Da parecchi secoli i nostri occhi hanno smesso di essere le finestre attraverso le quali il mondo viene a noi. Noi leggiamo ciò che la luce dipinge sulla retina. Keplero montò un occhio di mucca in un apparecchio e scoprì che funzionava come una camera oscura.

Da allora, l’occhio non è più la porta attraverso la quale le cose entrano nell’anima, ma lo strumento attraverso il quale le immagini s’imprimono.

Perché l’accesso all’anima riguarda anche altro.

Quando Gesù conclude il vangelo di oggi domandando al cieco guarito: Credi tu nel Figlio dell’uomo? Cosa intende chiedergli? Una professione di fede astratta, l’adesione a un sistema di verità che abitano in una qualche costellazione? Non pare proprio alla luce di quanto quell’uomo ha ha sentito, ascoltato e poi è giunto anche a vedere.

Siccome quell’uomo siamo noi che riteniamo l’atto di fede come una cosa astratta, una fiducia cieca, se non irragionevole, Gesù gli dice: Tu lo hai visto, è colui che parla con te. Infatti il Signore gli aveva parlato, gli aveva toccato gli occhi, lo aveva mandato alla piscina… insomma Gesù deve spiegare a quell’uomo che una luce lo ha accarezzato, gli ha parlato e lui può dunque fidarsi. Allora finalmente il cieco guarito, continuiamo a chiamarlo così, dice: Credo Signore!

Ad essere radicali nella riflessione dovremmo anche chiederci: più che cercare la colpa nei genitori o in qualcun altro, quei Giudei avrebberdo dovuto chiedersi: perché, se Dio in principio ha creato tutto bene, tutto bello e perfetto… perché c’è il dolore, la sofferenza, la cecità, il tumore, l’ischemia…?

La risposta delle teologie è quella del peccato, della colpa: le teologie costruiscono un’impalcatura concettuale per la quale Dio ha fatto tutto bene, l’uomo ha peccato, quindi il mondo è dannato… occorre che Dio intervenga.

Gesù sembra dirci qualcos’altro. Riascoltiamo le sue parole: Né lui ha peccato, né i suoi genitori… ma perché in lui siano manifestate le opere di Dio.

Dunque quel cieco è un paradigma antropologico assai intrigante: la sua cecità non è una colpa, non è conseguenza di un peccato, ma manifesta, “fa luce” al fatto che le opere di Dio, la sua creazione vada avanti, progredisca. La creazione continua, evolve, cammina verso la pienezza del disegno di Dio.

È come dire che la purezza non è al passato, ma sta tutta davanti a noi.

Gesù incontra il cieco nato, lo tocca, gli parla: la creazione continua così. Gesù apre i nostri occhi perché impariamo a guardare le cose diversamente, non sotto la condanna del peccato, ma sotto la prospettiva del futuro, della benedizione di Dio.

I contemporanei di quell’uomo nato cieco perdono tempo a capire di chi sia la colpa, ma non fanno nulla per lui. Continuano a ingessare la realtà e a rinchiudere le persone nelle gabbie della colpa e del peccato.

Anche se dovessimo prendere il peccato originale alla lettera, rimarrebbe il fatto che se l’universo ha circa venti miliardi di anni, come dice la scienza, il peccato dell’umanità avrebbe circa quattro milioni di anni, quando compare la specie umana. Ma diciannove miliardi di anni prima del peccato c’è la benedizione.

Vai incontro alle persone, tocca, parla, ama: così sei benedizione, così la creazione cresce. I gesti di Gesù sono i gesti del Padre nel sabato della creazione: sono i gesti di una creazione che deve continuare. Non è il peccato ad essere originario, ad essere originario è il bene, il dono di Dio che chiede la nostra partecipazione, è affidato alla nostra responsabilità.

In occidente, come scrive Matthew Fox, la spiritualità e la scienza si sono opposte l’una all’altra fin dal XVII secolo. Questa separazione è stata disastrosa: la spiritualità è diventata un fatto privato e la scienza una serva violenta della tecnologia, con il risultato che le persone sono diventate annoiate, violente, tristi, isolate e pessimiste[1].

Un illuminismo ante littera il loro che di fatto teme il buio, ha paura della non chiarezza, dell’assenza di luce razionale e quindi ha paura del silenzio o dell’assenza di immagini. Ma se ci pensiamo bene la crescita delle persone avviene nell’oscurità, nei sotterranei del pensiero, alle radici dell’esistenza. D’altronde il nostro cuore lavora bene al buio e così il fegato, l’intestino, il cervello tutta l’opera meravigliosa e armoniosa del nostro corpo benedetto va avanti giorno e notte, ma sempre al buio. Non è stupendo? Noi stessi siamo stati concepiti al buio, abbiamo vissuto nove mesi nell’oscurità, come il seme cresce nell’oscurità.

Meister Eckhart[2] diceva che Dio non si trova nell’anima aggiungendo qualcosa, ma per mezzo di un processo di sottrazione. Questo non sanno fare i Giudei e tutti coloro che ragionano come loro e che presumono di vedere, quindi di sapere, ma in realtà non vedono Dio, non vedono Gesù e non vedono l’uomo e tantomeno l’universo, un universo che non se ne sta semplicemente lì, ma è in movimento, anzi è nel processo di venire alla luce. La sofferenza allora non è il prezzo che paghiamo per il nostro peccato, la sofferenza al contrario è parte del processo di nascita del cosmo. Gesù non ci salva dal dolore, ma ci salva attraversando il dolore.

Dovremmo chiedere la grazia che Gesù ha fatto sperimentare all’uomo guarito: la sofferenza è come le doglie del parto e Paolo lo aveva compreso bene.

Qual è il miracolo oggi, come ieri? È mandare avanti le opere del Padre, la creazione con i gesti e le parole, con la cura e l’attenzione che impariamo in questa pagina di Vangelo, da Gesù: Lo hai visto è colui che parla con te.

Nell’era dello show, dei video, degli influencer dove domina l’oggettivazione strumentale e interessata… che non costruiscono relazioni, ma collezionano fotogrammi di vita, ritroviamo un’ascetica dello sguardo, un’etica della visione: impariamo a vedere l’altro, uomo, donna e bambino non secondo le categorie del passato, di un’età dell’oro che abita solo nella nostra immaginazione, ma a incontrare la persona che è lì vicina, ad accarezzarla, a parlarle, a prendercene cura.

Non mi soffermo sulla metafora della luce come conoscenza della verità, ma sull’atto del posare lo sguardo, del vedere, del guardare… termini che andrebbero “osservati” con cura e non si tratta di “chiudere un occhio” appunto, ma di porre attenzione, di mettere a fuoco la rilevanza etica del nostro sguardo, le implicazioni per l’anima di come e cosa costituisce l’oggetto del nostro osservare.

L’atto del vedere, dell’accogliere la luce, del guardare al cosmo come abbiamo visto ci fa entrare in relazione, come dice Gesù: Lo hai visto, è colui che parla con te.

Come filosofo contemporaneo Levinas fa dello sguardo reciproco di due persone la fonte dell’esistenza personale. Il volto dell’altro è al cuore della sua opera. La percezione del volto altrui non è mai semplicemente ottica, né silenziosa: parla sempre a me.

“Tu vedi e intendi come tocchi” non smette di ripetere.

(1Ts 5, 1-11; Gv 9,1-38)

[1] Matthew Fox, In principio era la gioia, Roma 2011

[2] Teologo, mistico e poeta tedesco + 1327