Ascoltando il vangelo della chiamata di Levi Matteo, ho pensato al quadro di Caravaggio che raffigura la scena evangelica all’interno di una stanza immersa nel buio dove irrompe un raggio di luce che accompagna il dito di Gesù rivolto al pubblicano nel momento stesso in cui lo chiama.

In realtà, seguendo la narrazione evangelica la scena ha due contesti diversi: il secondo è sì l’interno della casa di Levi Matteo, ma il primo è sul lungo lago – per Marco è un lungo mare! –.

Siamo a Cafarnao villaggio di confine collocato sulla famosa via maris: una pista che dalla penisola del Sinai percorreva tutta la Palestina e che ad un certo punto si ramificava in due direzioni, una che andava fino all’Anatolia e l’altra fino a Damasco. Al tempo di Gesù Cafarnao era un villaggio di frontiera provvisto di dogana (Mc 2,13-15) che teneva relazioni commerciali con l’alta Galilea, il Golan, la Siria, la Fenicia, l’Asia Minore, Cipro e l’Africa, come risulta dalle monete e dalla ceramica importate da queste regioni.

Il passaggio di persone e di merci assicurava un certo flusso di denaro, tant’è che possiamo immaginare fossero più numerosi i pubblicani, gli esattori delle tasse che non i pescatori – dai quali Gesù aveva tra l’altro chiamato i primi discepoli-, infatti annota Marco: erano molti i peccatori e i pubblicani che lo seguivano.

Levi Matteo è uno di questi, è un pubblico peccatore, da qui il nostro neologismo «pubblicano», perché la sua condotta disonesta è sotto gli occhi di tutti al punto che da uno come lui non si poteva ricevere nemmeno l’elemosina. Per quelle mani passava denaro sporco, sporco due volte: anzitutto perché sulle tasse imperiali ci caricava la sua esosa percentuale e poi perché riscuoteva denaro a nome e per conto dell’imperatore romano… Ma si sa «pecunia non olet» diceva Vespasiano al figlio Tito, e il mondo da questo punto di vista non sembra essere molto cambiato.

Siccome Levi Matteo era appunto un pubblico peccatore e si sapeva che a quelli come lui interessava solo il denaro senza guardarne la provenienza, sorprende l’iniziativa di Gesù che gli dice: Seguimi.

Se solo avesse visto il suo curriculum! Invece lo chiama senza nemmeno chiedergli di dare prova di sé, delle sue abilità e capacità … ma nemmeno del suo pentimento.

Gesù chiama Levi Matteo senza bandire un “concorso per discepoli”. Un concorso lo vince chi è più meritevole, invece il Signore lo guarda e dischiude per quell’uomo una prospettiva nuova, un modo diverso di guardare la vita, proprio lui che era abituato a guardare se stesso e gli altri nell’ottica del «quanto posso guadagnare».

Gesù chiamando quest’uomo alla sequela non compie solo un gesto straordinario nei suoi confronti, ma disturba e rompe i modelli sociali e religiosi, supera quei criteri che governano le convenzioni sociali per cui se uno è pubblicano morirà pubblicano, se uno è ladro morirà delinquente … e se uno è religioso morirà bigotto. Non è vero, dice il Signore, non è detto che debba essere sempre così.

Questo è l’agire di Dio, ci dice Gesù. Non finiremo mai di contemplare la libertà del Signore nel fermarsi davanti a lui, così come farà con Zaccheo – un altro della stessa risma – non per stigmatizzare e condannare il suo comportamento, questo fanno gli scribi di ogni tempo e di tutte le religioni, ma per dirgli: «Ho bisogno di te! Dio ha bisogno di te, ha bisogno di Levi Matteo e non dell’esattore».

Non gli dice: «Guarda che devi fare il bravo, io ti perdono, ma tu cambia vita», premesse legittime per ottenere un minimo di garanzia sulla tenuta del futuro discepolo. Ma qui non si tratta di premesse, queste saranno le conseguenza possibili per chi ha sperimentato la misericordia di Dio. Con questo Gesù dice che non c’è nessuno così lontano da Dio, che Dio stesso non lo possa raggiungere.

I clericali – e alcune volte certi laici sono più clericali dei preti – sono lì a misurare chi è dei nostri e chi no, a prendere le misure per capire quanto uno è distante da Dio … ma, notate, misurano sempre la distanza degli altri! Per quanto uno possa essere lontano dalla fede e da Dio, l’Eterno però non è distante da nessuno. Al punto che anche un pubblicano, anche un ladro, un assassino, uno violento… può diventare discepolo, perché è la chiamata che trasforma.

Il male è male e il peccato va chiamato col proprio nome, è fuor di dubbio, ma l’incontro con Dio dischiude infinte possibilità di vita, di bene, di cambiamento.

In principio c’è l’assoluta e libera iniziativa di Dio. Il discepolo non sceglie il maestro: il discepolo è chiamato, è scelto. Ma non perché è più bravo degli altri, o perché ha i numeri e le capacità, perché ha una vita più santa… è chiamato. Punto. La parola che cambia la vita è: Seguimi. Stai dietro a me. La vocazione è seguire Gesù.

