//Se non attraversiamo l’inverno della tentazione…

Se non attraversiamo l’inverno della tentazione…

L’uomo biblico è un lottatore. Dio non vuole davanti a sé persone sottomesse, passive, anzi Paolo dice che il discepolo è un atleta, un atleta che per conseguire la vittoria è disciplinato in tutto.

Ma possiamo parlare oggi di disciplina, soprattutto nella vita spirituale, quando prevale piuttosto il primato della superficialità, dell’immediatezza, dell’emotività, del riferimento a se stessi come criterio di autenticità e di verità delle cose?

Eppure senza disciplina, lo impariamo dalla vita professionale, non realizziamo nulla: anche l’artista più ispirato e l’artigiano più raffinato, l’impiegato come il dirigente senza uno studio, un metodo, una regola, senza disciplina appunto non vanno lontano.

Che cosa significa oggi riprendere in mano la disciplina della nostra vita spirituale?

Si tratta di fare penitenza, digiuno, astinenza? Non sono termini che vengono da altri tempi e che avvertiamo lontani dal nostro modo di vivere, dalla modernità? Forse non abbiamo nemmeno il coraggio di dirlo in giro perché qualcuno potrebbe deriderci…

Oppure più seriamente qualcuno potrebbe obiettare: Non corriamo il rischio pelagiano di chi presume di salvarsi da sé con i meriti delle proprie buone opere, orgogliosi magari di arrivare alla fine della quaresima senza aver mangiato i dolci, senza aver fumato, o per i più coraggiosi, senza aver visto la televisione?

Il termine “disciplina”, che per noi indica anzitutto un insieme di regole formali e esteriori che organizzano un campo del sapere, piuttosto che i comportamenti umani, ha la stessa radice verbale del termine “discepolo”, ovvero di chi impara. Come dire che soprattutto la quaresima è il tempo per il discepolo di imparare, per imparare da Gesù, dal Cristo. Tutta la nostra vita è sempre in questo stato di chi deve imparare dal Cristo, perché sempre abbiamo delle scelte da operare per essere noi stessi, per realizzare la nostra vita e la vocazione che il Signore ha messo nel nostro cuore.

Infatti alla fine della vita, non ci verrà chiesto se siamo stati Abramo, Mosè, Sarah o Rebecca, se saremo stati Pietro, Paolo o Maria di Nazareth … Ma il Signore ci chiederà se siamo stati noi stessi, se abbiamo portato a maturazione l’immagine di lui che è impressa in ciascuno di noi.

Anche Gesù ha avuto bisogno di disciplina per realizzare la sua vocazione, questo ci racconta la pagina d’esordio della quaresima che è quella delle tentazioni, tentazioni che arrivano subito dopo il Battesimo del Giordano, dove la voce del Padre aveva detto di lui: Tu sei mio figlio l’amato!  Ora il tentatore arriva subito a dire: ma se proprio sei figlio di Dio …  Un’insinuazione che tornerà come ultima sfida ai piedi della croce: se tu sei figlio di Dio scendi dalla croce! (Mt 27, 40), che è come una spada tagliente che mira ad incrinare il rapporto filiale di Gesù con il Padre.

È la stessa tecnica usata in Genesi nei confronti del primo uomo: il serpente inietta il veleno del sospetto nel rapporto filiale tra l’adam e Dio; presenta Dio come nemico dell’uomo, geloso della sua libertà e delle possibilità che gli sono offerte.

Le tre tentazioni di Gesù non mettono in dubbio l’esistenza di Dio, ma sono enigmatiche perché, come comprendiamo dai testi citati che vengono da Dt 6-8, capitoli dominati (come l’etica di Matteo) dal comandamento di amare Dio, sono tentazioni contro l’amore di Dio, vogliono inquinare la relazione con l’Eterno.

La prima è la tentazione a non amare Dio con tutto il cuore, ma di soddisfare la nostra fame di senso con gli oggetti, con le cose.

La seconda è non amare Dio con tutta la propria anima, ma di avere un Dio al proprio servizio, è la tentazione della superstizione, della religiosità magica.

La terza è non amare Dio con tutte le forze, con tutte le proprie ricchezze, con quanto si possiede, con i propri beni esteriori, ma di assecondare l’idolo del potere. Gesù stesso è stato solo, debole e affamato e ha lottato fino alla fine e alla fine della lotta appare come colui che ama Dio in modo perfetto.

Dobbiamo riconoscere che la tentazione, che Dio permette, costituisce un’opportunità strepitosa nella quale emerge la possibilità per l’uomo di scegliere, di esprimere la libertà. Per questo i simboli con cui il tentatore riveste le sue suggestioni non solo richiamano le tentazioni di Israele nel deserto, ma si inseriscono nella struttura stessa dell’uomo, di ogni uomo.

Se le tentazioni di Cristo non diventano le nostre continue tentazioni, la nostra costante lotta spirituale, significa non tanto che non riusciamo ad amare Dio con tutto il cuore, con tutto noi stessi e con tutte le nostre cose, questo è evidente, ma che inseguiamo una religiosità rassicurante, alienante, come scriveva il grande teologo H. De Lubac: «Attaccati al cristianesimo come parassiti, senza peraltro riceverne il succo trasformatore, falsiamo il cristianesimo agli occhi di coloro che ci considerano cristiani. Mettendolo al servizio della nostra meschinità gli togliamo la sua più alta capacità di seduzione e induciamo a bestemmiarlo. Questa è la storia di tutti i secoli. Questa è, lo riconosciamo, la nostra storia di tutti i giorni». Ecco, senza la tentazione, viviamo un cristianesimo meschino, insipido.

Impariamo dal Cristo debole, solo e affamato, a lui chiediamo di saper lottare anche quando siamo soli e gli altri non ci capiscono, anche quando siamo deboli nella salute e nello spirito, e anche quando siamo affamati di pane e di amore.

Solo se viviamo la tentazione con Gesù e come lui, solo se vegliamo guardando a lui possiamo scorgere nella prova un momento privilegiato in cui il nostro cuore, la nostra relazione con Dio, la nostra vita maturano in un cammino di fede e di libertà. Infatti, nella preghiera che Gesù ci ha insegnato, non chiediamo al Padre di essere esentati dalla tentazione, ma lo preghiamo di non abbandonarci nella tentazione. La vita cristiana autentica è tutta come una lunga quaresima, per questo chiediamo al Signore di non essere lasciati soli.

Non chiediamo al Signore di allontanare da noi la tentazione, perché in realtà la tentazione è necessaria, sollecita la nostra intelligenza e la nostra libertà, ci pone di fronte alla scelta e alla capacità di giocare da che parte stiamo e di decidere dove porre i nostri passi.

Succede, dicono i padri del deserto come agli alberi: se non attraversano gli inverni e le piogge, non possono dare frutti. Così anche per noi.

Per poter dare frutto un albero deve accettare di passare tutte le stagioni, ben sapendo che ognuna di esse è necessaria per portare a compimento il processo di maturazione.

La tentazione e la prova sono per noi come un inverno: la loro presenza nella nostra vita, così come l’inverno, sembrano senza senso, se non addirittura negative. Ma solo così si è temperati, resi forti, perché purificati, liberati da tutto ciò che è superfluo, come albero spoglio, siamo pronti per rivestirci a Pasqua di nuove gemme, di foglie e di frutti.

2018-11-13T16:21:12+00:00febbraio 21st, 2010|Omelie (vedi tutte) >|