Dopo tutte le celebrazioni di questi giorni, dopo esserci nutriti con abbondanza della parola di Dio, devo constatare non solo quanto sia distante dal modo di vivere di Cristo, ma soprattutto quanto ancora debba interiorizzare la sua parola, il suo Vangelo.

Prendiamo il fatto che la celebrazione di oggi ci ricorda: Gesù si immerge nelle acque del Giordano e viene battezzato da Giovanni.

Gesù è ormai uomo adulto e ci saremmo aspettati di vederlo comportarsi come tutti i suoi coetanei alla ricerca della propria realizzazione, nel cercare di emergere con le sue attitudini e qualità nella vita religiosa o politica, oppure in quella economica, commerciale o militare… Vedete noi veniamo al mondo con questa che è una di quelle condizioni implicite nella nostra convivenza per cui la maturità della persona esige inesorabilmente una visibilità e una conferma sociale che viene dal distaccarsi dagli altri, dall’emergere sopra gli altri.

Gesù sceglie altrimenti. Gesù compie il gesto emblematico di immergersi, lui che poteva anche fare a meno di mettersi in fila con la gente che andava da Giovanni a farsi battezzare, appunto poteva cogliere l’occasione per differenziarsi dagli altri e dire: Ecco io sono figlio di Dio, non sono come voi, sono migliore di voi, io sono senza peccato, Gesù compie anzitutto un bagno di umiltà.

Con la sua scelta di scendere al Giordano da Giovanni il Battista mettendosi in fila con tutti per immergersi nelle acque del fiume, fa un bagno di umiltà.

Umiltà è un termine ormai fuori moda e guardato con sospetto perché ambiguo. Una volta si parlava dell’umiltà “pelosa”, di un’umiltà che in realtà nasconde lo smisurato desiderio di essere ammirati dagli altri.

Così ancora oggi guardiamo con sospetto e circospezione chi si atteggia a umile, perché immaginiamo che abbia comunque uno scopo inconfessato, abbia perlomeno calcolato un tornaconto nascosto dietro un corredo di finzioni e parole vacue.

Si racconta di un vecchio rabbino, ormai moribondo, al cui capezzale accorrevano i suoi discepoli e ognuno di loro esternava la sua gratitudine esaltando una o l’altra delle tante qualità e virtù del maestro. Rimasto alla fine solo, con un segno della mano attirò a sé sua moglie e, agitandosi, le sussurrò all’orecchio: «Nessuno, però, ha ricordato la mia grande umiltà!».

Il bagno di umiltà di Gesù non è una posa, non è una finzione… umanamente parlando non aveva nulla da guadagnarci, non poteva essere certamente quella l’occasione per emergere.

Gesù è il dono dell’umiltà di Dio. Se fosse stato mandato da un Dio orgoglioso e capriccioso, anch’egli avrebbe dovuto sottolineare ancora di più la sua differenza con noi, la sua superiorità.

In realtà Gesù si immerge confermando l’iniziativa del Battista – anche in questo è umile – per cui la via per vincere il peccato, la colpa non è quella dell’ipocrisia propria di chi si nasconde dietro le maschere del perbenismo e della superiorità… ma nel chiamare le cose con il loro nome, non si tratta di vivere nell’illusione e nella finzione, ma nella verità di sé stessi, uscendo dall’inganno.

Proprio perché come disse un giorno: Non c’è nulla di segreto che non sia manifestato, nulla di nascosto che non sia conosciuto e venga in piena luce (Lc 8,17).

Ci hanno sempre insegnato che il battesimo lava via i peccati… questa cosa non mi ha mai convinto, perché poi di fatto l’esperienza ci mette quotidianamente di fronte allo smacco della possibilità di una vita impeccabile. Orgoglio, superbia, ira… se ripercorriamo tutti i grandi vizi, bene o male ci ritroviamo dentro.

E poi non è vero che il perdono di Dio è come un bucato o un passaggio in lavatrice… Gesù non lava via proprio niente, anzi, scendendo nel fiume esprime un’umiltà capace di assumere su di sé tutta una storia di peccato, una storia di popolo che è arrivato alle rive del Giordano portando tutto il peso del passato fatto di infedeltà e idolatrie.

Il bagno di umiltà non lava via, ma chiede di saper riconoscere i nostri peccati personali, i nostri errori, i nostri sbagli, per cui ognuno di noi deve fare i conti con sé stesso in totale immersione nella propria umanità, vincendo quella subdola tentazione di emergere, di credersi migliore degli altri.

