//Una vita donata a Dio e a questo paese

Una vita donata a Dio e a questo paese

Ognuno di noi cerca di essere contento, di essere felice per quello che può e per quello che la vita gli permette, ma facciamo fatica a mettere insieme il nostro desiderio e il nostro ideale di felicità con l’essere santi, con la santità. Anzi, quando si parla di santità, siamo condizionati da alcuni stereotipi e da alcuni luoghi comuni che ci fanno pensare alla santità come il risultato di sacrifici e il frutto di severe discipline e mortificazioni.

Per questo parlare di santità suscita nel modo di pensare comune un qualche sospetto. Certamente per un giovane oggi non si pone nemmeno il problema del confronto tra quei modi di essere e di stare al mondo, che sono le icone di vita narcisistica, se non sregolata e dissoluta, che quotidianamente vengono proposti dai media e quelli invece un po’ stantii e relegati nelle sagrestie che sono le figure dei santi.

La parola di Dio di oggi fa un po’ di pulizia nei nostri linguaggi e nelle nostre precomprensioni e ci restituisce la freschezza del giorno in cui Gesù salito sulla montagna proclamò le beatitudini, parole che ci affascinano sempre, anzitutto perché non ci chiedono di pensare subito a ciò che dobbiamo fare, le beatitudini costituiscono anzitutto il ritratto di Gesù, la sua vita, ci narrano il volto stesso del Padre.

Vi invito ad ascoltare così le beatitudini, non tanto chiedendoci immediatamente cosa dicono a noi ma ascoltando in esse il cuore di Cristo: è Gesù il povero, l’afflitto, il mite, l’assetato di giustizia, il misericordioso, il puro di cuore, l’operatore di pace, il perseguitato… le otto beatitudini sono come la descrizione della sua storia. È importante l’analisi delle singole espressioni, ma la cosa che più conta per noi è che la figura complessiva che ne emerge è la biografia del Cristo.

Perché sottolineo questo aspetto? Perché noi crediamo che la felicità nostra stia fuori di noi, nelle cose, nell’avere … Si racconta che un certo nobile inglese udì una volta una delle sue serve esclamare dalla cucina: «Se solo avessi cinque sterline, sarei la donna più felice della terra!». Il nobile fu colpito da questo desiderio che tutto sommato per lui era poca cosa e decise di voler vedere qualcuno finalmente contento. Così andò in cucina, disse alla donna di aver sentito la sue parole e di volerla aiutare a essere felice. Le consegnò quindi cinque sterline. La donna lo ringraziò calorosamente. Il nobile uscì e si fermò un istante a origliare alla porta. La serva, pensando che si fosse allontanato, cominciò a lamentarsi: «Accidenti, perché non ho detto dieci sterline?».

La natura umana sembra afflitta dall’insaziabile desiderio di avere sempre di più – più soldi, più tempo, più possibilità. Stranamente, più abbiamo più vogliamo – e finiamo sempre per essere scontenti di quello che già è in nostro possesso.

Quando noi diciamo che Gesù ha vissuto la nostra vita umana, diciamo una realtà grandissima che riguarda anche noi, perché il Signore ci indica che la felicità, la nostra gioia e quindi la nostra santità non stanno fuori di noi.

Nelle numerose situazioni di vita apparentemente infeconde o comunque perdenti, che il Cristo stesso ha vissuto a e che appartengono alla nostra quotidianità, quali la povertà, la sofferenza, la persecuzione …, paradossalmente sono il luogo della nostra felicità e della nostra santità.

Infatti ognuna delle otto beatitudini presenta prima una situazione, in genere negativa come la povertà, la sofferenza, la persecuzione … e poi una promessa, per così dire, positiva: possesso del regno, consolazione, visione di Dio…

Tra le due situazioni sussiste una tensione che non esige, né prevede un cambiamento immediato della realtà; non è che il povero sarà contento perché avrà vinto la lotteria,  magari quell’unico che vince lo sarà anche, ma per gli altri miliardi di poveri la situazione rimane la stessa.