Nonostante il Concilio l’abbia detto, scritto e proposto, ancora oggi la vocazione viene confusa con i ruoli e i ministeri nella Chiesa: confondiamo la chiamata a vivere il vangelo con i servizi alla comunità. Gesù non chiama Levi Matteo a fare il prete o il monaco. Noi siamo cresciuti con questa convinzione che la vocazione è quella del prete, della consacrata, del monaco o della monaca… identificando tout court la vocazione col ministero, col servizio ecclesiale abbiamo rivestito questo ruolo di sacralità, l’abbiamo caricato di potere e di estraniamento dalla condizione umana. Con i drammatici effetti con cui ci stiamo misurando.

Penso alla pedofilia del clero: oltre ad essere una perversione diffusa,  quando si coniuga con il ruolo e il potere sulle coscienze e attraverso i sacramenti… diventa devastante per chi la subisce, causa di sofferenze terribili e al tempo stesso sfigura il volto della fede e della Chiesa tutta.

“L’universalità di tale piaga, mentre conferma la sua gravità nelle nostre società, non diminuisce la sua mostruosità all’interno della Chiesa” ha detto stamane papa Francesco chiudendo l’incontro sulla protezione dei minori nella chiesa.  “Nella rabbia, giustificata, della gente, la Chiesa vede il riflesso dell’ira di Dio, tradito e schiaffeggiato da questi disonesti consacrati. L’eco del grido silenzioso dei piccoli, che invece di trovare in loro paternità e guide spirituali hanno trovato dei carnefici, farà tremare i cuori anestetizzati dall’ipocrisia e dal potere”.

Tuttavia personalmente interverrei più in profondità. Se pensiamo allo stile della vita ecclesiale, alle comunità cristiane che, come ci insegna la storia della chiesa almeno nel primo millennio, facevano emergere da se stesse ministeri e servizi per la vita e il dinamismo della comunità, senza dipendere da una formazione come quella inventata dal concilio di Trento che avviene attraverso i seminari, in condizioni innaturali e povere di vere relazioni umane, che finiscono tra l’altro per deresponsabilizzare le comunità stesse e produrre dei funzionari di Dio, come scrisse Drewermann.

Il Signore non cerca schiavi tristi e infelici che facciano per lui pratiche noiose, ma vuole persone che proprio per aver sperimentato la misericordia di Dio, diventino a loro volta esperti in misericordia!

A questo punto possiamo affacciarci sulla sala da pranzo in casa di Levi Matteo per osservare questa tavola improbabile intorno alla quale i discepoli sono seduti insieme ai più grandi peccatori di Cafarnao. Non dimentichiamo che tra di loro si conoscevano bene: Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni erano pescatori di quel villaggio e chissà quante volte avranno brontolato con Levi Matteo al quale dovevano pagare la tassa sul pescato! E adesso sono a tavola insieme… tutta colpa di Gesù! Non deve essere stato facile stargli dietro come in queste circostanze:

Gesù vive queste cene come una terapia, i presenti lo sentono come un amico che li cura dentro… Dove si rivive oggi nella nostra chiesa qualcosa di simile? Noi confessiamo ripetutamente che la Chiesa è santa, come se temessimo che nessuno lo noti. Perché in fondo crediamo in un Dio che guarda compiaciuto coloro che vivono un’esistenza fedele, ma il cui volto si rabbuia davanti ai peccatori. Facciamo una caricatura di Dio a nostra immagine e somiglianza. Lo pensiamo piccolo e meschino come noi. Uno che ama esclusivamente coloro che lo amano e respinge coloro che lo contrariano.

Osserviamo bene questa tavola improbabile alla quale i discepoli sono seduti insieme ai pubblicani e ai peccatori, e pensiamo all’ultima cena, quando Pietro e Levi Matteo saranno seduti ancora uno vicino all’altro intorno a colui che un giorno li ha chiamati a seguirlo: Pietro la roccia di lì a poche ore con grande vergogna sarà pronto a rinnegare Gesù e Levi Matteo che come gli altri davanti alla croce si dilegua …

Altro che ministero sacro! Non dovremmo mai dimenticare quello che siamo e di che pasta siamo fatti: non siamo migliori degli altri, non abbiamo più meriti di altri, perché altrimenti il Signore non ci avrebbe chiamati! Siamo tutti un poco malati, siamo tutti peccatori e non è questione di diagnosi: ognuno di noi è indegno, perché sia chiara la grandezza del cuore di Dio rivelata da Gesù, consapevoli con Paolo che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io.

Ritorniamo al dito di Gesù puntato su Levi Matteo, così come lo dipinge Caravaggio: è il dito puntato della misericordia, non della condanna. Caravaggio tra chi osserva il quadro e Gesù frappone la figura di Pietro che curiosamente ripete il gesto del Maestro: è un invito per noi affinché non abbiamo a puntare il dito per condannare, ma a indicare la possibilità di Dio che tutti possiamo cambiare. Cominciamo anche noi allora a vivere la cena del Signore come terapia della misericordia.

(Dn 9, 15-19; 1Tm 1,12-17; Mc 2, 13-17)