Come pure dobbiamo fare i conti, per il senso di responsabilità, dei peccati che compiamo come popolo, come chiesa, come umanità… perché non siamo affatto migliori degli altri, non siamo per nulla più santi degli altri.

Pensate al retaggio che ancora nella chiesa ci portiamo appresso quando chiamiamo: eminenza, eccellenza… coloro che dovrebbero essere a servizio. È un linguaggio che tradisce e rinnega lo stile di Gesù che appunto ha scelto di scendere in basso, di immergersi e non di emergere. È un linguaggio che tradisce anche l’infatuazione del potere che infesta la chiesa di Dio.

Pensiamo poi alla nostra presunta superiorità nei confronti delle vite degli altri, nel mentre trattiamo con disumanità e violenza quei poveri cristi che cercano di superare sentieri innevati e campi minati, tra Bosnia, Croazia, Slovenia. Quando invece dovremmo immergerci nel dolore di quelle famiglie, di quelle donne e quegli uomini… e fare un bagno di umiltà nel metterci nei loro panni per poi agire di conseguenza.

Questo è ciò che piace a Dio ed è ciò che di più umano possiamo immaginarci. Ci sorprende la reazione del Padre, di Dio che dopo il battesimo di Gesù, dice tutto il proprio orgoglio per questo figlio: Tu sei il Figlio mio l’amato, mi piaci proprio!

Secondo il nostro modo di pensare è normale che un padre sia orgoglioso del proprio figlio quando questi compie delle cose eccezionali, quando raggiunge traguardi che danno soddisfazione, quando emerge sopra gli altri.

Dio sembra essere un Padre un poco originale: si compiace nel vedere il Figlio non quando si innalza sopra gli altri per emergere, ma quando si immerge nelle acque del Giordano con tutti coloro che schiacciati dai sensi di colpa sono presi dall’angoscia.

Al Padre piace un Figlio umile che prende la parte non del superbo, dell’orgoglioso, del vincente… ma che si schiera con chi sta male, con chi soffre.

Perché Gesù non sta sulla riva del fiume a dire cosa dobbiamo fare, ma si immerge nell’umanità ferita dalla violenza e dall’intolleranza, dall’ipocrisia e dalla competizione, scende in acqua con noi ed è allora che lo stesso Spirito di Dio entra nella vita attraverso le ferite aperte della nostra umanità, proprio quando l’uomo abbandona il suo compito di essere umano con la pretesa di emergere.

Gesù poteva starsene a casa sua e studiare un programma a tavolino delle cose che andavano fatte e poi scegliere le persone migliori adatte a fare i cambiamenti necessari…. Invece si mette ad ascoltare la sofferenza delle persone per accompagnarle alla riscoperta dei propri doni, in modo tale che uno possa ripensarsi come figlio amato, possa guardare alle proprie fragilità, ricostruire i propri legami, dare voce alle proprie capacità.

La nuova alleanza di Gesù non è come la tradizionale alleanza tra chi sta in alto come Dio e chi è in basso come noi. Nel suo immergersi Gesù introduce piuttosto la nuova alleanza che è un legame di empatia e di amicizia che favorisce il riemergere in noi dei doni di Dio, delle passioni gioiose, dei singoli talenti, di progetti realizzabili e condivisibili, di spinte creative.

È quello che succede quando smettiamo di fare le cose per i poveri, di fare la carità per chi sta male, e decidiamo di vivere con i poveri, di stare dalla parte di chi sta male: loro rinascono a nuova speranza, ma anche noi impariamo la vera misura dell’uomo.

Così come quando smettiamo di parlare dei giovani, quando smettiamo di voler risolvere i loro problemi ergendoci a sapienti risolutori, ma viviamo con loro, li ascoltiamo, dedichiamo del tempo e li riconosciamo come eredi capaci di assumere la vita, di abitare la loro dignità di figli amati. Se la nostra è un’identità debole e senza futuro perché si regge sull’umiliazione dell’altro, sulla discriminazione e sull’indifferenza, loro invece sono capaci di aprire strade nuove e possibilità inedite.

Impariamo ad immergerci nelle acque della vita, facciamo anche noi questo bagno di umiltà dove incontreremo il Figlio amato da Dio e saremo capaci di germogliare semi di speranza.

(Mc 1,7-11)