Il cuore della santità si collochi esattamente a questo punto: essere santi, essere felici non dipende da un particolare stato di vita, da una condizione piuttosto che un’altra, ma consiste nel vivere la nostra umanità con fede.

Come dire che non è la ricerca di uno stato di sofferenza o di espiazione che ci fa santi, ma è la capacità di stare come ci insegna ad esempio san Francesco in perfetta letizia anche quando tornando al convento mentre si scatena un diluvio, i miei fratelli mi lasciano fuori sotto l’acqua. Qui è perfetta letizia, non perché a Francesco piacesse soffrire, ma perché aveva imparato a vivere le più diverse e avverse condizioni che la vita ci fa incontrare nella certezza dell’amore di Dio, di un Dio non conosciuto per sentito dire, ma incontrato, accolto e amato.

Questa è la bellezza di una vita vissuta nella fede, la beatitudine annunciata da Gesù che non è una fuga dalla realtà, un’ evasione in un cielo etereo, ma come per il Signore stesso è l’immergerci nella realtà, anche nella più dura realtà della vita, con il cuore in Dio.

Vedete la differenza tra la strada del Vangelo e le scorciatoie che ci tentano? Da sempre e soprattutto ai giovani vengono proposti modelli riusciti, di felicità a buon prezzo, di facile auto realizzazione, evitando le fatiche della vita. Ma tutto questo si rivela poi un grande inganno, una sordida bufala che rischia di farci sprecare gli anni migliori.

Gesù invece con grande realismo annunciando la beatitudine nella povertà, la beatitudine nel dolore, nella ricerca della giustizia … ci invita a stare dentro le nostre contraddizioni, le nostre debolezze, in quelle povertà che non vogliamo che gli altri vedano … ecco ci chiede di stare dentro tutto questo, sapendo di essere cari al cuore di Dio.

L’Apocalisse descrive questo pensiero con un’immagine sorprendente: chi sono i santi? Sono il popolo delle beatitudini, anzi sono i 144mila, una moltitudine immensa,  che «hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello». Come si possono rendere candide delle vesti lavandole nel sangue dell’Agnello? Un paradosso eloquente per dire che la santità non sta alle nostre spalle in un presunto candore infantile, in un’innocenza perduta, ma consiste in una immersione, in una discesa delle nostre vite nel dono, cioè in quel sangue di Gesù che fa del dono di sé stesso, la riuscita della sua vita.

Lo racconta molto bene un film uscito in questi giorni anche in Italia dal titolo Gli uomini di Dio (Des hommes et des dieux), e che ripropone la storia dei sette monaci uccisi in Algeria nel 1996. Il film si conclude con le parole del testamento di frère Christian: Se mi capitasse un giorno di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. Una vita donata a Dio e a questo paese!

Ecco questa santità che è arrivata fino al martirio, la incontriamo ogni giorno anche in numerosi uomini e donne che non fanno parlare di sé, che non hanno mai compiuto altro miracolo che quello di fare crescere la propria famiglia, di educare i figli al gusto di una vita bella perché insegnano a fidarsi di Dio.

Questa è la santità che realizzano giorno dopo giorno coloro che non hanno mai scritto altro manuale di pietà e che non hanno mai avuto altro libro di meditazione che il vivere la propria malattia, la propria sofferenza, le incomprensioni con dignità e senza perdere la fede.

È ancora la santità di uomini e donne che non hanno mai vissuto altra spiritualità che quella dell’amore delle cose ben fatte, dell’attenzione agli altri, della limpida onestà, del senso del giusto, della sapienza di progetti possibili … La festa di oggi è anche la loro festa, è la festa di tutti quei santi anonimi che, nascosti agli occhi del mondo e avvolti nel silenzio, ogni giorno immergono le proprie vite nel sangue dell’Agnello e dimorano nel cuore del Padre. Non sono i potenti, ma sono questi santi che davvero mandano avanti il mondo.

2018-11-13T16:21:57+00:00novembre 1st, 2010|Omelie (vedi tutte) >|