//Un servo che non bada a spese

Un servo che non bada a spese

La nostra chiesa, ma anche le nostre case possono essere come la casa di Betania dove il Signore è invitato a cena  (11,55-12,11), così anche noi possiamo avvicinarci alla Pasqua con la gioia profonda di Lazzaro, la gioia di chi ha ritrovato la voglia di vivere, di chi ha sperimentato la bellezza del perdono, ha ritrovato la speranza di futuro.

Eravamo chiusi come in un sepolcro senza via d’uscita, schiacciati dalle sofferenze, dalle fatiche e dalle incomprensioni, bloccati e legati dai pregiudizi e dalle paure come le bende che avvolgevano Lazzaro… e l’incontro con Gesù ci ha riaperto possibilità inedite.

Ma pensiamo anche ai tanti Lazzaro che ancora vivono nel buio, nelle tenebre del peccato, dell’incertezza, della paura… e attendono che qualcuno rimuova quelle pietre, quei pesi sul cuore che da soli non si riesce a togliere.

Oppure possiamo sentirci più vicini a Marta. Abbiamo osservato cosa fa nel Vangelo: Marta «serve», cioè continua a fare esattamente quello che ha sempre fatto: lavora, serve a tavola, è sempre presa tra pentole e fornelli, tutta presa dalle cose, e sono cose buone, belle e necessarie, ma fa quello che ha sempre fatto.

Forse anche noi siamo preoccupati per Pasqua di fare le cose di sempre, di organizzare le vacanze, di fare festa, di preparare pranzi o cene… di fare cioè le cose che abbiamo sempre fatto, davvero un po’ come Marta appunto.

La sua fede è quella del fare, del correre, la fede di chi vede in Gesù un amico, qualcuno con cui sfogarsi e a cui confidare le proprie angosce, ma si ferma lì, perché arrivare a credere che sia Figlio di Dio, che vada incontro alla sua passione, morte e risurrezione… sono temi per altri.

Oppure possiamo avvicinarci alla Pasqua con il cuore di Maria, un cuore sorprendente. Noi crediamo di comprendere quello che fa, ma forse non riusciamo a cogliere fino in fondo la portata sconvolgente del suo atteggiamento.

Infatti per il tempo di Gesù ungere i piedi e asciugarli con i capelli è un atto audace: i piedi erano la parte sicuramente più sporca per chi calpestava strade a dir poco polverose e non i nostri marciapiedi. Nemmeno agli schiavi era chiesto di fare una cosa del genere. E lei li unge con l’olio di nardo.

E poi li asciuga, ma così facendo Maria sporca i suoi capelli con i piedi di Gesù. Sì, li sporca perché non dimentichiamo la cura che in genere la donna ha per i suoi capelli, nei capelli è il vezzo tipicamente femminile, i capelli di una donna sono sempre la sua bellezza… quando una donna si sente giù di corda va dal parrucchiere si dà una sistemata e si tira su. Magari un uomo lo trovi spettinato, scapigliato, ma una donna anche no… e appunto lei sporca i suoi capelli con i piedi di Gesù, si fa brutta per amore di Gesù, dona la sua femminilità, la sua bellezza per amore di Gesù.

Come dice l’innamorata al Cantico dei Cantici: Mentre il re sta sul suo divano, il mio nardo spande il suo profumo (1,12). Quindi l’unguento profumato versato sui piedi di Gesù dice l’amore dell’innamorata per il suo amato e il profumo di questo amore riempie tutta la casa. È il profumo di un amore che non bada a spese, d’un amore intenso.

Maria non ama come da protocollo dell’ospitalità, come il galateo insegna, ed è per questo che il gesto non passa inosservato. Questa donna ha capito il canale della relazione con Cristo che a tutti appare esagerato, perché noi siamo circondati da gente che, se va bene, fa le cose indispensabili, a misura minima, a livello del dovuto, di quelli che «si è sempre fatto così».

Cristiani senza slancio, senza colore, che fanno il passo secondo la loro propria gamba, che servono il Signore a orario… noi sappiamo che la chiesa invece viene risollevata dalle persone che si donano e sono innamorate di Cristo.

