Nasce a San Casciano Val di Pesa (Fi) nel 1939, e muore a Viareggio, il 19 gennaio 1998.

Don Beppe Socci nasce nell’aprile del 1939 a San Casciano Val di Pesa dove trascorre un’infanzia felice. Quando il padre muore all’improvviso d’infarto mentre si reca al suo lavoro di fattore, il gruppo familiare si stringe intorno al bambino e alla mamma in una gara di solidarietà che rimarrà per Beppe fonte di ispirazione costante.
Entra giovane nel seminario di Firenze. Nel ‘62 legge un libro di don Sirio Politi che come “prete operaio”, primo in Italia, lavorava ed abitava alla Darsena di Viareggio.
Beppe lo cerca, lo conosce ed è attratto dal suo stile di vita. Decide quindi di seguirne l’esempio.
Dopo l’ordinazione sacerdotale, fa il bracciante agricolo nelle colline del Chianti.

Nel ‘69 si trasferisce a Viareggio per unirsi alla piccola comunità di uomini e donne alla quale don Sirio aveva nel frattempo dato vita. Vivono nel quartiere Bicchio nella parte sud della città.
L’anno seguente diventa pescatore, “un mestiere – come scriverà – antico e duro, che ha conservato il suo carattere primitivo. Il vento e la pioggia, il giorno e la notte, la bonaccia e il marettone lo rendono dipendente dalla forza della natura”. Qualche anno più tardi farà il manovale in un cantiere navale.

Nel ‘75 decide di lasciare la comunità per andare a vivere per conto proprio seguendo un impulso del cuore: prendersi cura di quattro fratellini (dai 5 agli 11 anni) che in seguito a un grave episodio erano stati tolti ai genitori. Ottenuto dal Tribunale dei Minori di Firenze l’affidamento, li terrà con sé fino all’adolescenza, in attesa che la loro difficile situazione familiare si sistemasse.
Sono anni in cui, a partire dall’esperienza che sta vivendo, propone con forza la scelta dell’affidamento familiare, coinvolgendo un gruppo sempre più vasto di famiglie sensibili alla proposta di farsi carico di minori in difficoltà.
Viareggio diventa in poco tempo la prima città toscana per numero di affidi.
Nei primi anni si destreggia come può tra le incombenze domestiche e la cura dei bambini, ma ben presto riprende a lavorare.

L’occasione viene nel ‘79 quando don Sirio gli propone di partecipare a una nuova avventura: un laboratorio artigianale da far sorgere in un grande capannone nel cuore della Darsena. Don Beppe vi si recherà dedicando mezze giornate di lavoro come impagliatore di seggiole.
Durante il giorno molte persone si recavano alla nuova struttura per scambiare qualche parola, avere un parere, fare una richiesta. Capitò che qualcuno chiedesse loro di ospitare a “lavorare” nel laboratorio il figlio disabile: da allora il numero di persone con disabilità crebbe e il laboratorio, specie dopo la morte di don Sirio, perse l’identità artigiana per ospitare la C.R.E.A., una cooperativa di servizi sociali.
Don Beppe rimane a lavorare in cooperativa come operatore alla mattina e come artigiano impagliatore al pomeriggio. Nel frattempo i figli in affidamento crescono e tornano alla casa paterna e lui a sua volta torna a vivere con don Sirio alla Chiesetta del Porto in Darsena.

Il 1988 segna per lui un’importante novità: il vescovo lo nomina parroco della chiesa dei “Sette Santi Fondatori” in Darsena.
Don Beppe riversa nella parrocchia le stesse cure che aveva dedicato ai suoi ragazzi. In pratica per lui la parrocchia è stata come una famiglia e questo stile, questa capacità di accudimento vengono recepiti e fra la gente aumenta la capacità di intrecciare relazioni.
A don Beppe viene affidata anche la cura degli anziani di un pensionato presente sul territorio della parrocchia: anche lì farà di tutto, e con successo, per legare il pensionato alla realtà del quartiere.
Il saper “tenere insieme”, “fare famiglia” è una caratteristica evidente della sua personalità.

Don Beppe è pacifista convinto e, in occasione della guerra del Golfo, anima a Viareggio i comitati per la pace e intraprende con lena la sua lunga battaglia contro i cappellani militari.

Occorre smilitarizzare l’uomo, iniziando a smilitarizzare la Chiesa compromessa con i cappellani militari in una struttura che è scuola di morte.”

Intuisce che il pacifismo si insegna a partire dai bambini e per questa ragione avvia numerose iniziative nelle scuole per educare alla pace.
Nel frattempo per rendere la pace una realtà concreta, dà nuova vita ad un’associazione già esistente l’A.R.C.A.. Apre in Darsena, alcuni pomeriggi la settimana, una bottega delle seggiole impagliate dove fa incontrare volontari e persone con disagio, creando un posto semplice, umile, dove si lavora e si sta insieme, un punto di riferimento vivace nel tessuto sociale del quartiere.
L’associazione dà anche l’avvio al progetto di creare a Viareggio una casa famiglia per ospitare le persone con disabilità che, con il passare degli anni e l’inevitabile morte dei genitori, rimangono soli.

Nel pieno delle sue attività, mentre stava ancora cercando nuove forme di impegno sociale, il 19 gennaio 1998 un infarto lo coglie di mattina mentre si reca al lavoro. Morirà dopo poche ore in ospedale.
Migliaia di persone inconsolabili accorrono, si svuotano i posti di lavoro, la Darsena si affolla di gente unita da un nuovo senso di fraternità. Il Sindaco dichiara mezza giornata di lutto cittadino per consentire ad ognuno di recarsi alla Chiesetta del Porto a rendergli l’ultimo saluto.
Il giorno dei funerali i negozi restano chiusi per lutto, le bandiere nere issate sui pennoni della barche dei pescatori, gli striscioni dei consigli di fabbrica, i gonfaloni del Comune che seguono il feretro, tutto racconta la ferita della città.
La sua memoria continua ad essere viva fra gli abitanti di Viareggio.
“Indifferenti mai” erano le parole scritte su uno striscione al funerale di don Beppe, parole che lui ripeteva spesso e che negli anni a venire sarebbero state ricordate da chiunque intendesse tenere viva la sua memoria.