//Servi inutili, umili e grati

Servi inutili, umili e grati

(Gb 1,13-21; Lc 17, 7-10)

Fin da subito questa parabola ci appare un poco problematica da accettare col suo riferimento a un padrone despota e a un servo privo di qualsiasi diritto, e poi quelle parole conclusive di Gesù: Quando hai fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo servi inutili… diventa davvero difficile dire: è parola di Dio!

Anzitutto emerge davvero una brutta immagine di Dio e questo per giunta da parte di Luca che sottolinea spesso la bontà e la misericordia del Signore e che in più occasioni si schiera dalla parte dei poveri e degli emarginati.E poi quell’essere servi inutili, ci fa pensare a quel senso di inutilità avvertito ad esempio dai genitori che dopo aver cercato di educare con tanta fatica i figli, immancabilmente prima o poi si misurano su una qualche delusione e amarezza che li porta a dire: Abbiamo sbagliato tutto, non siamo stati bravi genitori, tanti sacrifici fatti non sono serviti a niente …

In maniera drammatica sono le parole pronunciate anche da coloro che hanno investito i propri anni migliori per l’azienda, mettendoci intelligenza e passione e poi ad un certo punto, in nome della ristrutturazione o della riorganizzazione delle risorse, si trovano senza occupazione, ecco allora affiora nel loro cuore quel senso di inutilità che fa dire: Ma allora non sono servo più a nulla!

Così anche lo sentiamo dire dall’anziano che nel grigiore di un ricovero, passa le sue ore davanti al televisore, rimuginando in cuor suo: Non servo più a niente, sono del tutto inutile.

Chiediamoci: è questo il senso di inutilità che il Signore ci vuole insegnare?

In realtà queste parole sono la risposta a una domanda che gli apostoli rivolgono a Gesù: «Accresci in noi la fede!». Dobbiamo risalire ai due versetti precedenti ed è importante perché corriamo il rischio per un verso di sentirci dire siete servi inutili come se Gesù volesse farci sentire frustrati o depressi, e poi come se fosse semplicemente una questione personale, quando queste parole il Signore le rivolge agli apostoli, al gruppo in quanto tale e non semplicemente come individui. Quindi possiamo leggervi un invito alla Chiesa, alla comunità cristiana a porsi in un atteggiamento di umiltà, di libertà di fronte alla sua missione.

Alla domanda degli apostoli di poter accrescere la loro fede, il Signore risponde con la metafora del servo. L’intento non è quello di descrivere Dio, ma di riconoscere la nostra condizione di servi perché posti di fronte a un compito immensamente più grande di noi, affidatoci da Dio con un gesto di fiducia.

Alla domanda di accrescere la fede: Gesù risponde con l’immagine del servo libero e umile, per riaffermare il primato di Dio. Noi non siamo e non saremo mai all’altezza delle situazioni storiche, se qualcosa compiamo di buono, è dono di Dio. Scriveva Martini nel discorso di s. Ambrogio del 1997, proprio a partire da questa pagina evangelica: «Il riconoscerci servi inutili rende liberi e sciolti nel presente: liberi dal peso insopportabile di dover rispondere a ogni costo a tutte le attese, di dover essere sempre perfettamente all’altezza di tutte le sfide storiche di ogni tempo. Questa libertà e scioltezza ci rende umili e modesti, disponibili a fare quanto sta in noi… con semplicità e senza pretese». Il sentirci inadeguati perciò ci dà gioia e fiducia, non frustrazione e amarezza. Siamo consapevoli che non sta a noi salvare il mondo e non dobbiamo caricarci tutto il peso del mondo sulle nostre spalle. Solo Dio salva e dà pace.

Ne abbiamo un esempio straordinario nella prima lettura, nella storia di Giobbe che poteva ben esibire davanti a Dio tutti i suoi risultati, le sue conquiste, i suoi beni come segno della sua fedeltà… quando in un solo giorno tutto quello per cui ha lavorato onestamente si dissolve: dalle mandrie di buoi, alle greggi di pecore, ai cammelli … fino ai figli che improvvisamente nel fiore della loro giovinezza, tutti insieme vengono travolti e muoiono.

