IV DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE - Gv 6, 24-35


La gente insegue Gesù, lo cerca, addirittura organizza una flotta di barche per tampinarlo… il motivo è ovvio: che abbia moltiplicato cinque pani e due pesci per una marea di gente, è più che sufficiente per giustificare un’iniziativa del genere. Non è questo che ci si aspetta da Dio? Che ci risolva i problemi? Che intervenga a fare i miracoli?

Gesù dice infatti alla gente che lo sta cercando: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato e vi siete saziati! (Gv 6, 24-35). Più chiaro di così. Così dicendo Cristo si scrolla di dosso quelle attese messianiche che riducono l’uomo e la donna a pietosi questuanti di qualcuno che risolva i loro problemi una volta per tutte.

Questa non è la preghiera dei figli al Padre perché doni consolazione, forza, pazienza e fiducia. Qui siamo di fronte a qualcosa che più demagogico di così facciamo fatica a trovarlo: se mi risolvi il problema io ti servo per sempre.

Ma è ‘questo’ Cristo la soluzione dei nostri problemi?

Ripenso le straordinarie pagine di Dostoevskij nella Leggenda del Grande Inquisitore. Il racconto ci conduce nel sedicesimo secolo a Siviglia nel sud della Spagna ai tempi dell’Inquisizione. Uno dei capi della città ha perso la figlia quando all’entrata della chiesa riappare improvvisamente Gesù. Sorprendentemente la gente lo riconosce subito, egli sorride e va verso la bara e dice: Talita kum. Si apre la bara, esce la figlia del capo e tutti sono sbalorditi … Immaginate cosa non accade intorno a Gesù!

La notizia in un attimo arriva al palazzo del Grande Inquisitore, un vegliardo di novant’anni. Quando questi scende sulla piazza d’un botto tutti abbassando la testa si zittiscono. Comanda alle guardie di afferrare Gesù e di gettarlo in carcere, perché l’indomani lo avrebbe condotto al rogo sulla piazza, mentre la gente rimane ammutolita. La sera stessa il Grande Inquisitore, di nascosto, va in carcere e interroga Gesù: «Sei tu? Sei tu?».

E poiché non riceve risposta: «Non rispondere, taci! So anche troppo bene quel che diresti: del resto non hai il diritto di aggiungere nulla a quanto dicesti un tempo. Perché sei venuto a disturbarci?».

Hai avuto torto quando nel deserto non hai usato tutti i mezzi a tua disposizione: la gente non vuole spiegazioni e parole, devi dare pane alla gente. Non sai che la felicità degli uomini si può realizzare solo a spese della loro libertà?

Ricordi la prima proposta? Cambiavi le pietre in pane e il genere umano ti avrebbe seguito come un gregge, riconoscente e obbediente. Ma tu non volesti privare l’uomo della libertà e respingesti l’invito perché pensasti che non ci poteva essere libertà se l’obbedienza veniva comprata col pane!

E poi, continua il Grande Inquisitore: dovevi prendere il potere e invece hai proposto la libertà. La gente non vuole essere libera perché quando è libera non sa usare la libertà e la libertà la getta alle spalle volentieri quando gli assicuri le cose che appagano. Vedi, noi sappiamo di cosa ha bisogno la gente e dobbiamo farlo noi. E tu hai torto perché queste cose le sapevi.

Il racconto si conclude con Gesù che si alza e, senza dire nulla, bacia il Grande Inquisitore. Questi apre la porta del carcere e gli dice: «Va’ via e ti prego non tornare più!».

Quale Cristo cerchiamo? Quello che lo vede asservito ai nostri bisogni, con noi al centro di ogni richiesta? Cerchiamo un Dio che deve soddisfare i nostri bisogni? Ma a quale prezzo? Un Dio così in definitiva ci solleva dalla nostra libertà, perché se uno ti dà il pane e ti risolve il problema tu ne diventi schiavo, dipendi da lui.

Dio sa quanto è tossico questo tipo di generosità: chi ti regala le cose, compra la tua libertà. Chi ti riempie la pancia vuole la tua anima.

La riconoscenza non è dipendenza, non è schiavitù ma solo nella misura in cui tu che hai ricevuto, nel momento in cui diventi destinatario del dono, non ti fermi al dono in sé e lo comprendi come un segno. Il segno ti interroga, ti responsabilizza, ti chiede di non fermare questa logica che moltiplica e non tiene per sé.

