//Sotto la cenere il fuoco

Sotto la cenere il fuoco

(Mt 4,1-11)

Abbiamo iniziato questo tempo di quaresima con un segno semplice, il segno dell’imposizione sul nostro capo della cenere ricavata dagli ulivi bruciati delle palme dell’anno scorso. Ed è con il segno della cenere che vi invito a ripensare a quanto abbiamo vissuto in questa settimana di fronte al clamoroso gesto di Benedetto XVI di rinunciare al ministero di successore di Pietro.

Sono tante le reazioni e le parole che si sono spese a commento di questo gesto. C’è chi tra i credenti si è sentito perso e smarrito, come se con questa rinuncia Benedetto XVI restituisse una dimensione più umana alla figura e al ruolo del papa. Agli occhi dei potenti è stato uno scandalo: perché normalmente quando un uomo di mondo ha conquistato il potere, fa di tutto per tenerselo ben stretto. Al punto che quando lo perde, gli pare di assistere alla fine del mondo e quando crolla tutto, non rimane che la cenere: la cenere del successo bruciato nel tempo, la cenere del consenso e del potere, la cenere della fama inseguita ad ogni costo.

Benedetto XVI con questo gesto è come se avesse davvero bruciato tutto ciò che è sovrastruttura, che pure è necessaria per andare avanti, per restituire alla Chiesa la consapevolezza che sotto la cenere c’è il fuoco!

Il teologo ha deposto la sua scienza, il papa si è spogliato dei panni del suo ruolo e l’uomo ha contemplato la realtà, dicendo semplicemente: non ce la faccio più, le forze mi mancano, sono vecchio. Il mare è in burrasca, le onde ci sbatacchiano. Devo passare la mano e affidare il timone a qualcun altro. Quel che posso fare ora è pregare (cosa non da poco). Grande Benedetto, questo tuo gesto di libertà finale è il più profondo insegnamento del tuo pontificato, perché sei riuscito a sciogliere la montagna di legami e a disfarti di tutte le sovrastrutture.

Proviamo a pensare che cosa possa avere significato questa decisione per la sua figura con addosso un fardello secolare di teologia, precettistica, dottrina, normative, protocolli e quant’altro. Senza contare fardelli più mondani come le opportunità “politiche”, il giudizio umano, l’incomprensione, le paure dello scandalo, la perdita del potere, il timore del cambiamento…

Ma sarebbe parziale e errato leggere il gesto del papa come un gesto di semplice rinuncia a causa della debolezza fisica dovuta all’età, alla stanchezza o a motivi simili. La sua decisione non è semplicemente legata a se stesso e alle proprie condizioni psico-fisiche, ma alla missione della Chiesa. Il pontefice ha detto: «Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo». Il papa rinuncia al ministero petrino non semplicemente perché si sente debole, ma perché avverte che ci sono in gioco sfide cruciali che richiedono energie fresche.

Non siamo di fronte a una semplice rinuncia, semmai è un gesto di umiltà e di libertà proprio di chi sa di aver svolto il proprio servizio fino in fondo e che si rende conto che la situazione del mondo e della Chiesa è cambiata rispetto anche a pochi anni fa.

Benedetto XVI sta dunque gridando qualcosa alla Chiesa di oggi e a ciascuno di noi. Non ha semplicemente passato il testimone ai cardinali che dovranno eleggere il suo successore, ma intende interpellare e provocare ciascuno di noi affinché liberiamo quella cenere che anche sulla nostra coscienza soffoca il Vangelo di Gesù.

Tante volte le nostre tradizioni e consuetudini sono come la cenere che copre la fiamma viva del Vangelo. La tradizione è la salvaguardia del fuoco e non l’adorazione delle ceneri! Questo significa dirci l’un l’altro, davanti al volto mite del Cristo, che purtroppo non siamo quello che dovremmo essere, che vorremmo essere più capaci di mostrare la bellezza e la forza del Vangelo, che ci piacerebbe testimoniare in modo più evidente la potenza d’amore che è scaturita dalla croce di Cristo.

