Nato a Pieve Tesino (Trento), il 3 aprile 1881 e morto a Borgo Valsugana, il 19 agosto 1954.

Alcide De Gasperi nacque a Pieve Tesino quando il Tirolo era una regione appartenente all’impero austro-ungarico.

Nel 1900 si iscrisse alla facoltà di filosofia dell’università di Vienna. Entrò in contatto con il movimento cristiano sociale ispirato all’enciclica di Papa Leone XIII Rerum Novarum e divenne un fiero avversario del capitalismo liberale e del socialismo.

Nel 1905 entrò a far parte della redazione del giornale “Il Nuovo Trentino” e ne divenne direttore. Dalle colonne del quotidiano appoggiò in maniera incondizionata il movimento che auspicava la riannessione del Sud Tirolo all’Italia.

Presto mostrò le sue capacità di leader cattolico intransigente: capofila del movimento studentesco Cristiano-sociale e protagonista delle lotte degli studenti trentini.

Nel maggio 1921 venne eletto deputato nelle liste del Partito Popolare Italiano fondato da don Sturzo di cui divenne poi il successore.

L’ascesa inarrestabile del fascismo verso la dittatura totalitaria lo costrinse a dimettersi nel 1925 e nel marzo 1927 verrà arrestato a Firenze con l’accusa di espatrio clandestino. Restò in carcere due anni e sei mesi. Fu il periodo più difficile della sua vita. A causa di una malattia, l’intercessione della Santa Sede gli consentì di trascorrere la detenzione prima in una clinica sotto sorveglianza poi a godere della libertà vigilata.

In questo periodo si dedicò alla traduzione dal tedesco di alcuni testi fondamentali della religione cristiana, attività che gli consentì l’accesso alla Biblioteca Apostolica Vaticana, dove rimase a lavorare fino al crollo del fascismo.

Durante la lotta partigiana, attorno ai Comitati di Liberazione, nacque tra gli altri partiti, un nuovo partito cattolico, la Democrazia Cristiana, il cui impianto ideologico si rifaceva alla dottrina sociale della Chiesa. De Gasperi ne era a capo e godeva dell’appoggio incondizionato della Chiesa.

Come segretario della Democrazia Cristiana entrò a far parte del Comitato di Liberazione nazionale e dopo lo sbarco a Salerno degli angloamericani divenne ministro nel governo dell’Italia liberata.

Dopo la Liberazione dal dicembre 1945 all’agosto del 1953, fu ininterrottamente Presidente del Consiglio.

Nel mondo De Gasperi portò l’immagine di un’Italia povera e dignitosa, consapevole di aver perso la guerra accanto all’alleato peggiore, ma decisa a rivendicare libertà e indipendenza.

Nel 1946 intervenne a Parigi alla Conferenza di pace, dove ebbe modo di contestare, attraverso un elegante e impeccabile discorso, le dure condizioni inflitte all’Italia dalla Conferenza: “Prendendo la parola in questo consesso mondiale, sento che tutto, salvo la vostra personale cortesia, è contro di me”.

Queste parole dell’incipit del suo intervento colpì molto i delegati. Non passava inosservato questo italiano di frontiera, profondamente legato alla patria, che non urlava, non gesticolava, non si lamentava.

L’intuizione di De Gasperi fu di dare forma alla DC come partito nazionale di centro e interclassista. Tenendo insieme continuità e innovazione costruì pazientemente la trama democratica tenendola al riparo dalle nostalgie neofasciste e dalle aspirazioni rivoluzionarie dei comunisti.

Dopo il 18 aprile 1948, la DC avrebbe potuto governare da sola. Ma, per evitare un governo di tipo clericale, De Gasperi decise di aprire il governo agli alleati laici. Volle allargare la base sociale di consenso, in particolare alla classe operaia che aveva seguito i socialdemocratici.

Era sua convinzione che: “Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione.”

Infatti De Gasperi con il suo governo, attraverso politiche di liberismo commerciale, di sostegno all’impresa pubblica, di solidarietà europea, di salvaguardia dell’Alleanza atlantica, di assistenza sociale, di sviluppo industriale, di difesa delle minoranze, di legittimazione della maggioranza di governo, ha portato l’Italia, negli anni seguenti, ad essere un interlocutore credibile nel contesto globale.

Con la Santa Sede i rapporti non furono sempre facili, per esempio, alle votazioni amministrative del 1951 a Roma, il Papa Pio XII tentò di imporgli l’alleanza con i neofascisti. De Gasperi rifiutò, sicuro che la DC avrebbe vinto allo stesso, come infatti accadde.

Ma Pio XII non lo perdonò. Quando De Gasperi, che da presidente del Consiglio non l’aveva mai incontrato, gli chiese un’udienza per benedire i suoi trent’anni di matrimonio, il Papa rifiutò: “Come cristiano accetto l’umiliazione, come capo del governo chiederò spiegazioni”, fu la sua risposta.

Nella vita privata era affettuoso e attento a chi incontrava.

Amava le canzoni di montagna e scalare le Dolomiti.

La sua frugalità, il suo disinteresse per il denaro erano leggendari.

Nel dopoguerra Alcide De Gasperi girava in lungo e in largo per L’Italia portando conforto agli italiani affranti dalla sconfitta, dalla povertà e dalla fame. Il suo agire era dettato da uno stile etico ormai scomparso, che interpretava la politica come una delle più alte forme di carità cristiana, rispettoso degli avversari politici e libero rispetto alla pressioni esterne.

Alcide De Gasperi morì il 19 agosto 1954 nella sua casa in Valle di Sella dove amava trascorrere lunghi periodi con la famiglia.

Qualche giorno prima di morire disse alla figlia:
Adesso ho fatto ciò che era in mio potere, la mia coscienza è in pace. Vedi, il Signore ti fa lavorare, ti permette di fare progetti, ti da energia e vita. Poi, quando credi di essere necessario e indispensabile, ti toglie tutto improvvisamente. Ti fa capire che sei soltanto utile, ti dice: ora basta, puoi andare. E tu non vuoi, vorresti presentarti di là col tuo compito ben finito e preciso. La nostra piccola mente umana non si rassegna a lasciare ad altri l’oggetto della nostra passione incompiuto.”