Nata il 30 settembre 1929 a Colonia e morta il 27 aprile 2003 a Göppingen (Germania).

Teologa evangelica si è dedicata inizialmente allo studio dell’antichità classica e della letteratura tedesca.
Quindi ha studiato teologia, filosofia e letteratura all’Università di Colonia e si è laureata con una tesi sulle connessioni tra teologia e poesia.
Docente universitaria a Colonia, deve la sua notorietà alla metà degli anni sessanta in quanto annoverata tra gli esponenti della cosiddetta “Teologia della morte di Dio”. Fu sua la proposta di una “cristologia post-teistica”: per l’uomo che dopo la “morte di Dio” vive in una situazione di alienazione, il modo di avere un’esperienza di Dio (ritrovando così la sua propria identità) è dato dalla possibilità di assumere come proprio “rappresentante” il Cristo.
In seguito il suo pensiero si è accentuato sulle dimensioni della prassi e della politica: compito dell’uomo è quello di impegnarsi a fondo per la “causa di Gesù nel mondo”.
E’ stata attiva in politica, prendendo posizione contro la guerra nel Vietnam, la corsa agli armamenti e le ingiustizie in atto nei paesi in via di sviluppo.
In particolare dal 1968 al 1972 ha organizzato il Politisches Nachtgebet (la Preghiera Politica Notturna) a Colonia.
E’ stata per diversi anni (1975-1987) professore di teologia sistemica a New York e in seguito ha ricevuto una carica onoraria all’Università di Amburgo nel 1994.
Ha scritto un gran numero di libri.
Forse la sua opera più conosciuta è “Suffering”, che offre una critica al “masochismo cristiano” ed al “sadismo cristiano”. La critica di Sölle è contraria all’ipotesi che Dio sia onnipotente e causa della sofferenza e quindi gli esseri umani soffrano per uno scopo più grande. Invece Dio soffre ed è impotente al nostro fianco.
Secondo il suo pensiero, gli esseri umani devono lottare insieme contro l’oppressione, il sessismo e le altre forme di autoritarismo.
Dorothee Sölle morì di infarto durante una conferenza a Göppingen il 27 aprile 2003.
Spesso questa teologa aveva affidato la sua riflessione alla poesia, com’è il caso anche della composizione che segue.
Con un testo di immediata comprensione, l’autrice comunica le dimensioni della sua fede e l’opposizione a tutto ciò che non è riconducibile allo sviluppo della giustizia nel mondo.

Non credo al diritto dei più forti, al linguaggio delle armi, alla potenza dei potenti.
Voglio credere ai diritti dell’uomo, alla mano aperta, alla potenza dei non-violenti.

Non credo alla razza o alla ricchezza, ai privilegi, all’ordine della forza e dell’ingiustizia: è un disordine.
Non credo di potermi disinteressare a ciò che accade lontano da qui.
Voglio credere che il mondo intero è la mia casa e il campo nel quale semino, e che tutti mietono ciò che hanno seminato.

Non credo di poter combattere altrove l’oppressione, se tollero l’ingiustizia qui.
Voglio credere che il diritto è uno, tanto qui che altrove, che non sono libero finché un solo uomo è schiavo.

Non credo che la guerra e la fame siano inevitabili e la pace irraggiungibile.
Voglio credere all’azione semplice, all’amore a mani nude, alla pace sulla terra.

Non credo che ogni sofferenza sia vana.
Non credo che il sogno degli uomini resterà un sogno e che la morte sarà la fine.

Oso credere invece, sempre e nonostante tutto, all’uomo nuovo.
Oso credere al tuo sogno, o Dio, un cielo nuovo, una terra nuova dove abiterà la giustizia.