Potrei sbagliarmi ma credo di dare voce a un pensiero diffuso nel popolo di Dio, un pensiero non sempre esplicitato, ma non per questo meno condiviso, vale a dire molta gente ha la profonda convinzione che se anche non vive il Vangelo, tutto sommato non succede nulla, non cambia il mondo… tutt’al più la questione si risolve nell’intimo della propria coscienza facendo appello alla misericordia di Dio.

Pensiamo che anche se non riusciamo o non vogliamo o non possiamo sempre nella vita essere fedeli al Vangelo… qual è il problema? non accade nulla, la questione riguarda al massimo il perimetro della nostra coerenza o incoerenza…

Ma non è vero, l’individualismo, come possiamo constatare, inquina anche la fede e la religiosità illudendoci di fare i conti solo con noi stessi e di non avere alcuna responsabilità per come vanno le cose nel mondo. La parola di Gesù oggi ci restituisce a una consapevolezza che magari ci può mettere anche un poco in imbarazzo (Mt 13,3-23).

Noi siamo al tempo stesso destinatari del seme gettato dal seminatore che è Gesù, siamo quel terreno che lo accoglie appunto ora con entusiasmo, ora con preoccupazione, ora con incostanza… ma al tempo stesso siamo a nostra volta seminatori. Anche noi diventiamo seme di Vangelo per il cuore delle persone che incontriamo, per quelle che ci sono affidate e che ci sono vicine. Semi di Vangelo destinati a crescere e a maturare, ma anche a rimanere inerti per delle stagioni.

Fuori di metafora: non è che se noi ci siamo o se noi non ci siamo, la storia del mondo è la stessa. Per quanto, come diceva il vangelo di Luca di domenica scorsa, dobbiamo considerarci semplici servi, semplici operai del regno, non siamo affatto “inutili”, il Signore confida nel nostro lavoro per il Vangelo, affida a noi i semi del regno di Dio perché abbiamo a seminarli, a metterli in circolo.

Se noi non facciamo bene il nostro lavoro anzitutto facciamo mancare la nostra parte al regno di Dio. Certo dobbiamo fare i conti con le nostre miserie e debolezze. A volte siamo superficiali, ovvero siamo paragonabili alla strada battuta da mille cose, da molteplici distrazioni, urgenze, incombenze… Altre volte siamo segnati dall’incostanza propria del terreno sassoso, vale a dire le tribolazioni e le difficoltà ci scoraggiano, ci demotivano. Altre volte ancora sarà la ricerca spasmodica del successo, della sicurezza che viene dal denaro a soffocarci… ma tutte queste povertà in definitiva attestano che il regno è di Dio e non nostro.

Ma soprattutto se non facciamo bene il nostro lavoro di seminatori, facciamo mancare alla storia i semi del Vangelo, viene meno nella vita dell’umanità quel seme di Dio che Gesù ci ha consegnato.

Attenzione però, il seme gettato nel terreno della storia non sono le nostre cose, le nostre realizzazioni, le nostre strutture… non dobbiamo compiere questa riduzione che di fatto storicamente e culturalmente è demandata alle sole prassi religiose, al culto, alle nostre attività che si caratterizzano come “cattoliche” magari in contrapposizione a quelle degli altri.

Non so se vi è mai capitato, ma ormai è sempre più frequente l’occasione di raccontare di Gesù e del vangelo a persone che non ne hanno mai sentito parlare. È sorprendente vedere come si debba stare sull’essenziale, centrarsi sul nucleo del Vangelo che è Gesù, e come questo seme gettato nei cuori e nelle vite delle persone abbia bisogno di essere accompagnato con una cura e un’attenzione totali.

Questa esperienza mi induce a considerare che il seme del vangelo è laico, la parola del regno è laica nel senso della radicale laicità del vangelo, nonostante il mondo religioso l’abbia cooptato a sé.

Papa Francesco lo aveva detto chiaramente nell’esortazione apostolica “Evangelii gaudium” all’inizio del suo pontificato (2013) e lo ha ripreso ora nell’enciclica “Fratelli tutti” dove il sogno di una nuova fraternità tra i popoli, non è un’aspirazione romantica, un sogno ideale, una chimera, ma, scrive il Papa, se la musica del Vangelo smette di suonare nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei luoghi di lavoro, nella politica e nell’economia, avremo spento la melodia che ci provoca a lottare per la dignità di ogni uomo e donna (n.277).

