III DI PASQUA - Gv 14, 1-11a


audio 14 apr 2024

Porre domande è il presupposto dell’ascolto: come quando alzi le zolle di terra prima della semina. La via di Gesù è proprio questa, la sua via, il suo metodo è simile a quello di chi alza le zolle e smuove la terra perché possa essere fecondata dalla semina.

Quando Giovanni ricorda che Gesù disse di sé: Io sono la via, lo sta dicendo a una generazione che come noi non ha incontrato il Gesù storico, ma si rivolge a quei greci che per cultura rappresentavano la vita secondo una metafora a loro famigliare, quella del labirinto. La vita è anche questo, è talmente intricata e complessa da apparire un dipanarsi di giorni e di anni che pare non approdino a nulla.

Il labirinto è abitato da un mostro, come il labirinto che Minosse, re di Creta, aveva fatto costruire dal mitico architetto Dedalo per rinchiudervi il mostro del Minotauro. Il mostro della vita è il tempo che ci divora, che non è mai abbastanza e l’andamento della nostra umanità è simile a un girare a vuoto, senza direzione, senza orientamento.

Ecco il labirinto è il contrario della via, non perché non si cammini, ma perché pur camminando, anzi tante volte ansimando e andando di corsa, non si arriva da nessuna parte, come a inseguire il mostro che in realtà ci divora, ci abita.

Nella vicenda cristiana non funziona così, seguire Gesù, è camminare dietro a lui, chi sta davanti è il Signore con il suo modo di stare al mondo, di abitare i conflitti, di ascoltare le domande, di pregare, di perdonare… Il rischio è di pensare che dipende tutto da noi e di conseguenza ci inventiamo le mille pastorali, mentre noi dobbiamo semplicemente assecondare il Signore che agisce in forme che possono sorprenderci. I discepoli nei primissimi tempi, prima di essere chiamati cristiani (avverrà ad Antiochia) erano detti quelli della via. Ricordo questa cosa non per nostalgia del tempo passato, ma perché potrebbe aiutarci ad uscire dal ripiegamento nella comfort-zone della devozione che sembra l’unico modo di custodire, nel frattempo, la fede che abbiamo.

Smuoviamo le zolle della nostra terra interiore, terra che l’aridità spirituale ha reso dura e impermeabile.

Perché sta lì la verità della nostra vita, che è la seconda metafora di Gesù quando dice: «Io sono la verità». Ora dalla cultura egizia i contemporanei di Giovanni avevano imparato a personificare la verità nella figura della Sfinge che con un corpo di leone e un volto d’uomo – un volto impenetrabile – materializzava l’enigmaticità fondamentale della vita e della storia. Accovacciata su una rupe nei pressi della città di Tebe, divorava tutti i passanti che non sapevano dare risposta all’enigma: Qual è l’animale che cammina con quattro gambe al mattino, con due a mezzogiorno e con tre la sera?

L’enigma è l’uomo, l’essere umano. Così diciamo di una persona impenetrabile, che non lascia trasparire nulla di quello che pensa o sente e che ha uno sguardo indecifrabile, misterioso, diciamo che è una sfinge!

Ora quando Gesù afferma di essere la verità, non rimanda a una teoria o a una dottrina come a sottoporci un indovinello e noi a dover inventare un catechismo per imparare la risposta.

La verità non siamo noi, è lui, è Gesù e il suo regno fatto di disperati, disgraziati e di rifiuti sociali. La verità è Gesù che ci chiede di aprire il destino del mondo che c’è al regno di Dio che viene, senz’altro interesse che questo.

Mi rendo conto che è un’esperienza sconosciuta, perché pare che come chiesa abbiamo sempre un qualche nostro interesse da difendere.

Il punto è se il nostro orizzonte è quello di chiudere la Chiesa su sé stessa o aprire il regno di Dio per tutti gli altri: ossia, non solo per noi, e non solo per quelli che diventano come noi.

La verità non si insegna, non si difende: la verità è la passione per Gesù e per il suo regno. La fede che Gesù cerca fra gli umani, e alla quale espone il destino di Dio, non è riservata ai preti e ai profeti, ai battezzati e ai salvati. La Chiesa è ancora balbettante su questo, e fatica a trovare le parole per dirlo.

Perché la passione di Dio è donarci la vita che Gesù ha dischiuso per noi. Come potrebbe dire altrimenti uno che di lì a poco verrà crocifisso: Io sono la vita? Vai ad essere crocifisso e come puoi dire essere vita? Giovanni conosce bene l’ideologia culturale dell’impero romano, che è propria di ogni impero che voglia comandare sul mondo e che diceva: Homo homini lupus (Plauto +184 a.C.), oppure mors tua vita mea. Non accade così sul mare Mediterraneo, a Gaza, in Ucraina…non vediamo forse crescere ogni giorno questo delirio di morte e di violenza?

Gesù senza violenza e senza schiacciare nessuno annuncia e fa irrompere il Regno di Dio affidandolo ai suoi come passione di vita. Qui c’è il nostro tesoro, qui deve battere il nostro cuore. Quanta violenza alimentiamo nelle nostre relazioni? A quante forme perfettamente legali di legittimazione della prepotenza dei forti e della umiliazione dei deboli ci siamo abituati nella nostra burocrazia? Come ci piace sentirci superiori ai poveri, prevaricare il debole, umiliare il cameriere, solo perché è un cameriere?

Gesù è l’unico salvatore: e non siamo noi.

(Gv 14,1-11)