V DI QUARESIMA o Domenica di Lazzaro - Gv 11, 1-53


audio 17 mar 2024

Anche nel racconto di oggi, come già in quello di domenica scorsa, Giovanni continua ad assumere come criterio di lettura e di comprensione quell’ironia che secondo noi con la fede in genere ha poco a che fare, mentre per lui costituisce uno sguardo necessario per affacciarci sulla vicenda di Gesù.

Infatti basterebbe osservare come nel mentre che Gesù richiama alla vita Lazzaro, risuscita un amico morto, questa cosa per quanto straordinaria e mirabile, gli fa meritare la condanna a morte! Ironia tragica e drammatica: chi ridona vita viene condannato a morte.

Non solo, quando alla fine del racconto Caifa afferma che È meglio che muoia uno solo piuttosto che vada in rovina la nazione intera, pone come argomentazione per eliminare Gesù la cosiddetta ‘ragion di stato’, in quanto uno come lui potrebbe costituire per i romani un pretesto per reprimere il popolo con la forza – cosa che il processo davanti a Pilato smentirà clamorosamente -, pertanto è meglio sacrificare e mettere a morte una sola persona per il bene di tutti.

Giovanni a distanza di anni ripensa a quella decisione con una buona dose di ironia e sembra dire: qual è il risultato che ottenne l’argomentazione di Caifa? Cosa è accaduto di fatto di lì a qualche anno? Chi ha voluto eliminare Gesù vedrà la distruzione del tempio (70 d.C.) e l’umiliazione degli abitanti di Gerusalemme. Mentre colui che venne sacrificato per la ragion di stato è diventato l’unificatore di un popolo dei figli di Dio dispersi, cioè di tutti coloro che provenendo da ogni paese, lingua, cultura credono in lui.

Straordinaria lettura quella di Giovanni: la storia procede con la forza e la violenza di chi vuole plasmare il mondo e le società secondo i propri interessi, facendo pagare agli altri il prezzo del proprio delirio di potere… ma il futuro dell’umanità è dato dall’amicizia, dalla fraternità, da chi rispetta i diritti umani e da chi è attento alle persone, soprattutto ai più deboli… l’ironia di Giovanni ci insegna che la ragion di stato e gli interessi di parte sono sempre forieri di morte, mentre l’atteggiamento di Gesù, ovvero la condizione della pietra scartata è quella di diventare testata d’angolo, ovvero costruire umanità, far vivere.

C’è un contrasto evidente tra ciò che accade nel sinedrio e la cura di Gesù per la vita di un amico, qual era Lazzaro. Nei vangeli che abbiamo ascoltato in queste domeniche di quaresima Gesù fa di tutto per la vita, si spende per far vivere: alla Samaritana dà l’acqua, al cieco la vista, oggi disseppellisce un amico.

Uno può anche non credere che Gesù sia figlio di Dio, ma appena lo segue e lo ascolta non può non rendersi conto quanto sia appassionato alla vita e a ciò che nutre la vita, la riempie di senso e di gioia, la nutre di amicizia e di affetti… al punto di rianimare un’amicizia che si era schiantata contro la morte.

Il contrasto abita anche la nostra vicenda ed è fin troppo evidente e per chi è sensibile e crede in lui c’è davvero da piangere.

Se lui fa uscire dalla morte e dischiude il sepolcro… noi diventiamo sempre più esperti nel seppellire la vita, nell’uccidere, ma anche semplicemente nel rimanere indifferenti, e quindi complici, di fronte al rosario di vite umane che scivolano nelle acque del Mediterraneo. Siamo abbastanza crudeli da costringerli a navigare, dopo giorni e giorni di naufragio, ancora altre ore per condurli in un porto ‘sicuro’.

Gesù apre il sepolcro e noi ricacciamo innumerevoli vite di giovani nelle trincee delle guerre, le seppelliamo sotto le bombe a Gaza o in Ucraina. Se Gesù riunisce tutti i figli di Dio dispersi, ma questi figli di Dio si fanno la guerra, allora è vero che, come dice profeticamente papa Francesco, ogni guerra è fratricida, ogni guerra è una guerra civile.

In un libro autobiografico dal titolo emblematico Ero l’uomo della guerra, un fabbricante di mine antiuomo di una grande azienda italiana racconta del cinismo e della freddezza con cui disegnava, progettava, sceglieva il materiale – di plastica e non di ferro per evitare i metal detector – per costruire ordigni sempre più performanti, dove la performance significava la morte o l’invalidità di un soldato, di un contadino o di un bambino. Una performance che produceva tra l’altro utili inimmaginabili.

Un giorno mentre cerca di spiegare a suo figlio di otto anni il lavoro che fa, questi gli chiede a bruciapelo: Ho capito che le armi le possono produrre tutti, ma perché devi farlo proprio tu? Da quel giorno, scrive, dare una risposta a mio figlio è stato il vero e unico problema della mia vita. Un libro da leggere[1].

Oggi abbiamo ascoltato Gesù che con la sola forza della sua parola strappa dalla morte un amico, per il quale ‘pianse’, tanto che i Giudei dicevano ‘Guarda come l’amava’. La sua è una voce isolata, ma almeno lui ha avuto il coraggio di non assecondare la logica di Caifa, logica propria di chi fa pagare agli altri l’assurdità del potere, della violenza, logica che conduce alla morte.

L’amicizia di Gesù è per la vita e se noi vogliamo essere realmente amici del Signore, e non semplicemente per un’appartenenza formale o perché abbiamo il certificato di Battesimo… ascoltiamo la sua parola e gridiamo a nostra volta a questa nostra umanità: Vieni fuori! Vieni fuori  uomo della guerra dalle logiche di violenza e di morte, smettila di investire nelle armi. Vieni fuori dalle tombe dei pregiudizi dove anche noi ci seppelliamo gli uni gli altri. Vieni fuori dall’indifferenza! Vieni fuori e sarà Pasqua di liberazione e di vita.

(Gv 11, 1-53)

[1] Vito Alfieri Fontana, Ero l’uomo della guerra Editori Laterza, 2023