Il Vangelo è un seme dunque per tutti i terreni e questo è un invito ad alzare lo sguardo, ad avere quell’atteggiamento generoso e fiducioso del Signore che non si accontenta di coltivare il proprio orticello, la propria chiesa, la propria parrocchia… ma semina ovunque.

Noi abbiamo ridotto l’annuncio e il gesto di seminare al nostro piccolo orto… la parabola invece ci insegna a fare come Lui e ad allargare i confini, a dilatarli fino ad abbracciare ogni tipo di terreno. L’importante è seminare, l’importante è avere negli occhi un orizzonte che abbraccia tutta l’umanità.

La questione del portare frutto dobbiamo lasciarla al Signore, ci pensa lui, è un problema suo, oserei dire. Noi invece che vogliamo vedere subito i risultati continuiamo a circoscrivere e ad accanirci nei nostri piccoli orticelli, facendo una coltivazione intensiva in un terreno ormai esausto… e qui mi sorge la domanda tremenda e feroce: ma le chiese, le comunità, le parrocchie, i gruppi… sono ancora il luogo dove si annuncia il seme del Vangelo o annunciano sé stesse?

Ci sono contadini che non credono nella forza intrinseca del seme e hanno più fiducia nelle proprie strategie e capacità, mentre il Vangelo ha una sua forza, un suo dinamismo che viene dal Signore, perché il Vangelo è Gesù. Ora così come ciò che anima il seme a prolungare le radici nel terreno e a crescere verso la luce è la linfa vitale che lo sospinge fuori di sé, così il seme del Vangelo è animato dalla vita stessa di Gesù, una vita che è dono, un dono per voi e per tutti, come diciamo nell’eucaristia.

È questa la base su cui si fonda una fraternità aperta a tutti e su cui è possibile costruire un’amicizia sociale, come scrive Papa Francesco nella sua ultima enciclica Fratelli tutti.

A dire il vero sarebbe stato sufficiente che l’Esortazione apostolica “Evangelii gaudium” avesse avuto la necessaria attenzione e metabolizzazione nella coscienza della chiesa, e forse non ci sarebbe stato neanche bisogno che in questa nuova enciclica papa Francesco riepilogasse tutto il suo magistero.

Ci sarà un motivo se quasi il 40% del testo consiste in citazioni, almeno duecento volte del “già detto” di Bergoglio, un’insistenza che si rende necessaria di fatto perché gran parte dei cattolici, a cominciare dai vescovi più volte esortati dal Papa (si ripensi a Firenze nel 2015), ha fatto finora orecchi da mercante.

Basta guardare come stiamo vivendo spiritualmente il perdurare di questa condizione di pandemia. Viviamo nell’attesa che tutto torni a com’era prima, e così non riusciamo a viverla come occasione per ripensare coraggiosamente le nostre consuetudini, le nostre prassi pastorali, le nostre solenni liturgie per ricentrarci sul seme del Vangelo e per farne un’occasione di ascolto, di meditazione, di interiorizzazione.

«Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla». Diceva a fine maggio papa Francesco.

Che senso ha, ad esempio, lavorare alacremente per riprendere al più presto una prassi tanto preziosa quanto segnata da numerosi ed evidenti limiti, come quella del catechismo? Siamo sicuri di volere impazzire tra modulistiche, metri e mascherine per tornare a fare una cosa di cui siamo insoddisfatti da decenni? Ci insegnerà pure qualcosa sulla trasmissione della fede in famiglia oppure no?

Come oggi, 11 ottobre, nel 1962 papa Giovanni XXIII apriva il Concilio Vaticano II che è stato per molti aspetti una primavera della Chiesa… non lo dico per nostalgia delle attese e delle speranze che accompagnarono quegli anni, ma perché sono convinto che oggi più che mai, come fece Francesco d’Assisi, il terreno del mondo ha bisogno di chi getti semi di Vangelo.

Dobbiamo farlo però con più semplicità, con più relazioni e attenzione alle storie delle donne e degli uomini, con più umanità, vale a dire entrando nelle vicende della vita, nelle narrazioni delle persone. Il Vangelo non si impone con metodi e strategie studiati a tavolino: Gesù non sarebbe venuto se avesse avuto questo atteggiamento.

Il regno non scende dall’alto come un modello che si impone e al quale bisogna adeguarsi. Osserviamo cosa accade al fuoco: la fiamma se deve riscaldare deve stare sempre sotto. Il fuoco per riscaldare deve sempre salire dal basso. Tutte le forme imposte che pretendono di partire dall’alto, come dimostra la storia, falliscono. Soltanto quelle che nascono dal basso, dalle nostre vite, riescono a fare la storia.