//Una cascata di luce: la via umile del Vangelo

Una cascata di luce: la via umile del Vangelo

(Gn 12, 1-4; Mt 17, 1-9)

Lasciandoci guidare dalle immagini dei vangeli di queste domeniche la quaresima ci appare come una salita in montagna: domenica scorsa eravamo con Gesù sul monte delle tentazioni, oggi sul Tabor della trasfigurazione, senza dimenticare che il nostro cammino dietro al Signore culminerà su un altro monte, quello della croce.

Il monte è un simbolo formidabile nella Bibbia, è il luogo dove avvenivano gli incontri con Dio: è sul monte che Mosè ha ricevuto la Legge ed è lassù che la pelle del suo viso divenne raggiante (Es 34, 29-30); è sul monte che Elia, il profeta per eccellenza, ascoltò la voce del Signore, voce di “silenzio sottile” (1Re 19,9ss). La montagna come punto d’incontro tra la discesa dell’Eterno e la ricerca dell’uomo, così che Isaia poteva invitare tutti i popoli dicendo: Venite saliamo sul monte del Signore (2,3)!

Ecco questo poteva essere stato quel giorno anche l’invito di Gesù a Pietro, Giacomo e Giovanni: venite saliamo! Un invito già udito da Abramo come diceva la prima lettura: Abramo vai, esci dalla tua terra e sali verso la terra che ti indicherò. Dove andiamo Signore? Non preoccupatevi, fidatevi e salite con me!

Nei vangeli questo episodio della vita del Signore è come la trave portante nella struttura narrativa, segna un momento decisivo nella vita di Gesù che si colloca tra il suo ministero attraverso la Galilea e la Giudea e la sua passione e risurrezione a Gerusalemme.

Infatti il testo di Mt esordisce (non come è scritto sul foglietto: in quel tempo) dicendo: Sei giorni dopo. Sei giorni dopo che cosa? Dopo che Gesù aveva avuto a Cesarea di Filippo la risposta di Pietro alla domanda: Ma voi chi dite che io sia? E aveva annunciato chiaramente cosa lo aspettava, quale sarebbe stato il suo futuro: da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto … e venire ucciso e risorgere il terzo giorno (Mt 16, 21)!

Un annuncio che deve essere stato traumatico per coloro che si erano decisi a seguirlo e che, quando li invita a salire sulla montagna, dovevano essere preoccupati non poco. Dove erano riposte le loro speranze? In uno che sapeva di andare incontro al fallimento? In uno che non prometteva successo, ma sofferenza?

Gesù va incontro ad un futuro difficile, ma il Padre – la voce che lo conferma come Figlio amato – e la nube luminosa che lo avvolge – lo Spirito santo – non lo abbandonano al suo destino, come diremmo noi. Intervengono come ad incoraggiarlo, a sostenerlo, perché il suo orizzonte ultimo non sarà quello della defigurazione sulla croce, quando il suo volto sarà sfigurato dalla violenza, ma quello della trasfigurazione, della trasformazione nella pienezza della gloria, della luce, della vita.

Pietro, Giacomo e Giovanni devono fidarsi di Gesù, perché solo seguendolo in questa esperienza sul Tabor e partecipando a questa cascata di luce in cui Gesù viene trasfigurato e trasformato (il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce), potranno intravvedere un altro orizzonte, oltre il monte della croce, un orizzonte luminoso.

Il Tabor è un’esperienza di grande consolazione per Gesù, ma anche per i discepoli, anzitutto perché ha offerto loro una prospettiva più ampia della missione del Cristo, ha mostrato il senso complessivo degli eventi di Gesù, collocandoli sia nella prospettiva trinitaria come abbiamo visto, sia nella cornice del Primo testamento, come sta ad indicare la presenza di Mosè e di Elia. Forse ci saremmo aspettati altre figure bibliche: per esempio Isaia, profeta e scrittore molto noto (Elia non ha scritto nulla) o Davide, il grande re d’Israele … In realtà, Mosè ed Elia rappresentano la Legge e i Profeti, concretamente tutto quanto nelle Scritture riguarda Gesù.

