, difficile situazione non gli impedì di impegnarsi nel dar vita alla sua ultima creazione: l’associazione “Città dell’Uomo”, al servizio dei laici per promuovere un’adeguata formazione politica.

Nel suo testamento spirituale aveva scritto:

“Amate la Chiesa, mistero di salvezza del mondo…. Amatela come la vostra Madre, con un amore che è fatto di rispetto e di dedizione, di tenerezza e di operosità. Non vi accada mai di sentirla estranea e di sentirvi a lei estranei; per lei vi sia dolce lavorare e, se necessario, soffrire. Che se in essa doveste a motivo di essa soffrire, ricordatevi che vi è Madre; sappiate per essa piangere e tacere”.

“Amatevi tra voi con sincerità di cuore e aiutatevi, portando gli uni i pesi degli altri, a realizzare la vostra vocazione così che la vostra luce splenda, sotto la custodia dell’umiltà, a testimoniare nel mondo la presenza e la forza dell’Amore, fatti a tutti servi, tanto più quanto più grandi fossero le responsabilità cui potrete essere chiamati”.

Morì la vigilia di Pentecoste il 18 maggio 1986.

All’omelia dei funerali nella basilica di Sant’Ambrogio, il Cardinale Carlo Maria Martini tessé l’elogio di questo laico cristiano “fedele” e “libero”, fornito di uno “straordinario” carisma di “educatore di coscienze giovanili”.

A cinque anni di distanza dalla morte la Chiesa di Milano avviò il processo di canonizzazione, conclusosi con una solenne cerimonia in Sant’Ambrogio, presieduta dal Cardinal Martini, che disse:
Lazzati ci appare in modo vero un uomo…bruciato interiormente dal desiderio di corrispondere alla chiamata di Dio, di attuare in sé e nel mondo la verità del Vangelo. In lui il Vangelo di Gesù ha assunto il volto dell’uomo contemporaneo”.

La sua salma si trova nella Cappella dell’Eremo San Salvatore dove è riportata la frase spesso da lui usata nei suoi dialoghi con i giovani:
“Il cristiano è nel tempo rivelazione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.