Nata a San Lazzaro di Savena (Bo), il 26 aprile 1919 – morta a Crotte di Strambino (To), il 18 novembre 2010.
Nacque nel 1919 a San Lazzaro di Savena, nelle immediate vicinanze di Bologna, figlia di un mugnaio (già bracciante), e della figlia di un capomastro.
Negli anni giovanili fu dirigente dell’Azione Cattolica; dal 1952 fu giornalista pubblicista.
Dopo aver vissuto in diverse città italiane (Roma, soprattutto), dal settembre 1975, per una scelta di tipo eremitica, si ritirò prima ad Albiano, poi a Fiorano Canavese e a Perosa Canavese, e infine, dalla metà degli anni novanta, a Strambino, sempre in provincia di Torino. Collaborò con molte testate cattoliche: L’Osservatore Romano, Rocca, Studium, Politica oggi, Sette Giorni, Il Regno, Concilium, Servitium e Adista. Collaborò con i periodici Avvenimenti (con la rubrica Diario inutile), MicroMega e il settimanale Anna. Nel quotidiano “il manifesto” aveva una rubrica domenicale, Parabole.
Partecipò anche come ospite fissa alla trasmissione televisiva Samarcanda condotta da Michele Santoro. Nel 2004 fu candidata senza essere eletta alle elezioni europee nelle liste di Rifondazione Comunista dell’Italia del Nord-Ovest, risultando la terza più votata nella lista con 7.402 voti.
La sua fu una teologia antitradizionalista, che dubitava dell’esistenza dell’Inferno in quanto punizione non educativa. Prese pubblicamente le distanze tanto dal disinteressamento nei confronti della religione quanto da movimenti cristiani come Comunione e Liberazione oppure Opus Dei.
In occasione dell’approvazione della Legge 194 che consentiva l’aborto procurato in Italia e del successivo referendum si schierò in modo apertissimo a favore dell’interruzione di gravidanza, adducendo motivazioni legate ai principi evangelici.

La vita di Adriana Zarri, eremita, teologa, scrittrice, scomparsa a 91 anni, è stata segnata da scelte radicali anche nei confronti di quella Chiesa che molto amava, ma di cui contestava alcuni comportamenti. Di qui i sospetti nei suoi confronti, le polemiche e le difficoltà di un dialogo che spesso si è interrotto. Ma tutto questo fa parte del passato. Ora conta il presente in quel Dio con il quale Adriana ha coltivato un’amicizia ininterrotta e che, poco prima del congedo finale, ha ringraziato per averle dato una vita sempre diversa e sempre bella.

Da questa eternità ci viene oggi incontro nella sua essenza di donna, che ha vissuto «nel grande solco della fede» la normalità del quotidiano:
«Sono un’eremita come potrei essere una suora, o una moglie, o un padre; vivo in una cascina di campagna, come potrei vivere in un monastero o in un appartamento di città; faccio la scrittrice come potrei fare la sarta. Niente importa perché tutto è importante nella medesima maniera».

Parole testimoniate da “Un eremo non è un guscio di lumaca” (Einaudi), splendidamente scritto, che va letto in silenzio per cogliere la bellezza e la profondità di ciascuna parola, immagine, colore, suono e odore. Ripropone nella sua interezza “Erba della mia erba”, pubblicato nel 1981, integrato da racconti e riflessioni inedite, recuperate dalla Zarri fra le proprie carte. Offre il tempo d’una solitudine scelta per vivere l’incontro con Dio e con gli uomini, con sé stessa, in quella profondità che il rumore del mondo nega. Ma una solitudine affollata, perché «un eremo non è un guscio di lumaca», un ripiegarsi su sé stessi. È una finestra spalancata sull’universo, a cominciare dal microcosmo che circondava il Molinasso, la vecchia cascina abbandonata nel Canavese, senza acqua, senza luce, con i telai delle porte sconnessi, il vento gelido. Ma fuori c’erano il prato, gli alberi, i fiori, i torrenti e in lontananza «le finestre accese nella notte e il vociare degli uomini». C’erano i conigli, le galline, le tortore, i colombi, i cani, la micia siamese, ad alimentare quel rapporto con gli animali «basilare per la maturità della persona e per la sua capacità contemplativa».

Intendo affermare verità che dovrebbero essere ovvie: che la preghiera più che una recita o anche un silenzio meditativo, è un abito e una situazione permanente: uno stato di vita, un modo di essere che c’è o non c’è; e quando c’è, c’è sempre, anche se può avvertirsi o esprimersi a livelli diversi. Perché è soprattutto Dio che prega; e noi che lo ascoltiamo.”

Lì, “sporcandosi le mani” nel ricostruire, imbiancare, zappare, senza mai cessare di pregare, si ritagliò, come nell’eremo di Cà Sàssino, uno spazio umano e nello stesso tempo cosmico di sentimenti ed emozioni, che le permisero di vivere idealmente fra la gente. In una povertà francescana, inventando con genialità femminile fonti di sopravvivenza, costruì il suo piccolo Eden, «il primo e ultimo giardino, già da oggi presente, dove Dio passeggia in compagnia dell’uomo».