Non è esattamente la quaresima che ci immaginavamo. Nei nostri eventuali propositi quaresimali non ci saremmo spinti a quanto la situazione ci costringe a fare ora. Siamo costretti a cambiare abitudini, a cambiare modo di relazionarci, a cambiare ritmi di lavoro, a cambiare… Quasi certamente da soli non saremmo mai arrivati a fare tanti cambiamenti.

Come un cambiamento può diventare anche conversione? Quelle attuali sono condizioni che possiamo solo subire e alle quali ci rassegniamo, oppure possiamo guardarle con uno sguardo mite e riflessivo?

Abbiamo più tempo per stare in casa, per leggere, per vedere film, per ascoltare musica… per scrivere. Oserei dire anche più tempo per pregare.

La conversione può avvenire se noi viviamo questi cambiamenti con responsabilità civile e con fede.

Con senso civile perché siamo chiamati anzitutto a rispettare le indicazioni per evitare di moltiplicare l’infezione da Covid-19 – ed è questo un atteggiamento di responsabilità civile cui dobbiamo attenerci –, ma dobbiamo chiederci insieme: cosa ci sta insegnando questo tempo? Cosa ci sta dicendo questo cambiamento che non abbiamo scelto? Cosa ci insegna questa restrizione degli spazi, dei contatti, delle frequentazioni, delle nostre relazioni?

Anzitutto ci insegna ad essere corresponsabili in umanità: quelle frontiere che tanto abbiamo invocato fino a ieri, ora vengono irrise da un essere piccolissimo, microscopico, invisibile all’occhio umano. È questa la contraddizione da assumere con responsabilità: essere consapevoli significa proteggerci, ma anche proteggere la comunità umana tutta, e in essa i più deboli, i più vulnerabili.

È proprio il sentirci comunità la garanzia di sicurezza collettiva e personale. Ora la via più semplice per ciascuno di noi è di consumare la propria ansia da soli, vivendola come un problema individuale, cercando la salvezza individuale da problemi comuni. In realtà la salvezza non può essere che collettiva nel rispettare le indicazioni, le regole.

Non solo, oggi abbiamo nostalgia della comunità di fede, ci manca la comunità eucaristica domenicale, anch’essa una forma di sicurezza per noi che eravamo normalmente abituati ad avere a disposizione l’eucaristia a tal punto da poter scegliere anche di non parteciparvi.

Ora proprio nel momento del bisogno, quando avremmo necessità di nutrirci del Pane di vita per sostenere il nostro incedere… siamo costretti al digiuno eucaristico. Ma il digiuno dall’eucaristia non è il digiuno dall’amore di Cristo e non è nemmeno semplicemente il digiuno dalla comunità eucaristica della domenica.

Abbiamo nostalgia della comunità, vi poniamo rimedio con i social e i media in genere, abbiamo tanti amici appunto virtuali, tutti noi abbiamo dei followers e a nostra volta siamo followers di molti di cui conosciamo solo il nome… ma forse questo è il tempo di riprendere in mano il nostro incontro con Cristo, di non delegarlo passivamente all’assemblea domenicale, di riassumere la nostra fede con maggior responsabilità.

Come avviene nella pagina di Vangelo di oggi: il nostro pozzo oggi è virtuale, ma può diventare reale se è l’occasione per metterci faccia a faccia con Cristo, per mettere a nudo la nostra coscienza che è cuore e mente insieme davanti a lui. Gesù non è un avatar, Gesù non è un profilo, Gesù non è un algoritmo[1] per risolvere i problemi della vita.

Gesù si siede stanco al pozzo di Sicar, è mezzogiorno e rivolgendosi a una donna, siamo in piena Samaria e nonostante il sentire comune le dica che è una donna da evitare, le domanda: Dammi da bere. Osa il proprio bisogno, dicendole: Ho bisogno di te.

Ecco l’inizio dell’incontro: dichiarare il proprio bisogno, la propria vulnerabilità, la propria sete. E lo fa vincendo gradualmente i pregiudizi religiosi, etnici, morali e di genere, che in questa donna stanno tutti insieme. Gesù non si ferma davanti al fatto che sia una donna, una samaritana e tra l’altro, una abbastanza facile…

Gesù è così. Dobbiamo riconoscere che ha un debole per le donne. Non so se avete notato, ma nei vangeli Gesù si scontra spesso con le autorità religiose, con i vari gruppi dei farisei, dei sadducei… ma anche con i discepoli che lo accompagnavano. Tuttavia gli scontri li ha sempre avuti con gli uomini. Con le donne Gesù non ha mai avuto un attrito, una discussione o un problema.

Gesù è sempre stato dalla parte delle donne. Un gruppo di loro lo accompagnava nei suoi viaggi[2], le sue grandi amicizie sono state donne come Marta e Maria[3]. Da una donna si è lasciato ungere con un profumo prezioso[4]. Sono state le donne ad essere rimaste fedeli a Gesù nella sua passione e morte, sul cammino verso il Calvario[5] e dopo la morte, davanti alla croce[6]. E del resto i racconti della risurrezione ci dicono che le prime testimoni del Risorto sono loro.

