PENULTIMA DOPO L’EPIFANIA detta "della divina clemenza" - Gv 8, 1-11


audio 12 feb 2023

La parola di Dio di oggi è un pressante invito a chiedere perdono. Lo ha detto Baruc, il segretario di Geremia, con parole tipiche di una liturgia penitenziale e sullo stesso tono continua anche il salmo 105… però vi invito a notare come nelle letture non incontriamo la richiesta di ripiegarsi sulla propria colpa, sul peccato individuale, interiore, anzi, i verbi sono tutti al plurale: noi non abbiamo dato ascolto alla sua parola, noi abbiamo peccato, siamo stati empi, siamo stati ingiusti, delitti e malvagità abbiamo commesso…

Parole che dicono la coscienza di un popolo che sa di non essere fedele, di tradire l’amicizia con Dio, così da esprimere la consapevolezza non tanto dei peccati dei singoli, ma dei peccati collettivi, dei peccati storici di tutti.

Anche il vangelo di Giovanni, nonostante i farisei e gli scribi mettano al centro una donna peccatrice, di fatto per Gesù quella è l’occasione per mettere in evidenza alcuni peccati collettivi, direi strutturali.

Il primo peccato sociale che Gesù denuncia è l’arroganza di chi si attribuisce il diritto di vita o di morte di un altro. Secondo la legge di Mosè una peccatrice sorpresa in adulterio va lapidata. Ancora oggi ci sono paesi nel mondo nei quali, anche in nome di Dio, si commina la pena di morte per questi e altri motivi. Senza dimenticare che anche noi come cristiani lungo nei secoli abbiamo usato la pena di morte magari affidandoci al cosiddetto braccio secolare… tra l’altro è rimasta legale nello Stato Pontificio addirittura fino al 1969, per essere poi abolita formalmente il 12 febbraio 2001 da Giovanni Paolo II.

Un secondo peccato sociale che Gesù intende sovvertire è il maschilismo come è evidente nella fattispecie del caso che gli viene sottoposto: perché venga condannata solo la donna e non i suoi clienti, la dice lunga di come stiano le cose. Sappiamo bene quanto sia lento e difficile ancora oggi l’affrancamento di gran parte della cultura umana da una mentalità maschilista. Basti pensare che nel nostro Paese l’adulterio non è più un reato solo dal 1969, depenalizzato in quanto questione che riguarda solo la coppia.

Tra l’altro l’adulterio non è affatto così indolore come si potrebbe pensare nonostante sia un costume molto diffuso, al contrario ci sono rapporti di coppia che precipitano in tragedia: non pochi femminicidi sono scatenati da adulteri, presunti tali o reali, o comunque dalla folle gelosia di un marito che si considera proprietario della moglie. I dati nazionali mostrano come ormai una donna su tre abbia avuto un’esperienza di violenza, di maltrattamento…

Questo per dire come il maschilismo sia duro da estirpare, viviamo una mentalità e una cultura in cui è profondamente radicata la convinzione della presunta superiorità dell’uomo sulla donna. Questa cultura maschilista alimenta il sistema patriarcale, sistema in cui gli uomini detengono il potere e predominano in ruoli di leadership politica, autorità morale e privilegio sociale, e anche religioso.

Sono peccati sociali di cui ancora oggi dobbiamo chiedere perdono, perché nonostante la parola e il messaggio di Gesù, siamo stati, e lo siamo tutt’ora, abilissimi nell’eludere la sua proposta di cambiamento.

Tant’è che se fosse qui con noi, Gesù continuerebbe a scrivere per terra! Il suo è un gesto intrigante e emblematico perché non scrive sulla sabbia come spesso si è inteso. Non dimentichiamo che l’incontro avviene nel Tempio e, come scrive lo storico ebreo Giuseppe Flavio, i cortili del Tempio erano pavimentati con pietre di vario tipo e colore[1].

Gesù che scrive sulla pietra ci rimanda come prima cosa al Decalogo scritto su due tavole di pietra: ora Gesù sembra voler scrivere su questa pietra una cosa nuova.

