Eccoci dunque davanti al grande scoglio, alla scogliera per eccellenza, noi che siamo abituati a navigare al largo, noi che abbiamo gonfiato le vele per scivolare sempre più veloci sulle acque del tempo, quasi senza rendercene conto abbiamo appesantito la barca di cose, l’abbiamo caricata di eccedenza di sovrappiù, abbiamo gettato a mare i nostri scarti… ma ora il mare ci presenta il conto ed eccoci dunque inesorabilmente davanti a ciò che davvero ci fa paura, lo scoglio della morte, del nostro morire, del nostro uscire di scena.

Questo ci fa paura. Questa è la nostra paura ed è già abbastanza scandaloso parlarne. Perché per i più deve rimanere un implicito, un non detto, per non turbare la macchina, per non disturbare il sistema, l’organizzazione, il consumo, gli investimenti…

Ma ora sia la realtà che stiamo vivendo, sia la parola di Dio di questa quinta domenica di quaresima ci costringono a stare davanti alla morte.

C’è una cosa che rende più sostenibile lo stare davanti ad essa ed è il non essere soli. Oggi abbiamo ascoltato che davanti alla tomba di Lazzaro c’è anche Gesù. Il figlio di Dio. Cioè Dio in persona che si è fatto amico dell’uomo, davanti alla tomba dell’amico freme, piange, come uno di noi.

Questo è di grande consolazione. È importante non essere soli nei passaggi fondamentali della nostra esistenza. Dà sollievo essere abbracciati, è confortante poter appoggiare il capo sulla spalla di un amico per piangere.

Eppure in questi giorni mi è successo di sostenere, forzatamente a distanza, persone che non hanno nemmeno potuto congedarsi dalla persona amata, non hanno potuto dare nemmeno un’ultima carezza, un ultimo bacio. Sono stati privati perfino della possibilità di sostare sulla tomba, senza neanche il conforto del funerale. Quale crudeltà!

Ci pare di essere come animali braccati che per salvare la pelle non possono che isolarsi.

C’è un tratto che accomuna tutti coloro che soffrono e muoiono di questi tempi: è la solitudine radicale. È la solitudine del patire immenso che precede la morte – per quanto accompagnato da chi si prende cura di loro –, è la solitudine che accompagna la morte nel momento supremo, ed è la solitudine che la segue.

Siamo messi di fronte a un’esperienza di morte anche per chi non ne muore, perché siamo privati di un aspetto antropologicamente importante della nostra civiltà, che è il culto dei morti.

La civiltà inizia con la cura della sepoltura di chi muore, organizzare un rituale per il defunto è un passaggio antropologico per dire la speranza o almeno la fiducia in una vita oltre la morte. Non per nulla già 100mila anni prima di Cristo i defunti venivano sepolti in posizione fetale, magari colorati di ocra rossa…

L’immagine evangelica di Gesù che piange di fronte alla tomba dell’amico Lazzaro è l’icona di tante lacrime che in questi mesi hanno inondato le nostre città e le città del mondo intero.

Ma almeno Gesù ha potuto piangere davanti alla tomba dell’amico, oggi a qualcuno non è dato nemmeno quello.

Ora che Gesù si sia fatto presente alla tomba di Lazzaro in ritardo, volutamente in ritardo, appare imperdonabile. Da quando viene informato rimane due giorni a Gerusalemme e impiega altri due giorni per fare tre km! Tant’è che quando arriva Lazzaro è già da quattro giorni nel sepolcro. Con aria di rimprovero e di delusione, ma anche con un certo coraggio Marta prima e Maria dopo gli dicono la stessa cosa: se fossi arrivato prima!

Questa è la voce dell’affetto, dell’amicizia, ma un amico non impedisce all’altro di morire. L’aspettativa delle due sorelle era altra: sapevano che Gesù in quanto figlio di Dio avrebbe potuto impedire la morte dell’amico.

Perché questo è ciò che chiediamo a Dio quando la morte irrompe in casa nostra: Dio dove sei? Se tu sei il bene, perché questo dolore, perché la morte, perché il male?

C’è uno scrittore che mette in bocca alla sorella di Lazzaro parole per impedire a Gesù di rianimare il fratello, motivandolo così: «Nessuno nella vita ha commesso tanti peccati da meritare di dover morire due volte» (Saramago, Vangelo secondo Gesù Cristo)!