Ebbene, chiediamoci come l’esperienza del Tabor possa essere un’esperienza di consolazione e di trasformazione anche per noi. Ci verrebbe da pensare che il racconto evangelico sia bello, ma se guardiamo il mondo oggi, se guardo me stesso, vedo tutti i miei difetti, vedo divisioni, guerre, disastri, paura per il futuro. Anche la “primavera del mondo arabo” che stiamo vivendo, presenta esiti molto incerti. Se poi pensiamo alla popolazione giapponese ci rattristiamo con loro e per loro…

Dove è possibile questa trasformazione cristiana se il mondo va così male e la nostra esperienza ci fa sentire quasi sempre più la fatica della salita che non la gioia della méta? Dobbiamo riconoscere di essere di fronte ad un agire di Dio che non finiremo mai di comprendere e che esige da noi una continua e profonda umiltà e che mi suggerisce tre spunti di riflessione che condivido con voi.

Anzitutto, siamo troppo tentati di lasciarci frammentare dalla quotidianità: siamo tirati di qua e di là da mille cose; ora ne facciamo una, poi ne facciamo un’altra; inseguiamo obiettivi e progetti, tutte cose buone, ma ci lasciamo sbriciolare, logorare dalla piccolezza quotidiana. Tutti fatichiamo ad alzare lo sguardo e a vedere l’insieme del mistero di Dio, incalzati dalle urgenze, dai problemi, dalle necessità.

Nell’esperienza del Tabor Gesù ci invita a contemplare il significato globale, a considerare come tutto ciò che si compie in lui rivela il Padre, rivela la gloria di Dio, la luce della risurrezione. È una rivelazione che ci permette di non rimanere schiacciati dagli avvenimenti, contenti perché una piccola cosa va bene, depressi perché un’altra va male. Saliamo anche noi sul monte con il Signore per guardare il frammento di oggi nella visione più ampia del suo disegno d’amore, per saper riconoscere l’insieme del suo mistero che si manifesta nella nostra vita e in quella del mondo intero.

In secondo luogo, anche noi dobbiamo come gli apostoli comprendere che Gesù è il centro delle Scritture: è lui che porta a compimento Mosè e i Profeti. Per questo la Chiesa primitiva non ha mai abbandonato le Scritture ebraiche, benché sia stata una tentazione forte, specie all’inizio. Marcione è stato uno dei primi a teorizzare l’opportunità di dimenticare il Primo Testamento, ritenendolo pieno di pagine oscure e incomprensibili.

Cosa fa invece Gesù la sera stessa di Pasqua con i due discepoli di Emmaus? Li rimprovera perché ancora non hanno capito: Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? E cominciando da Mosè a tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui? (Lc 24, 25.27; 44). Nella salita della vita, se vogliamo imparare a leggere in profondità la storia e le vicende che attraversiamo, dobbiamo avere familiarità con le Scritture, dobbiamo metterci in atteggiamento di ascolto. E la salita della quaresima può essere il tempo favorevole.

In terzo luogo l’episodio è per i discepoli una conferma della via umile del Vangelo. Abbiamo ascoltato nelle domeniche precedenti la quaresima le parole di Gesù su un altro monte, quello delle Beatitudini, abbiamo ascoltato le parole del Discorso della montagna: il perdono dei nemici, l’offrire l’altra guancia, l’essere misericordiosi con tutti, l’allietarsi di essere poveri piuttosto che ricchi, l’essere miti e umili …

Ebbene, il racconto della Trasfigurazione insegna che Dio approva tutto ciò. Quel Gesù che ha pronunciato il Discorso della montagna è degno di essere ascoltato perché rivela la parola dell’Eterno. È la conferma divina della straordinarietà del cammino evangelico, cammino di povertà, di mitezza, di misericordia, di perdono, di preghiera, di giustizia …

Camminando in questa via umile del Vangelo, inondiamo con una cascata di luce la nostra umanità, una cascata di luce che trasforma la tristezza in speranza, la solitudine in comunione, lo smarrimento in chiarezza, la delusione in consolazione.

2018-11-13T16:24:35+00:00marzo 20th, 2011|Omelie (vedi tutte) >|