Nata a Forlì il 2 aprile 1943, e morta a Borama, il 5 ottobre 2003.

Annalena Tonelli non ha mai desiderato parlare di sé, ma trascorrendo la sua vita in silenzio e in coerenza con il vangelo, prima nella sua città natale e poi per 35 anni in terra musulmana, ha inventato e fatto conoscere ai tanti che l’hanno incontrata una nuova speranza e una nuova vita migliore.

Gli anni dei suoi studi universitari sono gli anni attraversati dai grandi fermenti del Concilio e Annalena, anche appassionandosi alle testimonianze di vita e agli insegnamenti di Francesco d’Assisi, Charles de Foucauld, don Milani, don Mazzolari, Gandhi, avverte l’esigenza di un ritorno alla radicalità del vangelo e di un forte impegno a favore dei più poveri.

Ottenuta la laurea in legge a Bologna, per sei anni è al servizio dei più bisognosi e emarginati nel quartiere più trascurato della sua città. Quindi fonda a Forlì il Comitato per la Lotta contro la Fame nel Mondo, che ancora oggi ne prosegue l’opera.

Sentendo fortemente il desiderio di condividere pienamente la condizione dei poveri, nel 1969 decide di partire per l’Africa. Vivrà in Kenia, nel deserto, in un villaggio di tribù nomadi, poverissime e rigidamente musulmane.

Insieme ad un’amica che l’ha raggiunta, vive in fraternità e preghiera.

Si trova di fronte alle vittime della tubercolosi, allontanate dalle famiglie, abbandonate da tutti per la paura del contagio, condannate ad una fine lenta. Li accoglie, li veste. Apre una piccola struttura di cura, che pian piano con gli aiuti del Comitato, amplia. Cura i malati con sempre maggiore competenza, che acquisisce anche attraverso studi di medicina e specializzazioni nella cura della tubercolosi e delle malattie tropicali.

Inizia a sperimentare un nuovo metodo per la cura della TBC, metodo in seguito adottato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e che ancora oggi è applicato in tutto il mondo.

Malgrado il fisico minuto, Annalena ha una grande forza fisica e una buona dose di coraggio che le permette di non piegarsi di fronte ai ricatti e alle prepotenze dei capi locali.

Nel 1984 l’operato delle autorità del Kenia avrebbe portato allo sterminio di una tribù del deserto. Le sue denunce pubbliche evitano il genocidio. Arrestata, viene portata davanti alla corte marziale, quindi espulsa.

Dopo un anno torna in Africa, questa volta in Somalia.

Negli ultimi sette anni vive a Borama, una cittadina vicino alla frontiera con l’Etiopia, fatta di baracche di legno affacciate su strade polverose, dove riattiva un ospedale e un ambulatorio per la cura e la prevenzione della tubercolosi e dell’AIDS, curando un migliaio circa di malati a un ritmo intensissimo di lavoro.

Oltre alle cure mediche, avvia anche corsi di istruzione sanitaria al personale paramedico, una scuola per bambini sordomuti e handicappati fisici, una scuola di lingua inglese, una di insegnamento del Corano, in cui vengono accolti bambini e adulti malati.

Con l’educazione l’uomo fiorisce più facilmente in una creatura capace di vivere in Dio suo creatore e datore di ogni bene”, così si esprime Annalena.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità le fornisce i medicinali essenziali e Annalena provvede alla spesa del mantenimento della struttura ospedaliera, agli stipendi per il personale, al cibo per i pazienti, a mantenere le attrezzature scolastiche…

Il Comitato per la Lotta contro la fame nel Mondo, in contatto quasi giornaliero con lei, via fax, le invia medicinali, materiale sanitario e didattico, denaro.

Annalena sa di rischiare, stando – da sola, donna e bianca, non sposata e cristiana – in un contesto integralmente musulmano, nel quale

non c’è nessun cristiano con cui io possa condividere, e dove due volte all’anno intorno a Natale e Pasqua, il vescovo di Djibuti viene a dire la Messa per me e con me”.

Ringraziava Dio per il dono più grande che aveva ricevuto nella sua vita:

I miei nomadi del deserto. Musulmani, loro mi hanno insegnato la fede, l’abbandono incondizionato, la resa a Dio, una resa che non ha nulla di fatalistico ma è rocciosa e arroccata in Dio. I miei nomadi mi hanno insegnato a far tutto in nome di Dio”.

 Credeva nel dialogo.

Il dialogo con le altre religioni è questo. E’ condivisione. Non c’è bisogno quasi di parole. Il dialogo è vita vissuta, almeno io lo vivo così”.

Capace di perdonare anche chi aveva tentato di ammazzarla per le sue prese di posizione contro predoni, fondamentalisti islamici e capi clan, che rubavano il denaro e i viveri inviati per sostenere i poveri. Con la sua tenace dimostrazione di amore gratuito ha fatto riflettere tante delle innumerevoli persone che ha accostato nella sua intensa attività in Africa. Solo alla luce di questo si capisce come mai donne musulmane avessero accettato che una straniera (per di più cristiana) insegnasse loro – ben prima che la lotta alle mutilazioni genitali emergesse nei paesi europei – come liberarsi da una pratica antica e disumana.

Il paradosso è che a capire in profondità il segreto di questa donna umile è stato proprio un vecchio capo musulmano, che confidò una volta alla missionaria italiana: “Noi musulmani abbiamo la fede, voi l’amore.”

Il 5 giugno 2003 a Ginevra le viene assegnato da parte dell’ONU il prestigioso premio Nansen, con il quale le viene riconosciuto “l’impegno eccezionale per migliorare la sorte di coloro che in Somalia non hanno alcuna protezione”.

Annalena è deceduta il 5 ottobre 2003 a Borama in seguito ad un attentato per mano di un ragazzo, con un colpo di arma da fuoco davanti all’ospedale da lei stessa fatto costruire, dove aveva appena terminato la visita serale ai suoi degenti.

Su pressante invito del Vaticano, Annalena ha lasciato una lunga e coinvolgente testimonianza ad un convegno sul volontariato (30 novembre 2001), da cui sono riprese le citazioni riportate in questo scritto. Tra l’altro dice:

La vita è sperare sempre, sperare contro ogni speranza, buttarsi alle spalle le nostre miserie, non guardare alle miserie degli altri, credere che Dio c’è e che lui è un Dio d’amore.”

Nella mia vita non c’è rinuncia, non c’è sacrificio. La mia è pura felicità. Non c’è che una tristezza al mondo: quella di non amare.”

Io non sono né missionaria, né laica. Sono totalmente consacrata a Dio e ai poveri”

Annalena ha dimostrato con la sua testimonianza di vita come una persona da sola, senza appartenere a nessuna organizzazione, ma che crede fino in fondo in quello che fa, possa mettere in atto cambiamenti tali da migliorare nettamente la vita degli altri.

Di lei è stata scritta la biografia: “Io sono nessuno” da Miela Fagiolo d’Attilia – Roberto Italo Zanini, Edizioni San Paolo, 2004.