Abbiamo ascoltato quello che ormai per noi tutti è noto come il Discorso della montagna. Eppure se ci pensate bene quando si va in montagna non si parla, si fa fatica, si cammina e chi parla troppo in genere è uno sciocco o un superficiale che non comprende la necessità di ascoltare la propria e altrui fatica come luogo rivelativo, come spazio prezioso per conoscersi e conoscere in profondità i compagni di cammino. Perché se non sai se puoi fidarti di qualcuno, portalo in montagna… perché è vero che la montagna smaschera, non tollera finzioni.

La Scrittura ci insegna che Dio convoca spesso sul monte i suoi profeti e i suoi amici perché imparino a fidarsi di lui, perché imparino ad ascoltarlo e la Bibbia è attraversata da numerosi esempi: pensiamo a Mosè che sul monte Sinai ascolta la Torah, sul monte Moria Abramo porta il figlio Isacco e anche lì una parola di Dio cambia le cose, sul monte Carmelo il profeta Elia ode la voce di silenzio sottile che gli indica un modo altro di vivere la fede che non sia quello del fondamentalista….

Gesù continua questa consuetudine e spesso convoca i suoi discepoli sul monte, convoca chi lo vuol ascoltare come oggi sul monte sulle rive del lago di Tiberiade, in un’altra occasione sarà sul monte della Trasfigurazione, poi sul monte degli ulivi, sul Golgota… fino al monte da cui affida ai discepoli la parola da annunciare.

Ecco il Dio biblico viene narrato come uno che cammina insieme all’uomo e si rivela a lui soprattutto attraverso la sua Parola. È Parola. Una Parola è tale perché ha bisogno che qualcuno l’ascolti.

E già questa se vogliamo guardarla intensamente è una debolezza, non vi pare? Dio si affida alla parola che però in sé è estremamente fragile, perché è una Parola che non si impone, infatti chiede la fatica di salire in silenzio sul monte che è metafora di un altro viaggio ancor più arduo e irto che è il viaggio dentro le nostre coscienze, dentro le nostre intimità.

Ma dobbiamo compiere questa fatica di ascesa silenziosa se vogliamo costruire le condizioni dell’ascolto vero. Solo dall’ascolto nasce l’accoglienza della Parola, dall’ascolto nascono l’attenzione e la fiducia, dall’ascolto nasce la coscienza di dover fare i conti con una voce che interpella, inquieta, obbliga a vagliare i gesti, i pensieri, i sentimenti.

Non è un’immagine retorica quella della Parola pronunciata sul monte, è anche molto di più: perché di fronte alla parola di Gesù, di fronte al Vangelo non ci troviamo di fronte a una parola ingessata, definita, impermeabile, fissata una volta per sempre. Per usare l’immagine di un grande biblista, il belga J. Louis Ska, non siamo di fronte alla Scrittura come si sta di fronte a una sfera. È vero che per alcuni la forma con cui si rappresenta la Bibbia è quella della sfera, ovvero di una forma perfetta, proprio come in una sfera dove non si trova alcuna differenza tra i diversi punti della superficie: ogni parte della sfera può stare in alto, in basso, dietro, davanti… si può girare la sfera sottosopra ed essa rimane uguale a sé stessa.

È da un’interpretazione di questo tipo che scaturisce la lettura fondamentalista del testo che deve essere accettata da tutti e che non ammette variazioni o dubbi.

Non siamo di fronte a una sfera, neanche dinnanzi al Discorso della Montagna, ma siamo, per dirla con J. Louis Ska, come di fronte a una foresta: con le sue valli, i suoi fiumi, i suoi colli e le sue radure… il fascino di entrare in una foresta è piuttosto quello di trovarsi all’interno di una varietà infinita di forme, dentro chiaroscuri che ci possono sorprendere, dentro un groviglio di sentieri e di tracce di cui bisogna trovare la sbocco e la via d’uscita.

Gesù non ha scritto libri, Gesù non ha trascritto le sue parole, non ha dettato niente a nessuno… chiedeva un ascolto, chiedeva cuori veri disposti ad ascoltare, così come chiede a ciascuno di noi di ascoltare queste parole sul monte, che non esauriranno mai la loro ricchezza, ma che sono il Vangelo per noi oggi nella condizione in cui siamo. Così allora guardiamo alle Beatitudini non come a una sfera perfetta, intatta e immobile nelle sue forme, ma cerchiamo di percorrere il sentiero in questa foresta, facendo ognuno il nostro lavoro dentro di noi.

Cosa succede a chi segue Gesù sul monte, in silenzio e lì lo ascolta e si lascia introdurre in questa foresta?

