Nato a Santa Fiora (GR), il 6 agosto 1922 e morto a Faenza, il 25 aprile 1992.

Santa Fiora, piccolo paese di minatori sul monte Amiata, dove Balducci è nato il 6 agosto 1922, primogenito di quattro figli, è sempre stato da lui rievocato come un luogo fondamentale per la sua formazione umana e religiosa.

“Mi sono spesso domandato che ne sarebbe stato di me se fossi nato in una città chiassosa e illuminata, in una tranquilla famiglia borghese. Ma sono nato nel silenzio di un paese medioevale, sulle pendici di un vulcano spento e in una cornice umana dove era difficile discernere il confine tra la realtà e la fiaba.
Sono cresciuto avvolto in un silenzio che mi dava spavento e mi avezzava  ai contatti con il mistero. E’ stata una grazia? E’ stata una circostanza casuale che ha condizionato la mia libertà per sempre? Queste domande si spengono nel silenzio e cioè nel giusto posto.”(1)

Suo padre era minatore e la sua famiglia viveva in povertà. Da quell’ambiente, che egli ricordava caratterizzato da grandi sacrifici, da dedizione al lavoro e da una fede intessuta di laicità, aveva tratto molti principi ispiratori della sua religiosità e uno stile di vita sobrio e riservato.

Inoltre egli sentiva come un dovere di fedeltà al suo popolo e alle sue origini la necessità di “dare voce” alle lotte e alle istanze di giustizia dei poveri, dai minatori dell’Amiata agli emarginati della città come a quelli del terzo mondo.

Studiò nel seminario minore degli Scolopi e in seguito decise di diventare sacerdote.

Fu ordinato il 26 agosto 1945 e fu inviato subito a Firenze dove iniziò a insegnare e dove frequentò la Facoltà di Lettere e Filosofia.

Fondò un circolo umanistico cristiano e ampliò i suoi interessi letterari verso tematiche rosminiane e moderniste.

Verso la fine degli anni quaranta l’incontro con Giorgio La Pira, che con forza sapeva suscitare nuove prospettive all’interno del mondo cattolico, indusse Balducci a spostare i suoi interessi verso tematiche sociali e politico-culturali e ad impegnarsi nei gruppi giovanili della S. Vincenzo.

In questi gruppi la sensibilizzazione ai problemi sociali e politici avveniva tramite l’esperienza del rapporto diretto con i poveri.

Da queste esperienze sarebbe poi sorto il gruppo “ Il Cenacolo”, caratterizzato da un impegno cattolico di tipo nuovo, che tendeva a superare i modelli assistenziali e prevedeva una formazione religiosa, teologica e spirituale con una forte attenzione verso i problemi politico-sociali.

Da questa esperienza emerse la sua capacità di formazione dei giovani.

Egli proponeva modelli spirituali e di vita associativa desunti da esperienze francesi che, a differenza degli schemi molto rigidi diffusi in Italia, suggerivano modalità più libere, con momenti comunitari vissuti con intensità di rapporti e collegati ad un profondo rispetto delle scelte di ciascuno.

Balducci partecipò con sempre maggiore intensità anche alle iniziative per la pace messe in atto da La Pira, diventandone uno dei più stretti collaboratori e suo supporto ecclesiale sul piano teologico e religioso delle sue scelte, come, ad esempio, quella di promuovere il convegno sulla “Pace e civiltà cristiana” del 1954, che tendeva ad incentivare un dialogo tra culture diverse con l’intento di  superare un’ottica puramente occidentale.

Nel 1957 Balducci partecipò alla Missione di Milano, su invito del vescovo Gian Battista Montini, insieme a padre David Turoldo e don Primo Mazzolari.

Parlando alla radio fece conoscere, tra i primi in Italia, il pensiero di Teilhard de Chardin e di Emmanuel Mounier, il fondatore della rivista “Esprit”, di cui Balducci fu attento lettore.

Le censure romane verso i fermenti innovativi presenti nella Chiesa Cattolica, che caratterizzavano gli ultimi anni del pontificato di Pio XII, colpiscono anche le iniziative di La Pira e dei suoi collaboratori più stretti. Nel 1954 nominato come vescovo di Firenze Ermenegildo Florit, legato ad Ottaviani e al ‘partito romano’, i religiosi vicini a La Pira, cioè Ernesto Balducci, David Maria Turoldo e Giovanni Vannucci vennero allontanati da Firenze.