Perché se la morte è un castigo, una punizione, un male… che senso ha sottoporre Lazzaro a questa crudeltà per due volte? Ne basta già una nella vita.

Cosa c’è dietro questo pensiero? La implicita convinzione che se Dio ha creato ogni cosa buona perché allora c’è il male? Perché c’è la morte? Delle due cose l’una: o è onnipotente e allora è responsabile del male o non è onnipotente e allora non è Dio. Era il pensiero di Voltaire in seguito al terremoto che distrusse Lisbona nel 1755.

Lo stare di Gesù davanti alla tomba di Lazzaro contesta clamorosamente questa mentalità. Quello cui assistiamo a Betania davanti alla tomba di Lazzaro è il settimo dei segni del vangelo di Giovanni, il segno di qualcosa che adesso viene anticipato in un amico, ma che diverrà definitivo nella Pasqua ormai imminente per Gesù stesso e quindi anche per noi.

Si può anche imparare qualcosa dalla morte, si può diventare appunto più saggi… ma già prima di Gesù ci sono stati filosofi e sapienti che hanno tratto insegnamenti interessanti, alcuni diventarono più cinici.

Però la morte non è significativa in sé, la morte è in sé un evento malvagio, come lo sarà la morte di Gesù. Per chi voleva credere che la morte fosse il castigo di Dio, Gesù verrà appeso sulla croce a dire che non è vero che la morte è punizione divina, la morte è contraria al volere di Dio, è una forma di male e di violenza e non può essere considerata un dato positivo.

Ecco perché abbiamo paura, ma se ci lasciamo governare dalla paura finiamo di assecondare in noi le dinamiche del male e della morte. Spesso nella nostra vita capita che amplifichiamo il male: una persona ci offende e noi siamo portati a offenderla oppure a nutrire sentimenti negativi nei suoi confronti, a rifiutarla, a emarginarla, a non vederla, a eliminarla, come a volte poi succede. Alimentiamo la morte.

Gesù non alimenta la morte ma va oltre, va oltre il male perché continua ad amare e giunge ad esprimere all’interno della sofferenza una forza d’amore straordinaria.

La fede in Dio non significa semplicemente credere in Dio, avere cioè la credenza, la convinzione che Dio esiste. Avere fede significa fidarci, affidarci a quella “energia arcana”, come la chiama il concilio, che alimenta la nostra esistenza, esprimendo un atto di amore, manifestando una forma di misericordia, consegnando un dono di consolazione che forse non eravamo in grado nemmeno di concepire perché la vita va oltre la morte, la attraversa e non si ferma sulla sua soglia.

Abbiamo sentito che Gesù si rivolge al Padre, la sua preghiera non è l’invocazione perché Dio faccia qualcosa al suo posto. Noi cadiamo facilmente nell’illusione che pregare voglia dire a Dio: fai tu che io non sono capace, che io non ci riesco!

Dio non può combattere al nostro posto. La fiducia in Dio ci rende capaci di vincere il male, ma non possiamo pretendere che Dio vinca il male per noi.

Richiamando Lazzaro alla vita Gesù chiede ai suoi amici di togliere la pietra e di sciogliere le bende. E noi potremmo chiederci: ma come rianimi un morto e non riesci a togliere la pietra e non puoi lacerare le bende?

Se facesse così saremmo sempre nell’ordine del miracolistico, quando invece Gesù chiede anche a noi di sciogliere la paura, di togliere le pietre dai nostri cuori induriti, di sciogliere le bende del male, i legami che schiavizzano, che uccidono, le abitudini sbagliate… occorre che guardando la vita oltre la morte, immettiamo nella storia dinamiche di bene, di amore, di cura, di dono.

Una storiella ebraica. Il saggio chiese ai suoi ospiti: Cosa faresti se fosse l’ultimo giorno della tua vita? Il primo dice: io andrei ad abbracciare i miei cari. Il secondo: io andrei a piantare un albero, che è un segno di speranza nel futuro. Il terzo dice: io andrei a riconciliarmi con chi ho litigato e a mettermi in pace. Il quarto: io andrei a comprare un mazzo di fiori da regalare a chi mi vuole bene. Il quinto, dice io lo vorrei trascorrere in preghiera. Il saggio concluse: Quello che faresti l’ultimo giorno della tua vita, fallo oggi!

(Gv 11, 1-53)