audio 28 febbraio 2021

È uscita di casa col sole allo zenit per attingere acqua, come faceva ogni giorno, ma mai avrebbe immaginato cosa sarebbe successo di lì a poco. Non poteva pensare che la sua vita sarebbe stata stra-volta, letteralmente.

Andava ad attingere acqua al pozzo. Un pozzo di storia che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio e da allora generazioni e generazioni vi avevano attinto acqua. Quanta gente, quante donne – perché toccava a loro attingere – vi avranno preso l’acqua per i servizi di casa. Quanti amori saranno nati a quel pozzo. Quanti affari, quante storie. Appunto, un pozzo di storia.

Ma in questa storia c’è anche chi doveva stare alla larga da quel pozzo quando c’era la gente, una di queste era proprio lei. La samaritana non poteva andare al pozzo quando ci andavano tutte le altre donne del villaggio. Sguardi in tralice, invettive acide… Troppo il disagio, insopportabili le occhiatacce, sarebbe stato davvero troppo anche per lei, che d’altronde non faceva granché per meritarsi un po’ di stima e di benevolenza da parte del villaggio.

E così, si era adeguata, la sua vita doveva correre su quei binari: nessuna novità, tutto scritto. Da quei cinque mariti non aveva proprio imparato nulla: recidiva. Poteva bastarne uno, forse due… no, cinque e poi l’amante di adesso, proprio non voleva capire che stava sbagliando qualcosa.

No, continuava su quella strada. Sembrava volesse ostinarsi ad amare, e non si rendeva conto che si faceva del male da sola e faceva anche del male. Cercava di ricevere amore, era assetata d’amore… mai avrebbe immaginato che un giorno qualcuno le avrebbe detto che lei stessa sarebbe diventata una sorgente.

Gesù con grande rispetto e attenzione l’accompagna in questo dialogo che è il più lungo dei vangeli, un dialogo serrato, ma soprattutto vero. Perché non si può barare: quando siamo soli con noi stessi ce la possiamo raccontare, ma con Dio non puoi imbrogliare, con Gesù vieni messo davanti alla verità della tua sete.

Anche se alla fine sembra che nessuno abbia bevuto, ma questo è un particolare che ci interessa fino a un certo punto, ciò che importa è che l’assetata diventa fonte, diventa sorgente.

Come è possibile? Eppure anche quel mezzogiorno è andata al pozzo senza nessuna intenzione di cambiare vita o di comprendere quello che stava vivendo, nessuna voglia di convertirsi… eppure è in quell’abitudine, in quell’ordinarietà della sua vita che incontra la sete di Gesù.

Perché Gesù parte da lì, dalla sua sete. Cristo le dice che anche Dio ha sete. Ma come? Che sete può avere Dio e poi come fa senza un secchio per attingere al pozzo?

È un’altra acqua quella di cui ha sete Dio: non di ricevere, ma di donare, di fare il dono dello Spirito, perché di religioni non ce n’è una sola, ce ne sono cento. Ma la vita spirituale è una. La religione parla di peccato e di colpa, la vita spirituale dice: impara dall’errore.

Gesù viene a far emergere la nostra sete profonda, carsica che percorre le vene profonde della nostra vita, una sete di vita spirituale cui possiamo facilmente rispondere con mille surrogati che siano gli o le amanti, che siano le cose o il denaro, il potere e il successo, anche le religioni, anche i monti sacri… Non ci basteranno mai i pozzi.

La questione è che quando arrivi al pozzo della tua coscienza in solitudine, faccia a faccia con il riflesso del tuo volto che dal fondo il pozzo ti rimanda e ti ri-flette, all’opposto dello zenit, sei al nadir, al fondo dal quale Cristo ti offre un’acqua viva, non acqua stagna e morta come quella del pozzo, ma la vita nello spirito e nella verità.

Non ci basta l’acqua della tradizione, delle abitudini religiose, delle consuetudini… per vivere abbiamo bisogno del dono dello Spirito di Dio, quello Spirito che Gesù ci dona. Dio non è nel pozzo. Dio è acqua viva, acqua che scorre, acqua che palpita.

Dio sa quanta sete ha Cristo di donarci quest’acqua viva. Perfino sulla croce Gesù griderà con l’ultimo fiato che ha in corpo: Ho sete! Certo grida la sete dell’agonizzante disidratato, ma quel grido dice la sete di Cristo di donare fino in fondo ciò che ha di più caro, tant’è che chinato il capo, consegnò lo spirito (19,28) come scrive Giovanni. La sete di Gesù è donare il suo Spirito. E così accade che Gesù anche nel morire è vivo.

La sua è una vita che non muore perché continua in noi, a nostra volta riceviamo lo spirito e veniamo chiamati a riconsegnarlo, a ridonarlo, per non interrompere il fiume inarrestabile e inesauribile della grazia.

Così come non muore la vita spezzata del nostro ambasciatore in Congo Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista Mustapha Milambo. La vita donata non è mai persa, la vita donata accende nuove sorgenti, nuovi corsi di vita si aprono.

Un fatto che dobbiamo guardare attraverso gli occhi dell’anima, come contempliamo Gesù chinare il capo e consegnare, donare il suo spirito. Quel donare lo Spirito è il coronamento di una vita, di una vita donata, di una vita spesa in dono, questa è la sua sete, che culmina col dono di sé, del proprio spirito.

Anche la Samaritana quando riceve l’acqua viva da Gesù, subito diventa a sua volta fonte per il suo villaggio.

Poi noi abbiamo imparato che è la parrocchia ad essere la fontana del villaggio, oggi ci rendiamo conto che non è più così ed è giusto che non sia più così. È lo Spirito che la comunità cristiana è chiamata a consegnare, a donare. Non sé stessa. Nel momento in cui la parrocchia, il movimento, il gruppo diventano autoreferenziali non donano più lo Spirito, ma donano le proprie cose, i propri progetti, si autoalimentano, diventano pozzi d’acqua ferma che prima o poi si esaurisce.

Conosco persone che mi dicono che la domenica girano per le chiese di mezza Milano nella speranza di ascoltare la parola di Dio, e fanno fatica a trovarla e tante volte sono tentati di lasciar perdere… questa cosa mi fa pensare che la gente ha sete, ma non di acqua morta, molta gente non è stanca di ascoltare la parola di Dio, ma si è stancata di non udire la parola di Dio, perché tante volte nelle chiese si parla molto di quello che fa la chiesa, di quello che dobbiamo fare noi, ma si parla poco di quello che fa Dio, della sete di Dio.

Eppure anche quando sperimentiamo l’aridità dei nostri pozzi, è possibile accogliere il dono di Dio, perché anche se siamo ostinati come pochi, c’è un Dio che è più ostinato di noi che si siede proprio ai nostri pozzi.

La verità che appartiene al mistero umano è che mai, mai nulla che ci riguarda è predeterminato: l’incontro che può cambiare una vita è sempre in agguato. I miracoli sono umani, più umani di quello che possiamo immaginare. Umani come la sete, appunto.

(Gv 4, 5-42)