Una fede nuda

(Gb 1,13-21; Lc 17, 7-10)

Credo, e lo dico con molta umiltà, che sarebbe stato molto meglio per noi se nella scelta del passo evangelico di oggi, si fossero accolti almeno due versetti che danno il contesto da cui scaturiscono le parole di Gesù che ad un primo ascolto, ci lasciano un poco perplessi: Quando avete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo servi inutili.

Dico questo perché secondo me è molto alto il rischio di comprendere questa frase in un senso un po’ triste, deprimente, come l’invito ad un’umiltà insana di cui non abbiamo davvero bisogno di questi tempi.

L’essere servi inutili è paragonabile alla percezione di inutilità espressa da quei genitori che dopo aver cercato di educare con tanta fatica i figli, immancabilmente non possono non misurarsi su una qualche delusione e amarezza che li porta a dire: Abbiamo sbagliato tutto, non siamo stati bravi genitori, non è servito a niente …

Oppure è assimilabile alla reazione di uno che ha investito i suoi anni migliori per l’azienda con intelligenza e passione e che poi ad un certo punto, in nome della ristrutturazione o riorganizzazione delle risorse, si trova senza occupazione e si domanda: Ma non sono capace di fare più niente?

O ancora possiamo immaginare al senso di inutilità dell’anziano che passa le sue ore nel grigiore di un ricovero, magari davanti al televisore, rimuginando in cuor suo: A cosa servo? Sono inutile.

Per comprendere le parole di Gesù, dobbiamo invece risalire due versetti appena sopra, quando gli apostoli gli domandano: Accresci in noi la fede! E Gesù di rimando: Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: Sradicati e vai a piantarti nel mare, ed esso vi obbedirebbe (17, 5-6).

Dunque il contesto dentro il quale collochiamo il servo inutile è quello della fede. I discepoli sono preoccupati, come noi d’altronde, di non avere abbastanza fede, per questo gli dicono: accresci in noi la fede!

Eppure diciamo spesso – e forse in maniera un po’ ingenua – che la fede è un dono, ed è giusto naturalmente, ma come stanno insieme queste due cose?

Prima facciamo molti discorsi a proposito del fatto che non abbiamo mai abbastanza fede, che ci dobbiamo impegnare di più a svilupparla e poi insistiamo all’opposto con l’idea che la fede è un puro dono di Dio. La fede infatti viene dall’alto, anche se poi non sappiamo neanche tanto bene perché qui sì e là no.

In questa impasse il Vangelo ci viene incontro con alcune immagini che sono paradossali. Gesù ci spiazza dicendo che se avessimo una fede grande come un granellino di senape trapianteremmo un gelso nel mare! Ma ammesso anche di riuscirvi, a cosa serve?

In realtà, la questione è più profonda: di quale grandezza stiamo parlando? C’è forse un’unità di misura anche per il credere?

Gesù ci costringe a pensare e a rivedere le nostre classificazioni attraverso l’immagine del piccolo seme. Se c’è un’unità di misura della fede è appunto quella del seme, a ognuno è dato il suo piccolo seme di senape, e non ci verrà chiesto se abbiamo avuto la fede di Abramo, di Mosè o di Giobbe, perché, come il vangelo ci racconta, c’è la fede di Pietro e c’è la fede di quella giovane madre che ha perso il figlio; c’è la fede di Maria e quella del cieco nato o del lebbroso … C’è perfino quella del ladrone che commuove molto Gesù morente in croce.

Lo stesso dono della fede, che è sempre quello di accogliere la parola di Gesù, arriva dunque in modi molto diversi e sorprendenti nella vita, nelle condizioni di vita di ciascuno di noi.

Quando ascoltiamo, come oggi, la testimonianza di un gigante della fede qual è Giobbe, se per un verso non auguriamo a nessuno di ripercorrere le sue vicende, è pur vero che in lui ci possiamo ritrovare un po’ tutti.

Ma non perché vediamo in lui un modello di fede, piuttosto è per noi un esempio. Non è uno che dobbiamo copiare, perché la fede di Giobbe rimane la fede di Giobbe, ma guardiamo a lui, ascoltiamo il suo racconto ci narra per comprendere come lui ha vissuto nella fede le situazioni complicate della sua vita.

Certo le circostanze di Giobbe sono a dir poco drammatiche, tutto quello per cui ha lavorato onestamente, giorno dopo giorno, si va dissolvendo: dalle mandrie di buoi, alle greggi di pecore, ai cammelli … fino ai figli che improvvisamente nel fiore della loro giovinezza, tutti insieme vengono travolti e muoiono.

Ebbene Giobbe sta in queste situazioni con un cuore che si lascia purificare, perché anzitutto deve scardinare l’idea di un Dio che distribuisce i suoi favori e le sue benedizioni a chi è buono e giusto, e che lo porta a pronunciare parole di una sapienza che ci sorprendono ancora oggi: Nudo uscii dal grembo di mia madre e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore.

Ecco un esempio di servo inutile, per dirla con il vangelo. Dove l’aggettivo inutile rimanda a un discepolo che non ha bisogno di ricompensa, che non pretende che la fede gli offra garanzie di successo e di vita facile.

Siamo servi inutili non perché il nostro impegno sia inutile, ma perché siamo discepoli che non pretendono che Dio abbia a fare quello che vogliamo noi in nome della nostra fede, ma crediamo e continuiamo a fidarci di chi ci ha messo nel cuore quel piccolo seme. Nonostante le delusioni, le amarezze e gli insuccessi.

In fondo, se ci pensiamo bene, per un certo modo di vedere le cose, il primo servo inutile è stato lo stesso Gesù.

Anche a noi è dato di essere servi inutili proprio nel senso che una grande pace può scendere su di noi, non perché abbiamo visto dei risultati, non perché abbiamo risolto situazioni, ma perché viviamo con fede, viviamo nella dinamica del regno.

Lo esprimo con un’immagine. Il discepolo del Cristo è come uno che sta sul promontorio di un’isola da dove vede le punte di dolore dell’umanità, le insenature delle paure, le scogliere della sofferenza, eppure su questo promontorio vede anche arrivare l’onda di un oceano immenso.

E noi possiamo così comprendere che il segreto dell’isola è oltre l’isola; il segreto della mia vita è oltre me, al di là di noi, il segreto è nell’oceano che è Dio, come abbraccio per ognuno di noi, smarrito dentro le tempeste.

Ecco noi viviamo sulle scogliere del tempo e della storia come servi inutili, con la certezza che anche la fede ci è data come speranza, come fiducia, come preghiera appunto.

E la nostra preghiera oggi si fa invocazione, apertura, richiesta mite e senza pretese, non chiederemo di aumentare la fede, ma di avere una fede spoglia di tutte le certezze umane, una fede nuda.

2018-11-13T16:24:33+00:00ottobre 9th, 2011|Omelie (vedi tutte) >|