//Un Dio sorprendente

Un Dio sorprendente

(Es 14,15-31; Gv 11, 1-53)

In quest’ultima domenica di quaresima, dopo aver sostato nel deserto, dopo che ci siamo fermati al pozzo di Sichem e dopo essere stati col cieco davanti al muro oscuro dell’incomprensione, la parola di Dio ci fa stare davanti a un sepolcro, a una tomba, alla tomba di un amico di Gesù.

E questa, come ben sappiamo, è un’esperienza dolorosa. L’abbiamo sperimentato tutti quando abbiamo accompagnato una persona cara o abbiamo sostato davanti al sepolcro di un amico o di un’amica. Siamo rimasti ammutoliti, con gli occhi pieni di lacrime, la mente affollata di ricordi… e forse abbiamo pregato, abbiamo rivolto all’Eterno una qualche domanda, o magari abbiamo anche gridato, abbiamo invocato…

Perché abbiamo pensato che nelle nostre famiglie si ripetesse quello che accadde ai carri del faraone, come diceva al v.25 l’Esodo: «Dio frenò le ruote dei carri degli egiziani così che a stento riuscivano a spingerle». Nel senso che talvolta sembra che Dio voglia frenare le ruote dei carri delle nostre vite o delle vite dei nostri cari, che sono come esistenze lanciate in corsa verso l’obbiettivo di una vita piena, intensa, bella e che invece vengono bruscamente e brutalmente bloccate.

Così succede oggi nel Vangelo. Marta e Maria si rivolgono a Gesù e le loro parole hanno il sapore del rimprovero affettuoso, ma sempre rimprovero è: Se tu fossi stato qui!

Il libro dell’Esodo ci racconta di una situazione analoga: Mosè che aveva avuto col faraone una contrattazione estenuante, aveva faticato non poco a convincere i suoi a partire ed era riuscito ad uscire nottetempo dall’Egitto con tutta la sua gente. Quando con questo insieme di persone che avevano condotto una vita da schiavi per anni e anni comincia ad assaporare la libertà ecco che sentono sopraggiungere alle spalle l’esercito egizio e davanti hanno il mar Rosso.

E noi sappiamo che il mare è nella Scrittura l’immagine dell’abisso, l’evidenza più chiara delle forze oscure che governano la vita. Quindi Mosè e i figli d’Israele hanno davanti il mare e alle spalle arriva l’esercito egiziano. Ebbene cosa poteva fare Mosè? La situazione è durissima, non sembra esserci via d’uscita.

Il midrash ci racconta che poteva imboccare diverse soluzioni. Come prima cosa poteva tentare la via diplomatica: avrebbe potuto mandare un’ambasceria per trattare una resa onorevole. Magari sarebbero tornati a fare gli schiavi, avrebbero accettato condizioni più dure, avrebbero dovuto produrre più mattoni, ma almeno la pelle era salva.

Oppure c’era la soluzione militare: Mosè poteva organizzare una resistenza armata. Certo sarebbero morti tutti, perché non avevano armi e anche se le avessero avute, come combattere un esercito organizzato come quello egiziano? Ma, almeno sarebbero passati alla storia come eroi.

Mosè aveva davanti a sé anche la via della depressione e della disperazione. Il ragionamento poteva essere: «A che serve vivere da schiavi, è meglio morire tutti, buttiamoci in mare e la storia finisce qui». La soluzione della disperazione era quella del suicidio di massa.

C’era ancora un’altra via quella propria dell’opportunista e del vigliacco. Mosè poteva benissimo dire: «Va bene io vi ho portato fin qui, ma adesso ognuno pensi a sé, ognuno per la sua strada!». Ecco c’erano tante possibilità, tante vie d’uscita più o meno probabili…

Cosa fa Mosè? Se la prende con Dio e gli grida: «Signore ci hai portati fin qui e adesso cosa fai? Ci abbandoni?». Più che legittimo, Mosè è in un momento di terribile sconforto, proviamo anche solo per un istante a immaginare cosa non poteva provare: «Dio mi ha abbandonato e la gente mi maledice!». Cosa avremmo fatto noi? Ci saremmo, come ha fatto lui, chiusi nella nostra tenda o dietro a una duna e ci saremmo abbandonati a un pianto disperato e poi avremmo gridato a questo Dio: «Ma chi me l’ha fatto fare? Tutto sto macello per arrivare a questo punto. Signore, cosa fai? Ma è mai possibile che tutto sia finito?».