Perché Cristo ha dato tutto, non ha dato un’ora del suo tempo, non ha dato un pezzo della sua casa, non ha dato una goccia di sangue, ma tutto: tutto il suo tempo, la sua vita, tutto il suo sangue. Cristo ha dato le sue mani, i suoi piedi, il suo corpo, il suo sguardo, la sua vita. Cristo è esagerato. Non ha dato un po’ di sé, ma tutto.

Che non è esattamente il pensiero di Giuda, il quarto personaggio di riferimento della nostra pagina. Giuda è l’altro polo di questo vangelo, incapace di capire il linguaggio dell’amore di Maria, è un mediocre, uno prevedibile che non fa niente di sorprendente: calcola, fa di conto… Mentre questo vangelo urla lo statuto dell’amore: lo statuto del rapporto con Cristo.

Non possiamo dire di aver incontrato Gesù se il nostro stile è quello di chi fa quello che deve fare, di chi osserva la regola, di chi va al minimo… ma io non farò mai abbastanza per Gesù Cristo!

Il nardo vale trecento denari e la vita di Gesù è venduta per trenta denari: perché questo spreco? Con trecento denari ci campa una famiglia per un anno intero! Perché sprecare quei soldi per la vita di uno che puoi vendere per trenta?

Perché si ama poco, perché c’è poco amore: tutti preoccupati se c’è questo e quello, se ci sono le nostre cose a posto… si ama sempre troppo poco. L’amore chiede al Signore Gesù tutto quello che ha, perché per lui noi valiamo tutto questo. Noi per lui siamo preziosi e, amarci fino al dono di se stesso, per lui vale davvero la pena!

Isaia definisce con parole particolari uno che si comporta così, lo chiama Servo del Signore «ebed Adonai» (53, 1-12), che non è propriamente un termine accademico, un titolo onorifico, infatti il profeta che si trova sulle rive del fiume Tigri, 500 anni prima di Cristo, ha davanti a sé un campo di concentramento dove un popolo umiliato, privato dei suoi diritti è ridotto in schiavitù… guarda al popolo e ne porta la profonda sofferenza in cuore.

Chi può essere questo servo? magari il popolo stesso, oppure un individuo, non importa, ciò che importa è che il Servo del Signore è uno capace di stare davanti al male, anzi di starci in mezzo e non per finta, davvero al punto, proprio come dice Isaia, di apparire senza bellezza, disprezzato, reietto dagli uominicome agnello condotto al macello, come pecora muta… Parole che potrebbero descrivere la condizione di vita di uno qualsiasi dei campi profughi in Siria, in Turchia, in Libia, questi sono i luoghi per eccellenza del male, dell’ingiustizia, dove ancora una volta il male, il peccato riducono l’uomo e la donna a oggetto, a merce di scambio, destinatari di una violenza inaudita.

La questione è come stare in mezzo al male, come reagire, e ancora oggi il nostro riferimento è Gesù stesso che, come Servo del Signore, sta in mezzo al male, lo porta su di sé, come diciamo nella nostra liturgia prima di accostarci alla comunione: È lui l’agnello di Dio che porta il peccato del mondo. Cosa significa che porta il peccato, il male del mondo? Se non che Gesù si fa servo per amore, che vince il male con il bene.

Non è nelle nostre possibilità immediate cambiare le condizioni di migliaia di persone nel mondo in Nigeria, in Siria, adesso anche nello Yemen… ma almeno non rimaniamo indifferenti, portiamo anche noi nel cuore il male del mondo, possa questo vangelo metterci nel cuore tanta voglia di spenderci, di non smettere di credere nell’amore.

In questa pagina di vangelo c’è tutta la consistenza umana di sempre: c’è la vita e la morte, l’interesse e la gratuità, l’amore e l’odio, la trasparenza e le trame oscure, l’affetto e l’invidia… qui ci siamo tutti e c’è tutto di noi. Qui è l’intreccio delle nostre vite, perché noi siamo al contempo Maria di Betania e Giuda Iscariota; siamo capaci di slanci di altruismo, ma anche di calcolo meschino e gretto.

Ma almeno in questi giorni teniamo fisso lo sguardo su Gesù: è il servo del Signore e lui non bada a spese per amore nostro.

Possa questo vangelo metterci nel cuore tanta voglia di spenderci, di non smettere di credere nell’amore.

2018-11-13T16:26:51+00:00marzo 29th, 2015|Omelie (vedi tutte) >|