È significativa la coincidenza della proclamazione di questa pagina di Vangelo con la giornata internazionale dei diritti della donna che è nata per ricordare le conquiste sociali, economiche e politiche, ma anche le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono ancora oggetto in quasi tutte le parti del mondo.

È significativa perché in questo umanissimo incontro al pozzo in cui prima è Gesù ad avere sete, ad un certo punto poi è la donna che chiede a Gesù di darle la sua acqua… ma alla fine nessuno beve!

Qual è la sete allora? È la sete di Dio di incontrare l’uomo, è la sete di Gesù di incontrarci, è la sete che lo muove incontro alle persone superando quei pregiudizi che condizionano i nostri incontri, le nostre relazioni.

Il tutto prende il via da un atteggiamento umanissimo di Gesù che abbatte i pregiudizi e si rende amabile accettando di mostrarsi nella sua debolezza per poter incontrare quella donna.

Gli incontri plasmano la nostra vita. A tutti noi è capitato a distanza di anni di rendersi conto di cosa hanno significato certi incontri che abbiamo avuto nella giovinezza. Magari sono frammenti di una parola, di un gesto significativo che ci ha lasciato qualcosa.

Pensiamo a quella donna di Samaria, come poteva considerare l’incontro con Gesù? Uno dei tanti incontri, un frammento in una vita densa di incontri. Un frammento sicuramente ma talmente importante, direi decisivo e infatti lo vive con responsabilità, tant’è che non lo tiene per sé stessa, ma lascia lì la sua brocca e corre in città a dirlo alla sua gente.

In una relazione umanissima che prende le mosse dal bisogno, la donna di Samaria compie un percorso di fede che possiamo rintracciare nella progressione dei nomi con cui si rivolge a Gesù: prima gli dice che è un giudeo, come tanti che non dovrebbe parlare in pubblico a una donna samaritana (9v.). Poi lo chiama Signore (v.15); al v.19 lo chiama profeta, per arrivare alla grande domanda: Che sia lui il Cristo? (v.29).

C’è una progressione, una gradualità del suo incontro con Cristo che possiamo ritrovare anche nelle nostre biografie, anche in questo tempo in cui potremmo vivere quelle parole che Gesù rivolge alla donna quando le dice: Viene l’ora in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità (v.24).

Ora le religioni di tutti i tempi si sono preoccupate, prima di tutto, di definire uno spazio sacro e avere un nucleo dogmatico. Gesù dice che la vera religione, il vero tempio, il centro di tutto non stanno né in questo luogo né in un altro, né in questa religione né in quella, ma nello stare davanti al Padre in spirito e verità.

Dal pozzo, luogo di incontro, all’adorare Dio in spirito e verità: è questo il tempo anche per noi di stare davanti al Padre in spirito e verità, senza luoghi sacri, senza templi, senza liturgie, senza celebrazioni… in spirito e verità, ma comunque in grado di tenere vivo l’annuncio e di non ripiegarci su noi stessi.

Oggi è il tempo, come scrive il documento finale del Sinodo dell’Amazzonia, di essere una Chiesa samaritana, incarnata nel modo in cui il Figlio di Dio si è incarnato… Colui che si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà, attraverso il suo Spirito, esorta i discepoli missionari di oggi a uscire incontro a tutti… ai poveri, agli esclusi della società, agli altri (n.22).

Vedete oggi siamo costretti a rimanere a distanza e a lavarci le mani frequentemente. Questo per evitare il contagio.

La distanza è ambigua: per un verso aiuta a vedere le cose con uno sguardo più obiettivo, meno condizionato dai sentimenti, ma può essere anche un atteggiamento di vigliaccheria e di indifferenza.

Così come il lavarci le mani è ambiguo: è importante per l’igiene personale e nel rispetto degli altri, ma come insegna Pilato, lavarci le mani significa anche chiamarsi fuori dalle responsabilità.

Sono le misure che l’Europa ha adottato per la questione siriana e per i profughi che sono schiacciati sulla frontiera greca: rimanere a distanza e lavarsi le mani.

Questo è il tempo in cui la nostra è la responsabilità di non mandare a vuoto l’incontro che viviamo.

(Gv 4,5-42)

 

[1] La Treccani dice che l’algoritmo è un termine, derivato dall’appellativo al-Khuwārizmī («originario della Corasmia») del matematico Muḥammad ibn Mūsa del 9° sec., che designa qualunque schema o procedimento sistematico di calcolo (per es. l’a. euclideo, delle divisioni successive, l’a. algebrico, insieme delle regole del calcolo algebrico ecc.).

[2] Luca 8, 1-3

[3] Luca 10, 38-42; Giovanni 11, 1-46

[4] Giovanni 12, 1-8

[5] Luca 23, 27-31

[6] Marco 15, 40-41