 

È chiaro che Giobbe è una figura letteraria, un prototipo di quello che può vivere l’uomo, ogni uomo e ogni donna.

Giobbe viene via via spogliato di tutte le sue certezze, dei suoi meriti, dei suoi risultati… finanche della sua idea di Dio, di un Dio che distribuisce i suoi favori e le sue benedizioni a chi è buono e giusto, e che invece castiga i malvagi, fino a quando non arriva a pronunciare parole di una sapienza che ci sorprendono ancora oggi: Nudo uscii dal grembo di mia madre e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore.

La prova, il dolore, la sofferenza irrompono nella nostra vita, come in quella di Giobbe, per scardinare ogni atteggiamento di contrattazione commerciale di fronte a un Dio che gratuitamente ci dona il suo amore e la sua salvezza. Siamo al servizio non di un padre-padrone, dispotico e schiavista, ma di un padre misericordioso inginocchiato a lavarci i piedi.

Era questa la ferma convinzione di un altro grande uomo di Dio, Francesco d’Assisi, che si sentiva davvero un servo inutile. Nella Lettera ai fedeli, siamo nel 1220 al ritorno dall’Egitto, scrive: A tutti i cristiani religiosi, chierici e laici uomini e donne, a tutti gli abitanti del mondo intero, frate Francesco, loro servo e suddito, ossequio rispettoso, pace dal cielo e sincera carità del Signore. Poiché sono servo di tutti, sono tenuto a servire a tutti e ad amministrare le fragranti parole del mio Signore (FF 179-180).

L’essere servo di tutti fa parte della carta di identità di Francesco e lo fa offrendo la cosa più preziosa che ha: le profumate parole del Signore. Non solo, ma quando nel sofferto cammino da Perugia a santa Maria degli Angeli si ferma di fronte alla porta del convento e bussa, il portinaio gli risponde con tre «Vattene», seguiti da tre motivi sempre più offensivi: vattene non è l’ora, vattene sei inutile, vattene sei di peso! Scrive Francesco: «E poiché io insisto ancora, l’altro risponde: Vattene tu sei un semplice, un illetterato, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te» (FF 278). Il frate portinaio si rivolge così al Fondatore dell’Ordine. E lui resterà davanti alla porta chiusa dei fratelli, senza turbarsi, con sentimenti fraterni, concludendo: In questo è vera letizia.

Ecco un esempio di servo inutile, per dirla con il vangelo. Dove l’aggettivo inutile non significa che non è caro al cuore di Dio, ma rimanda a un discepolo che non ha bisogno di ricompensa, che non pretende che la fede gli offra garanzie di successo e di vita facile. Ma per contro il frate portinaio ha alle sue spalle tutto un convento, potremmo dire tutta una chiesa che la pensa diversamente! Non si sentono certamente servi inutili quei frati, anzi credono che la fede dipenda da loro, dalla loro sapienza, dalla loro ricchezza, dal loro numero… e così finiscono per pretendere che Dio abbia a fare quello che vogliono loro in nome della loro fede.

Quale chiesa vogliamo essere? Quando gli apostoli domandano al Signore di accrescere la fede, sotto sotto domandano di poter essere più sicuri, più forti, più potenti, più capaci… ma Gesù non sa cosa farsene di una Chiesa così. Se aveste fede come un granello di senape potreste trapiantare un gelso nel mare! Ma a cosa serve trapiantare un  gelso in are? A nulla! Non chiediamo di aumentare la fede, di crescere, di contare di più… chiediamo al Signore di essere discepoli consapevoli di essere inutili, non tocca a noi portare avanti la salvezza del mondo, ci pensa Dio a questo. «Siamo sì servi inutili, inadeguati, però possiamo essere umili e grati e diventare servitori pazienti e umili nella vita quotidiana, sfuggendo all’egoismo e alla frustrazione» (C. M. Martini).

2018-11-13T16:26:53+00:00ottobre 5th, 2014|Omelie (vedi tutte) >|