Facciamo cioè l’esperienza di quella che i Padri chiamavano la «lotta spirituale», quella lotta che avviene dentro di noi, nel tumulto dei sentimenti e dei pensieri, del bene che vorremmo fare e delle tentazioni che ci portano a dare il peggio di noi stessi. Gesù ha condiviso questa nostra esperienza e nella triplice tentazione subita nel deserto (e non solo lì) ritroviamo le nostre stesse tentazioni.

In questa lotta spirituale, la prima tentazione è quella che ci chiede di fare i conti con la fame, non perché sia sbagliato il piacere della tavola, o si voglia mortificare il gusto…. Ma perché la fame è sì un istinto importante, ma è anche manifestazione della nostra relazione con le cose e con gli altri. Non a caso Gesù risponde alla tentazione con la parola di Dio e con il digiuno. La lotta spirituale non porta a negare il corpo e i suoi bisogni, piuttosto educa alla libertà dalla voracità. Perché una fame disordinata è il segno di una relazione con le cose e con il cibo segnata dalla necessità della «gratificazione immediata». Saper governare il nostro desiderio, come ci chiede la quaresima con il digiuno e con la rinuncia, è quanto mai necessario per educare anche il nostro corpo a liberarsi dalla paura della frustrazione dei nostri bisogni.

E poi c’è la seconda tentazione (Gesù condotto sul pinnacolo del tempio) che ci mette di fronte al pericolo di ridurre anche la fede e la dimensione spirituale a qualcosa di spettacolare. Già la nostra vita normalmente indugia molto all’esibizione. La vita è per molti come un grande show: non si vive, ci si guarda vivere, compiacendosi di sé, dove è determinante quello che gli altri dicono su come mi vesto, sulle mie relazioni… In realtà poi come in tutti gli spettacoli dietro i lustrini e le luci della ribalta si nasconde una grande tristezza.

Gesù ci chiede di vincere con lui la tentazione che appartiene anche al discepolo, la tentazione del narcisismo personale, di gruppo e anche ecclesiale… perché tutti ci vedano! Il discepolo che segue la via dell’umiltà non cerca nulla di speciale, apprezza la fedeltà della quotidianità, ama nel poco e nel poco dona tutto, senza farsi vedere. Gesù non indugia alla religiosità narcisa dello spettacolo, ma ci chiede di tornare ad essere umili e miti. Teniamo gli occhi sui nostri peccati e lasciamo a Dio di vedere il bene che cresce.

Infine, la terza tentazione risulta quanto mai significativa anche per il periodo storico che stiamo vivendo nel nostro paese, è la tentazione del potere. Gesù ai discepoli che gli chiedevano due posti privilegiati risponde che se i grandi del mondo dominano e addirittura opprimono la gente: «Ma tra voi non sarà così» (Mt 20, 26). Lui stesso ha subìto il fascino del consenso delle folle, dell’ebrezza che il potere fa sperimentare di fronte al successo, della facile manipolazione delle coscienze… ma non appena avvertiva che in qualche modo poteva essere strumentalizzato, Gesù fuggiva letteralmente nella solitudine per poi tornare a collocarsi di nuovo ai margini della società dove incontrare i più poveri, i derelitti e i disperati.

Di fronte al potere religioso e politico il Cristo ha sempre difeso la sua libertà a testa alta, perché proprio abitando i confini ha incontrato i poveri, gli emarginati, quelli messi ai margini appunto. Con i poveri da povero. Oggi forse è un esercizio utile anche per la chiesa, quello di stare distante dai centri del potere, di imparare a vivere la propria marginalità, non come una condanna, ma come una possibilità.

Iniziamo dunque questo nostro cammino di quaresima e invochiamo il soffio dello Spirito che ci doni di liberare la cenere che sovrasta le nostre coscienze così che possiamo giungere liberi alla notte di Pasqua pronti a riattizzare il fuoco del Vangelo. Questo ci chiede il Signore, a questo ci rimanda la provocazione di Benedetto XVI per ciascuno di noi, ognuno per la sua parte.

 

2018-11-13T16:25:28+00:00febbraio 17th, 2013|Omelie (vedi tutte) >|