III DOPO L’EPIFANIA - Lc 9, 10b-17


audio 22 gen 2023

Oggi un segno evidente e pubblico dell’identità cristiana è tracciare su di noi la croce. Fare il segno di croce è un indicatore d’identità e di appartenenza. Quando però i primi discepoli e le prime discepole devono scegliere un segno per ricordare Gesù dopo la pasqua, un segno concreto e immediatamente comprensibile che nel momento in cui viene compiuto accende nei presenti la memoria di Gesù, scelgono lo ‘spezzare il pane’.

Un gesto quotidiano, ‘laico’ e normalissimo che anche noi continuiamo a fare… eppure nel momento in cui le prime chiese, le prime discepole e i primi discepoli lo ripetono, questo gesto rimanda immediatamente al Cristo.

Perché? L’avevano visto in tante occasioni, come quella raccontata nel vangelo di oggi, allorquando si trattò di dar da mangiare a cinquemila persone con cinque pani e due pesci; ma ancora nell’ultima Cena di Gerusalemme quando Gesù prese il pane azzimo e lo spezzò per distribuirlo; così ancora successe ai due discepoli che dopo aver camminato con lui per due ore sulla strada di Emmaus, lo riconobbero come Gesù, proprio allo spezzare del pane.

Così che quando, dopo l’ultima cena, le discepole e i discepoli di Gesù si ritrovarono ogni domenica a fare quella che Paolo chiama la Cena del Signore, per distinguerla dalla Cena pasquale ebraica che si celebra una volta all’anno, il cuore di questa cena è proprio il gesto di spezzare il pane che in quegli anni dà il nome a tutta la celebrazione, come dice il libro degli Atti degli Apostoli: Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere (2,42).

Dove si trovano i discepoli a spezzare il pane? Spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore (2,26).

Quando? Ce lo dice Paolo a Troade: Il primo giorno della settimana ci eravamo riuniti a spezzare il pane (20,7).

Era fortissima la consapevolezza che il gesto dello spezzare il pane accendesse la memoria viva di quello che Gesù era stato e continuava ad essere, vale a dire una vita donata, spezzata appunto come il pane.

Perché proprio il gesto di spezzare il pane?

Dobbiamo andare all’esperienza del popolo ebraico quando nel deserto sperimenta la mancanza di pane. Subito la crisi del pane diventa crisi di fede. Dinnanzi alla carenza di pane il popolo vorrebbe un miracolo, un segno evidente dell’onnipotenza di Dio… ma quello che accade è un fenomeno del tutto naturale che si verifica nella penisola del Sinai. Quando la gente esce al mattino dalle tende e vede una sostanza che ha la forma di una pallina, di un fiocco dal coloro giallognolo e dal sapore dolce, ricca di carboidrati e zucchero, scopre che il dono di Dio era già lì a disposizione[1].

Mosè dice questo è il pane che il Signore vi ha dato (v.15), nel senso che è un dono. È il pane del cielo che anche il salmo ci ha ricordato (104) nel senso che è un dono di Dio. Il seme è un dono, la spiga è un dono, il sole e la pioggia sono doni di Dio, la manna è un dono… così come il lavoro dell’uomo è un dono per chi ne beneficia.

Certamente c’è tutto il nostro lavoro, il lavoro degli agricoltori, dei fornai… ma è vero, come scrive Hölderlin nel poema dedicato al pane e al vino, Il pane è il frutto della terra, che è benedetto dalla luce.

In secondo luogo, dice Mosè, non bisogna accaparrare pane, quello che Dio dona basta alle esigenze di tutti, chi ne ha bisogno di molto, ne prende molto, chi ha bisogno di meno, ne prende meno… ma basta prenderne ogni giorno la razione di un giorno (v.4)! Tant’è che la manna insegna che il giorno dopo è immangiabile, è del tutto inutile allora farne delle scorte.

Qui si dice una cosa dal potenziale straordinario: il pane non è merce. Il pane è un dono, ma anche una responsabilità. Perché se continui nella logica dell’accumulo non fai altro che alimentare ingiustizie e guerre, come quella in corso in Ucraina che sta sconvolgendo le catene di approvvigionamento internazionali di grano. Non solo ma se arrivi addirittura a mettere il brevetto sulle sementi di grano… allora stiamo certi che le disuguaglianze andranno sempre più aumentando.

Non possiamo meravigliarci se milioni di persone si muovono per fame verso il pane, perché se questo accade è dovuto al fatto che noi non siamo capaci di far muovere il pane verso la fame.

Come discepoli del Signore, continuiamo a dire ogni giorno: Dacci oggi il nostro pane quotidiano, per ricordarci che il pane o è «nostro», cioè condiviso, oppure cessa di essere pane.

Ecco perché il gesto con cui Gesù viene ricordato dai suoi primi compagni non è tanto la descrizione del moltiplicarsi dei cinque pani e dei due pesci, ma nell’atto di spezzare il pane. Spezzare il pane è l’atto di condividere quello che si ha, di donarlo e di parteciparlo ai fratelli: è un gesto grandissimo di comunione e di solidarietà, un modo altro di relazionarsi agli altri e insieme di rivedere il rapporto con le cose.

Altro che essere identificati per quelli che vanno a messa o moltiplicano i segni di croce… i discepoli sono coloro che spezzano il pane e lo condividono. Chiediamoci allora, in un mondo dove sono milioni le persone che ancora muoiono di fame e dove una su tre è sovralimentata, obesa e morirà per aver mangiato troppo, cosa fanno le nostre mani oggi? Trattengono e accumulano oppure spezzano e condividono?

Ogni volta che spezziamo il pane sulla tavola dell’eucaristia, riviviamo il gesto di Gesù, la sua ferma convinzione che il futuro della vita, dell’umanità, di una società giusta e onesta, sta nella condivisione.

A noi che andiamo smarrendo il gusto della gratuità, Gesù ricorda che non tutto è commerciabile, anzi il pane condiviso è il pane del cielo.

(Es 16,2-7.13-18; Lc 9,10-17)

[1] È il frutto dell’albero di tamerice che quando viene punto secerne una sostanza che con il caldo della giornata si squaglia, ma che col freddo si rapprende, anche che si deteriora facilmente e attira le formiche.