Nato il 22 novembre 1916 a Coderno di Sedegliano (Friuli) e morto il 6 febbraio 1992 a Milano.

Giuseppe Turoldo nacque da una famiglia povera e religiosa che ne temprò la personalità.

Nel 1940 divenne sacerdote nell’ordine mendicante dei Servi di Maria e prese il nome di David Maria.

Durante la guerra fu a Milano, nel convento di San Carlo, dove rimase per quindici anni. Nel ‘46 si laureò in filosofia sotto la guida di Gustavo Bontadini all’Università Cattolica.

Fondò con padre Camillo De Piaz la “Corsia dei Servi”, laboratorio di iniziative culturali.

Partecipò alla Resistenza antifascista con il gruppo de “L’Uomo”, periodico clandestino, espressione del Movimento per l’Unità d’Italia.

Su invito del Cardinal Schuster tenne la predicazione domenicale in Duomo dal 1943 al 1953.

Un uomo di forte personalità, scrittore di saggi e di libri, collaboratore di giornali e riviste, Turoldo ebbe un ruolo importante anche dal punto di vista politico e sociale, ruolo che talora gli provocò sofferte incomprensioni con l’autorità ecclesiastica che lo allontanò dal convento di Milano.

Per una decina d’anni fu assegnato ad una predicazione itinerante tra Svizzera, Inghilterra, Stati Uniti e Canada ed in seguito per un breve periodo a Firenze al Convento dell’Annunziata.

Con la morte di papa Giovanni, in pieno Concilio Ecumenico, a metà degli anni ‘60, il vescovo di Bergamo, Clemente Gaddi, gli affidò il priorato benedettino di S. Egidio, a Fontanella, vicino a Sotto il Monte, paese natale di papa Giovanni XXIII. Lì rimase per circa trent’anni.

In questo periodo padre David espresse un forte impegno etico e politico, richiamato dagli eventi degli anni settanta/ottanta. Impegno testimoniato dai numerosi interventi sulla stampa quotidiana e attraverso trasmissioni radiofoniche e televisive e innumerevoli conferenze in tutta la Lombardia e anche nel resto d’Italia.

Gli ultimi anni della sua vita, oltre a essere segnati dal dramma della lotta contro la malattia e caratterizzati dalla più alta produzione poetica, costituirono per Turoldo un più sereno rapporto con la Chiesa, di cui furono segni eloquenti la rinnovata chiamata a predicare nel duomo di Milano da parte del cardinal Carlo Maria Martini e l’assegnazione del premio Lazzati da parte dell’Associazione Ambrosianeum.

Morì a Milano il 6 febbraio 1992.

In una lettera aperta, in occasione del decimo anniversario della sua morte, don Angelo Casati scrive:

“E io ero affascinato dai tuoi versi, asciutti, ma abitati dallo stupore: ‘Io non ho mani che mi accarezzino il volto…’.

Eri un servitore della Parola, del popolo e della Parola insieme. Ti ho visto sulle strade, le strade di tutti, a camminare con tutti, al di là delle appartenenze – la chiesa appartiene soltanto al suo Dio! – quelle appartenenze che poco o tanto sequestrano e velano l’universalità dei cammini. Non fu un luogo facile la strada: c’è rumore, c’è polvere, c’è fatica, c’è passione. E’ luogo di fraintendimenti la strada. E anche di incomprensioni: quelle che tu hai patito da parte di coloro che sono soliti giudicare tutto e tutti dall’alto della loro illibatezza. E come avrebbero potuto, dall’alto della loro separatezza, leggere la sete di Dio e la passione del Vangelo dietro le vesti impolverate e strappate di chi aveva scelto di stare sulla strada degli uomini?… Hai passato una vita con gli ultimi, con le loro speranze e con le loro disperazioni. Degli ultimi infaticabile voce, fino a condividere, nell’ultimo male, la loro sorte…

Nel salutarti il Cardinal Martini volle dirti: ‘Tu, Padre David, hai sentito il silenzio di Dio, l’abbandono dell’uomo, l’urlo della disperazione presente in ciascuno di noi: e ci hai condotto per queste foreste oscure, con mano amica, tremante, perché tu stesso tremavi e temevi, ma con una fede incrollabile, che non sempre abbiamo saputo capire e valutare’.

Possente la tua voce come di tuono, ma tenerissimo il cuore…per te la cosa importante era raccontare e ascoltare…ci manchi, Padre David. Ma sappiamo che oltre la soglia arde il fuoco e ci sono ‘mani che ti accarezzano il volto’ “.

Il suo continuo rapporto con il mistero e il rapporto stesso con la morte sono sempre stati presenti in padre David. E’ lui stesso a dire:

Per sapere perché ho cantato quello che ho cantato potrà essere d’aiuto calarsi nell’onda del mio mare e bagnarsi nelle mie acque e capire come vita e morte sono un solo magma. Per la morte ho imparato a cantare alla vita, agli amori, alla bellezza delle battaglie, alla libertà dello spirito, all’impetuosità di tante mie scelte. Mio cibo e mia bevanda di sempre è stata la Parola, la Bibbia. A quelle scaturigini deve essere rapportato il mio cantare; a quelle fonti la sostanza e il vigore del mio dire e dell’agire. Così, la mia poesia vorrebbe essere, insieme, parola e azione. Perché abbiamo staccato la parola dalle cose; invece io ho cercato di fare della poesia un continuo irrompere nella storia, facendo della storia la dimora della mia stessa esistenza… Nessuno può astrarre dalla storia – anche se la storia è lo spazio della profezia imperfetta, della profezia incompiuta – ognuno eredita e tramanda; ognuno ha da rispondere alle sue determinate responsabilità. Tutto lega!”

E lui, a fianco e da fratello di tutti, dice:

“Fratello ateo,
nobilmente pensoso
alla ricerca di un Dio che non so darti,
attraversiamo insieme il deserto.
Di deserto in deserto andiamo
oltre la foresta delle fedi
liberi e nudi verso
il nudo Essere
e là
dove la Parola muore
abbia fine il nostro cammino”.

David Maria Turoldo ci ha lasciato numerosi scritti di poesia e di teologia.

Ricordiamo tra i tanti: “O sensi miei”, che raccoglie quarant’anni di poesia.

L’uomo meditativo e il monaco si esprimono direttamente nei saggi: “Da una casa di fango”, “Giobbe”, “La parola di Gesù”, “Tempo dello spirito”, “Uno solo è il maestro”, “Canti ultimi”, “Perchè a te Antonio?”… solo per citarne alcuni.

Molto diffusa ed utilizzata è la sua traduzione commentata de “I salmi” scritta con Gianfranco Ravasi.