Nel 1958 Balducci fondò la rivista “Testimonianze” con un gruppo di amici legati al “Cenacolo”. L’intento era quello di dare voce a un cattolicesimo non più caratterizzato da un “proselitismo aggressivo”, ma che si fondasse piuttosto sul valore della testimonianza, ispirandosi alla spiritualità dei Piccoli Fratelli di Charles de Foucauld.

Balducci esprimeva alcune esigenze sociali e di dialogo presenti nel mondo cattolico soprattutto giovanile e seguiva da vicino gli eventi connessi con il pontificato di papa Giovanni XXIII e i lavori conciliari.

In quel periodo riuscì ad intessere molti rapporti con teologi e vescovi di tutto il mondo e il Concilio divenne un’occasione unica per ampliare i suoi orizzonti teologici.

Egli si impegnò molto nello studio e nella divulgazione del dibattito conciliare, condividendo la speranza di una riforma della Chiesa incentrata sul primato della Parola di Dio nella forte rivalutazione del ruolo del popolo di Dio e della Chiesa locale e su un rapporto profondamente rinnovato della Chiesa col mondo contemporaneo.

Proprio in quegli anni di grandi speranze di rinnovamento della Chiesa, Balducci dovette affrontare molte polemiche e conflitti per le sue prese di posizione. Subì anche un processo negli anni 1963 – 64 per apologia di reato per la sua difesa dell’obiezione di coscienza, espressa in un articolo-intervista apparso sul “Giornale del mattino”. Il processo si concluse con la condanna in appello e in cassazione e con la denunzia al Sant’Uffizio.

Fu per intervento di Paolo VI se Balducci riuscì a tornare a Firenze, pur dovendo risiedere a Fiesole, cioè al di fuori dei confini della Diocesi.

Due anni dopo morì Don Lorenzo Milani di cui Balducci aveva condiviso in parte le vicende.

La restaurazione conciliare espressa emblematicamente dall’Humanae Vitae e dalla destituzione di Lercaro aveva ripercussioni anche a Firenze e Balducci modificò progressivamente il suo atteggiamento di speranza nella riforma della Chiesa ed espresse ampiamente la sua delusione al riguardo nei suoi numerosi scritti degli anni ottanta e novanta.

Negli anni ottanta fu anche protagonista dei convegni promossi dalla rivista “Testimonianze”, che avevano come ispirazione il tema “Se vuoi la pace prepara la pace”, offrendo un contributo originale all’elaborazione di un’autentica cultura della pace.

Il suo impegno più significativo degli ultimi anni fu la fondazione della casa editrice “Edizioni Cultura della Pace” (ECP) .

La sua riflessione e predicazione si incentrano sempre più nettamente su una matrice biblico-evangelica, intesa come prospettiva profetica. In essa si collocano la lettura del Vangelo come annuncio di pace e di una società non violenta, l’ impegno per gli emarginati della città, i rapporti con i detenuti politici e la partecipazione alle lotte di liberazione dei popoli del terzo mondo.

Il 6 febbraio 1992 muore l’amico David Maria Turoldo e Balducci partecipa alla liturgia funebre nella chiesa di S.Carlo al Corso a Milano celebrata dal vescovo della città, cardinale Carlo Maria Martini.

Alla fine di marzo alla Badia Fiesolana, intervistato da Sergio Zavoli in una sala affollatissima, presenta il volume “La terra del tramonto” in cui riesprime la sua riflessione sulla cultura, intesa non come “puro modo di pensare” ma come “modo di essere”, e sull’umanità, nella pluralità delle sue espressioni, come nuovo soggetto della storia in luogo della “umanità occidentale”.

Poche settimane più tardi, il 25 aprile 1992, Ernesto Balducci muore in seguito alle gravissime conseguenze di un incidente stradale.

Alcune sue opere:
“L’uomo planetario”,  Camunia Milano
“La Chiesa come Eucaristia”,  Queriniana Brescia
“Diario dell’esodo”,  Vallecchi Firenze

(1) A cura di L. Martini – ”Il cerchio che si chiude”, intervista autobiografica – ed. Piemme