In secondo luogo con questo gesto Gesù sembra voler scrivere anche sui nostri cuori di pietra, cuori induriti soprattutto nei confronti degli altri, al punto di arrivare a condannare a morte e a perpetuare una cultura maschilista.

Il cuore di pietra, come quello dei Farisei e degli scribi che vogliono mettere Gesù in difficoltà, quasi a trascinarlo in un tranello. Sì, un tranello perché se lui che si professa amico dei pubblicani e delle prostitute, che ha detto che proprio costoro ci precedono tutti nel regno di Dio… ora perdonerà l’adultera, trasgredirà platealmente la legge di Dio e per questo potrà essere a sua volta accusato.

Ma d’altra parte se Gesù non perdonasse la donna contraddirebbe se stesso e risulterebbe incoerente con quanto ha detto e fatto finora.

Nella sua risposta Gesù non dice ai farisei e agli scribi: chi è senza il peccato di adulterio getti la pietra contro di lei. Poteva anche darsi che tra i presenti ci fossero o non ci fossero uomini adulteri, ma non è tanto il peccato personale che sta a cuore a Gesù, bensì il peccato strutturale, quello radicato nella cultura e nel modo di pensare di un intero popolo, e non solo, che arriva a chiedere la pena di morte e a ridurre la donna a oggetto nelle mani del maschio.

Gesù non dice nemmeno: vergognatevi, siete peggio di lei… o cose di questo genere. No, Gesù non accusa né giudica nessuno, ma invita ciascuno ad andare al cuore di una cultura e di una mentalità che si sono così pervertite dal decidere di togliere la vita con la pena di morte e di discriminare la donna. Per questo gli accusatori ora si sentono accusati ed escono di scena in silenzio e con la testa bassa. Non vogliono cambiare.

Allo stesso modo Gesù non chiede conto alla donna del suo adulterio, non va a frugare nella sua coscienza, non le domanda: perché lo hai fatto? Come è avvenuto? Come hai potuto trasgredire un comandamento? E soprattutto non le chiede neppure se sia pentita, forse non è pentita per niente.

Magari quella donna era moglie di un marito che non amava. Forse in quell’adulterio aveva trovato un amore vero. Anche ai tempi di Gesù come in alcuni periodi della nostra storia, quando i matrimoni erano decisi dalle famiglie, i grandi amori spesso non erano quelli tra marito e moglie, ma quelli tra amanti.

Gesù comunque non chiede alla donna se è pentita. Questa è una cosa sorprendente: Gesù non parla del suo peccato, non è venuto a parlare del peccato, gli scribi e i farisei parlano di peccato. Gesù non è venuto per renderci peccatori e colpevoli, ma al contrario, per liberarci dal peccato e dalla colpa.

Questa è la terza cosa che fa Gesù. La prima cosa è svuotare di ogni diritto la presunzione di poter comminare la pena di morte, la seconda è riconoscere il maschilismo e il patriarcato come peccato sociale, infine libera le coscienze: le libera! Non viene come un Inquisitore, sia pure celeste, non invade le coscienze, non martirizza le persone con mille domande: le perdona.

Neppure io ti condanno. Va’ e non peccare più. Perché questa assoluzione? Non le chiede nemmeno se ha fede, se crede in Dio. Il perdono incondizionato è il dono più grande. Non pone nemmeno la condizionale: ti perdono a patto che non pecchi più.  No, il non peccare più non è una condizione del perdono, ma una conseguenza: Io ti perdono senza condizioni, senza condizioni ti libero dalla condanna, vedi che cosa vuoi fare di questo dono e della tua libertà.

Questo è puro vangelo, pura grazia senza confini e senza condizioni. E noi che cosa ne abbiamo fatto?

Preghiamo perché il Signore continui a scrivere sui nostri cuori di pietra.

(Bar 1,15.2,9-15; Gv 8,1-11)

[1] Il The Jerusalem Post (un quotidiano israeliano in lingua inglese) il 21 dicembre 2020 ha rivelato che gli archeologi della Bar-Ilan University hanno ricostruito una copia, il più fedele possibile, di un metro quadrato di pavimentazione del tempio di Gerusalemme dell’epoca di Gesù.