Un segno in tal senso l’abbiamo avuto anche questi giorni. Il segno della vita donata di don Roberto Malgesini, 51enne prete della diocesi di Como, ucciso a coltellate da uno dei poveri della città cui appunto dava il pane. La morte di don Roberto è il segno di una vita donata come il pane, spezzata per i poveri, così come si spezza il pane.

La cosa che ci pare assurda è che sia stato proprio uno dei destinatari del suo amore, uno dei poveri cui dava aiuto a ucciderlo. Ma a ben pensare non è successo così anche a Gesù? Non sono stati proprio coloro che sono stati sfamati con la moltiplicazione dei pani e dei pesci i primi a gridare: A morte, a morte, meglio che muoia lui, anziché Barabba!?

I segni occorre leggerli.

Occorre leggere la morte, il martirio di questo prete, come un segno altrimenti si legittimano reazioni a loro volta violente, espulsive che contraddicono in radice quello che don Roberto ha vissuto fino alla fine. «Era un migrante irregolare, se fosse stato espulso…» sì sono ragioni apparentemente comprensibili, ma di fatto inaccettabili, se non al prezzo di rinnegare la consegna che don Roberto lascia con la sua vita donata.

Se il martirio di don Roberto è un segno, noi piangiamo la sua morte, ammiriamo la sua testimonianza silenziosa e discreta, ma se questo è un segno che ci viene donato e non solo una commozione passeggera, allora siamo chiamati dalla sua morte a continuare quello che lui ha fatto fino all’ultimo minuto della sua esistenza. Amiamo i poveri, accogliamo i deboli, diamoci da fare. Vinciamo il perbenismo, l’indifferenza, la chiusura e diventiamo a nostra volta pane di libertà.

Isaia pregava il Signore: Se tu squarciassi i cieli e scendessi! (Is 63,19-64,10). Che è come dire: quanto sarebbe diverso il mondo, come cambierebbero le cose… se tu Dio intervenissi a sistemare tutto. E Dio potrebbe farlo, chi potrebbe impedirglielo?

Sapete cosa glielo impedisce? La nostra libertà. Dio rispetta l’uomo, non si impone. Se pone dei gesti che ci stupiscono, che ci sorprendono come miracoli, però è anche vero che ci chiede di imparare a leggerli come segni.

Infatti Gesù scende dal cielo, ma scende come pane e i discepoli imparano a conoscere e a nutrirsi della vita di Gesù, come di un pane buono che alimenta il senso del vivere, così che a loro volta sapranno essere pane di libertà.

Se ti nutri della vita del Cristo, se metti le cose al posto giusto come fa lui, la tua vita non può assumere una forma diversa dalla sua e a tua volta ti fai pane per quei poveri, quegli ultimi che Gesù ha messo in cima alle sue priorità. Solo lo sciocco prende il pane e se ne sazia pensando alla propria pancia e crede così di nutrire la vita. Solo il superficiale crede di essere a posto dopo essersi saziato.

Occorre leggere in profondità e guardare con gli occhi del cuore il segno. Cosa dà vita al mondo? Letteralmente Giovanni parla di vita (zōé) del cosmo. In greco si dà la distinzione tra la Vita come zōé e la vita come bios.

Pannikar diceva che la prima, la vita come zōé riempie tutto: le pietre, le piante, gli animali, i pensieri e le emozioni, le intuizioni spirituali più sublimi e Dio stesso. La seconda intesa come Bios è solo una percezione di qualcosa definito dalla scienza moderna e limitato alla breve comparsa di un individuo in questo mondo. La vita è biologia, ma la vita non è solo biologia.

Ed è questa vita, zōé, che nutre Gesù: Io sono il pane della vita. Gesù nutre la vita non solo quella biologica, ma quella che non muore e infatti chiede a noi di nutrirci del dono della sua vita proprio mentre consegna il suo corpo nell’ultima cena: Fate questo in memoria di me. Fate questo non significa “celebrate” la messa, ma significa “fate altrettanto”, cioè date voi stessi, concepite la Vita come dono, perché siete più della vostra biologia.

Il discepolo mangiando il pane entra nella logica del dono: ricevere tutto e tutto consegnare, perché Cristo è un pane di libertà che nutre la Vita, quella che non muore mai.