Nato a Charsadda il 6 febbraio 1890 e morto a Peshwar il 20 gennaio 1988.

Nell’Islam sono emerse figure che hanno svolto un ruolo determinante per la diffusione della pratica della non violenza. Ne è un esempio importante Abdul Ghaffar Khan, il quale, entrato in contatto con Gandhi (fu per molti anni suo fedele compagno di lotta) e con altri pensatori musulmani indiani, ne assorbì l’influenza e si impegnò per la difesa dei diritti delle persone meno abbienti, investendo fin dall’inizio della sua ricerca molte energie nell’ambito dell’istruzione, considerata la via prioritaria per la conquista della libertà.

Inoltre si attivò, insieme alle sorelle, per la difesa dei diritti delle donne, contribuendo a sviluppare una cultura basata sul rispetto dell’identità femminile e sulla diffusione di pratiche non violente per la gestione delle relazioni sia tra la popolazione indiana, sia nei confronti dei colonialisti inglesi.

Ghaffar Khan fondò nel 1929 il primo movimento nonviolento della storia: Khudai Khidmatgar (servi di Dio), il cui giuramento recitava:

Sono un Khudai Khidmatgar e, poiché Dio non ha bisogno di essere servito, ma servire la sua creazione è servire lui, prometto di servire l’umanità nel nome di Dio. Prometto di astenermi dalla violenza e dal cercare vendetta. Prometto di perdonare coloro che mi opprimono o mi trattano con crudeltà. Prometto di astenermi dal prendere parte a litigi e risse e dal crearmi nemici. Prometto di trattare tutti i ‘patta’ come fratelli e amici. Prometto di astenermi da usi e consumi antisociali. Prometto di vivere una vita semplice, di praticare la virtù e di astenermi dal male. Prometto di avere modi gentili ed una buona condotta, e di non condurre una vita pigra. Prometto di dedicare almeno due ore al giorno all’impegno sociale.”

Il movimento che raggiunse i centomila adepti , tra cui anche donne, era dedito alla riforma sociale e intendeva anche porre fine al regime britannico con mezzi non violenti.

I sostenitori del movimento erano nati e cresciuti in un ambiente storicamente caratterizzato dalla cultura della vendetta e da un severo codice d’onore . Ghaffar Khan era quindi consapevole delle enormi difficoltà e degli impedimenti che avrebbe incontrato nella diffusione di una pratica rivoluzionaria che sovvertiva equilibri e abitudini secolari.

La sua forza stava nel sapere conciliare le tradizioni della sua gente, le problematiche politico-sociali emergenti, legate alla presenza oppressiva inglese, con un pensiero innovativo improntato all’abbandono della violenza nella gestione delle relazioni umane.

La presenza di questa grande figura della non violenza di fama internazionale ai giorni nostri assume un significato particolare e forte. Oggi nella vasta realtà plurale dell’Islam alcune correnti di pensiero, seppure minoritarie, sembrano tese a recuperare questa concezione originaria di giustizia e pace nello sforzo di rielaborare la tesi della non violenza fondata sul senso di condivisione delle responsabilità sociali come strumento necessario di impegno politico e civile.

Abdul Ghaffar Khan, rimandando al pensiero di Maometto, diceva:

“Vi sto fornendo un’arma cui la polizia e l’esercito non potranno resistere. E’ l’arma del Profeta, ma voi non lo sapete. La pazienza e la giustizia sono quest’arma. Nessun potere sulla terra può resisterle.”

Ghaffar Khan citava spesso il Corano per sostenere le sue tesi e, ‘sure’ alla mano, lo interpretava in modo diverso da come oggi fanno altri:

Musulmano, diceva, è colui che non ferisce mai nessuno né con parole, né con azioni e lavora invece per il benessere e la felicità delle creature di Dio. La fede in Dio è amore del proprio compagno.”

Le sue esortazioni alla trasformazione sociale, a una distribuzione equa delle terre e all’armonia religiosa erano considerate una minaccia dal Raj britannico oltre che da alcuni politici, autorità religiose e proprietari terrieri locali. Abdul Ghaffar riuscì a sopravvivere a due attentati terroristici e a più di trent’anni di prigionia.

Abdul Ghaffar è deceduto il 20 gennaio del 1988 in piena guerra afgana contro l’Urss. La sua fama era tale che quel giorno le armi tacquero sia nelle fila ‘mujahedin’, sia tra i soldati dell’armata russa.

 Il 20 gennaio 2016 un commando terrorista ha fatto irruzione nell’università di Charsadda, dedicata a Ghaffar Khan, nel giorno delle celebrazioni per l’anniversario della sua morte uccidendo ventidue tra studenti e insegnanti e ferendone decine di altri.