La pagina dell’Esodo di oggi è la risposta di Dio a Mosè ed è sorprendente, non ci siamo accorti, ma il Signore dice: «Perché gridi verso di me? Ma come? I miei figli hanno il nemico alle calcagna e tu te ne stai qui fermo a supplicare? A volte è bene pregare a lungo, ma a volte invece conviene darsi da fare! Prendi e cammina, fai il primo passo». Questo ci stupisce. Ma come? Davanti al muro della morte, del dolore e della sofferenza supplicarti è una perdita di tempo e devo fare il primo passo? Sorprendente questo Dio!

Se leggiamo il passo di Giovanni da questa prospettiva, la situazione è storicamente diversa, ma anche Gesù arriva davanti alla tomba di Lazzaro e un po’ come Mosè – che poi è il nostro modo di reagire di fronte al mistero della vita – scoppia in pianto, è davvero dispiaciuto di fronte al mistero della morte di un amico.

Gesù poi prega, si rivolge al Padre. La preghiera è lo spirituale che è in noi e che non si rassegna alla morte, è il grido dell’anima che esce dall’intimo e quasi invoca la sua sorgente perché non vuole essere abbandonata.

Infine Gesù dopo la preghiera al Padre, chiama Lazzaro per nome e lo fa uscire dal sepolcro. E Lazzaro fa il suo primo passo.

Ma non è finita qui, perché, dice Giovanni al v.44: Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Inutile chiederci come facesse a camminare se aveva i piedi legati, ciò che conta è l’imperativo di Gesù questa volta rivolto ai presenti: «Liberatelo e lasciatelo andare!». Anche qui Dio ci sorprende: ma come lui che lo ha richiamato dalla morte alla vita non poteva forse lacerare d’un colpo le bende? Non poteva spostare la pietra davanti alla tomba?

Questo perché, come già nell’esodo, la liberazione non avviene senza di noi. Fidarsi di Dio significa fare il primo passo nelle acque del mar Rosso e d’altra parte bisogna attraversarle per arrivare alla terra della libertà.

Lazzaro è chiamato alla vita da Dio che vince la morte. Ma anche a noi è chiesto di far sì che quella vita possa essere liberata. La vita eterna è dono di Dio e solo lui può donarla, ma a noi tocca liberarla da quelle bende e da quei lacci che la tengono inviluppata.

E sarebbe un gran bel lavoro dare un nome a tutte quelle bende, a quei legacci che hanno la capacità di bloccare la nostra vita. Quante volte ad esempio la paura e la mancanza di fiducia ci paralizzano. Di fronte a un dolore, a un lutto, ma anche di fronte a un problema che ci spaventa e ci preoccupa, ci lasciamo prendere dallo sconforto, lasciamo che i lacci del timore di insuccesso ci paralizzino. Davanti al mare e a tutto ciò che questo rappresenta, davanti all’immensità del mistero, chi siamo noi? La paura, lo scoraggiamento hanno la meglio e noi ne siamo resi schiavi.

Lazzaro non poteva essere vivo e rimanere bendato: una volta restituito alla vita aveva bisogno che qualcuno lo aiutasse a sciogliere quelle bende.

E questo è vero per ogni tipo di morte. Anzitutto per la morte spirituale, quando appunto siamo presi dalla mancanza di speranza, quando il pensiero di non farcela ci paralizza. Quando crediamo che Dio abbia bloccato le ruote del carro della nostra vita. Quando tutto sembra andare contro di noi.

Ma questo è vero anche per la morte morale: quando siamo resi schiavi del peccato e le nostre bende sono i vizi, la superficialità, l’indifferenza… e non ci sembra di riuscirne a venirne fuori.

Tutto questo è ancora più vero davanti alla morte fisica, quando piangiamo la morte di una persona cara. Ecco oggi, immaginate vicino a voi, accanto a voi, la creatura che avete amato e che ora non c’è più, lasciando in voi un vuoto incolmabile. Un genitore, un coniuge, un amico o addirittura un figlio. Immaginate che questa creatura vi guardi e vi chieda: «Credi tu alla vita eterna? credi tu alla risurrezione?».

Come Marta anche noi crediamo che la risurrezione del corpo avverrà “nell’ultimo giorno” e questa è opera di Dio. Ma Gesù ci sorprende perché c’è una risurrezione del cuore che può avvenire ogni giorno nel momento in cui togliamo le pietre dai cuori, quelle pietre che sono l’orgoglio e la superbia ci impediscono di amare e di perdonare. Una risurrezione del cuore che avviene quando togliamo con delicatezza le bende che ci avvolgono mani e piedi e che sono le schiavitù del nostro carattere, le paure, le chiusure che ci impediscono di agire, di muoverci verso il futuro, verso l’altro. Facciamo un passo per attraversare il «mare»: la liberazione è dono di Dio, ma non avviene senza di noi.

2018-11-13T16:26:25+00:00aprile 6th, 2014|Omelie (vedi tutte) >|