Sul monte delle Beatitudini si apre una prospettiva altra, diversa da quella che la mondanità di ogni giorno ci inculca. Una prospettiva che dà dignità a coloro che il mondo ricaccia indietro, a coloro che la società considera perdenti, a quelli che sono messi fuori gioco nella corsa verso il successo, la notorietà, il consenso.

Sul monte delle Beatitudini Gesù ci insegna che Dio guarda le cose e le persone dal punto di vista di chi è privo della giustizia, della ricchezza, della salute, della proprietà e di tutto ciò che assicura una riuscita nella vita. Sul monte delle Beatitudini impariamo a vedere le cose dal punto di vista di chi ne è privo, di chi è vittima, di chi patisce prevaricazioni, privazioni, offese…

Prendo in prestito le parole di Alda Merini, di cui ricordiamo oggi il 10° anniversario della morte, proprio a commento delle Beatitudini:

O uomo, impasto di bene e di male, leva la luce che è in te, coronala di sacrifici. Tu, uomo, sei lo spettacolo del giorno: sorgi al mattino e ti addormenti la sera per il buon riposo. Ecco, ogni giorno si compie in te l’equinozio della primavera: c’è un momento in cui fai stelle, un momento in cui fai le tenebre. È in queste ore di tenebre che io ti vengo a cercare[1].

Bisogna essere un poco folli per comprendere questa logica del Cristo che ci viene a cercare proprio quando siamo nelle condizioni di non esibire proprio nulla, quando siamo poveri, quando piangiamo, quando abbiamo sete di giustizia… ed è proprio questo Gesù che, diceva la Merini, dentro di me è torcia umana che illumina ma anche brucia. Mi ha fatta fiorire e morire un’infinità di volte.

Gesù è un folle. Non è logico, Gesù. Il diavolo è logico. E lei lo poteva dire a ragion veduta, considerata folle dai sapienti di questo mondo, attraverso una sofferenza che nessuno potrà mai esaustivamente descrivere, aveva capito che ciò che l’uomo trova inutile, le cose più piccole, i più insignificanti silenzi, per Dio sono estremamente preziosi.

Dodici anni di manicomio e trentasette elettrochoc… noi matti parlavamo un linguaggio identico, ci aiutavamo. Fuori non si immagina quanta umanità c’è là dentro. Lei che logica non lo era, ma pure aveva una visione molto lucida della realtà, aveva sperimentato che il manicomio è come la rena del mare, se entra nelle valve di un’ostrica genere perle.

Solo un folle può comprendere il Vangelo così e trovare il suo sentiero perché spogliato di ogni struttura logica e mondana, può finalmente fidarsi della parola di Gesù e lasciare che la polvere della sua povertà, della sua sofferenza, del suo dolore e della sua mancanza di giustizia possa generare perle!

Questo è il lavoro del folle che può essere santo. Ecco mi sembra che la festa dei Santi celebrata in questo nostro tempo non possa che essere per noi se non altro l’opportunità di essere un poco più matti dietro al Cristo.

Il nostro tempo esige, chiama, domanda di tenere viva questa santità, che non è la perfezione, ce lo siamo detti tante volte, perché nel Vangelo a essere proclamati beati non sono i giusti, ma coloro che cercano la giustizia, consapevoli che il mondo è pieno di ingiustizia eppure mai rassegnati alla sua presenza.

I folli per il Vangelo sanno che il Padre fa sorgere il sole e fa piovere su giusti e ingiusti (Mt 5, 45), ma che al tempo stesso non si può sconfiggere l’ingiustizia compiendo, a propria volta, atti ingiusti e violenti.

Chi ha fame e sete di giustizia è irresistibilmente spinto a denunciare l’ingiustizia e questa scelta lo porta a subire persecuzioni. Si tratta di un nesso intrinseco. Bisogna denunciare l’ingiustizia anche quando si sa che, sul piano pratico, lungi dal produrre mutamenti, suscita piuttosto persecuzioni. È una situazione dura perché la denuncia non porta al pentimento degli oppressori e nemmeno cambia il mondo… ma è ciò in cui ha creduto il Cristo e ha reso possibile la follia del Vangelo.

Bisogna essere folli della follia del Vangelo nel mantenere viva la sete di giustizia e se questo è stato possibile ieri per tante donne e tanti uomini che noi consideriamo “santi”, come non pensare che lo sia oggi anche per noi?

Per questo preghiamo i santi: non per avere una vita più facile o più tranquilla per noi stessi, ma perché possiamo essere capaci, dopo la salita sul monte in ascolto della Parola, di dare dignità e voce a tutti coloro che hanno fame e sete di giustizia perché Dio è lì con loro.

(Mt 5, 1-12)

[1] A. Merini, Mistica d’amore, pp. 289-290.