Domenica scorsa abbiamo ascoltato questo brano del vangelo di Luca dalla prospettiva della famiglia di Nazareth che ha educato e cresciuto Gesù nello spirito della Legge e della legalità, infatti la presentazione di Gesù al Tempio era prescritta dalla Legge giudaica per il riscatto dei primogeniti maschi. Oggi viene chiamata festa della Candelora perché in questo giorno si possono benedire le candele simbolo di Cristo «luce per illuminare le genti», come abbiamo sentito dire dal vecchio Simeone.

Ed è appunto da quest’altra prospettiva che vi suggerisco di rileggere il passo evangelico, ovvero da quella dei due anziani protagonisti, Simeone e Anna, anzi in particolare proprio dalla prospettiva dell’anziana profetessa Anna, di cui Luca ci dà tantissime informazioni al punto che sappiamo di lei molte più cose che non ad esempio degli apostoli e dei discepoli, ma anche della stessa Madre di Gesù.

Anna profetessa, figlia di Fanuele, della tribù di Asher, aveva vissuto sette anni di matrimonio, ora vedova di 84 anni. Queste le indicazioni anagrafiche.

Poi il profilo spirituale: era di casa al tempio, digiunava e pregava, servendo Dio notte e giorno.

E poi il contenuto della sua profezia che Luca ci riporta in maniera indiretta: parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

Anna vedendo il bambino Gesù riconosce in lui il liberatore di Gerusalemme, compie quindi una lettura profetica delle cose e con questa profezia si iscrive nella successione delle donne visionarie del Primo testamento, forse meno note dei loro corrispettivi maschili, eppure presenti, perché profetesse erano Miriam sorella di Mosè (Es 15, 20), Deborah (Giudici 4,4), Culda (2Re 22, 14)… insomma in una società patriarcale in cui i ruoli delle donne e degli uomini erano chiaramente tracciati, c’era comunque spiraglio di eterogeneità, che faceva pensare che lo Spirito di Dio non fosse monopolio maschile.

Tant’è che Luca abbondando nei particolari è molto preciso nel descrivere questa figura femminile il cui nome ebraico Anna corrisponde al nostro ‘Grazia’[1].

In greco è un nome palindromo AN-NA, vale a dire uno specchio di lettere, una sequenza di caratteri che, letta al contrario, rimane invariata come la data di oggi (0202 2020) che in sé non significa nulla, non so se sia un giorno più fortunato di un altro, se possa portare con sé sorprese particolari… analogamente la magia dei numeri riguarda anche le lettere, ma a scanso di qualsiasi equivoco magico o esoterico Luca aggiunge subito che Anna, donna che porta un nome a specchio, è figlia di Fanuele, che significa Il volto di Dio[2], come a precisare che Anna non si specchia nel proprio volto, non è autocentrata, ma degna figlia di Fanuele, sotto l’impulso dello Spirito, è in grado di vedere il volto di Dio nel volto del bambino Gesù.

Luca aggiunge anche che è della tribù di Asher, una tribù non meglio rimarcata nel Primo testamento, il cui territorio, lontano da Gerusalemme, si trova sulle colline occidentali della Galilea. Ma soprattutto ci interessa sapere che Asher in ebraico significa Beato.

Ora in Luca, Elisabetta si rivolge così a Maria: Beata colei che ha creduto (Lc 1,45). Maria stessa ricorre a questo termine nel Magnificat: Tutte le generazioni mi chiameranno beata (Lc 1,48): tre testimoni della beatitudine nella storia umana, tre testimoni che attestano la beatitudine che si rivela nella nascita di un bambino.

Infine se prendiamo in considerazione il contenuto della profezia di Anna, ci rendiamo conto che in quanto profetessa Anna è una donna dello Spirito. Spirito che ispira il suo sguardo (ella vede ciò che si deve vedere) e ispira le sue parole (loda Dio e parla del bambino).

Anche in questa docilità allo Spirito si trova allineata con Elisabetta, la quale non appena vide Maria, sua cugina, fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce… (Lc 1, 41-42), ma anche con Maria stessa che come sappiamo fece un’esperienza intensa del dono dello Spirito, come le disse l’angelo Gabriele: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra (Lc 1,35).

Anna insieme a Maria e a Elisabetta costituisce il trio di donne testimoni dell’incarnazione e che rimanda alle tre donne che al sepolcro saranno le prime testimoni della resurrezione (Lc 24, 10).

Ora Maria e Giuseppe erano andati al Tempio a compiere un atto di culto previsto dalla Legge perché si trattava di riscattare il primogenito: il figlio primogenito è dono di Dio, riscattarlo significava in qualche modo ritornarne in possesso, quello che accade ribalta per così dire le cose: la profetessa Anna mossa dallo Spirito riconosce che questo bambino che viene portato al tempio per essere riscattato, sarà lui a riscattare Israele, Anna discerne in questo bambino il redentore, il liberatore di Israele.

Il termine lutrôsis in greco, significa riscatto, redenzione, liberazione e indica un’azione compiuta dal go’el colui che pagando riscatta uno schiavo, un debitore ponendolo al proprio servizio. È un termine giuridico importante che designa il processo di liberazione legale di una situazione, di una persona. Di fatto è un passaggio di proprietà!

Ora la redenzione che compie Gesù invece è una vera e propria liberazione, perché riscatta l’uomo e lo rende libero di scegliere. Gesù non libera per sottoporre a sé, ma rende l’uomo libero dall’idea di un Dio che vive dei sensi di colpa dei suoi figli, libera l’uomo dalla condanna dei suoi limiti e dei suoi errori e annuncia un Dio che vuole la vita, la gioia, la libertà dei suoi figli.

C’è dunque qualcosa della maternità che si manifesta anche in Anna di cui non si dice che abbia dei figli, una maternità che deborda dal quadro biologico, nel momento in cui presenta il liberatore atteso nella persona del bambino Gesù e in qualche modo lo mette al mondo, nel senso che lo installa in questo mondo, come redentore, liberatore.

Ho voluto approfondire di più con voi la riflessione su questa parte della pagina di Luca alla luce del patrimonio biblico della tradizione ebraica perché mi sembra un potente vaccino contro un virus che sta ammorbando la convivenza civile nel nostro Paese e non solo, un virus ben più insidioso di quello cinese, un virus che ci sta avvelenando ed è quello dell’antisemitismo.

Se come discepoli del Cristo vogliamo conoscere sempre di più Gesù nel suo messaggio, nella sua figura, nel mistero della sua persona, sappiamo che questo è possibile nel momento in cui lo conosciamo di più nel suo ambiente, nel suo contesto e nel patrimonio spirituale che ha ereditato dal suo popolo.

Ci deve preoccupare se il 33° rapporto Eurispes attesta che più del 15% degli italiani ritiene che la Shoah non sia mai avvenuta, anche perché è davvero doloroso constatare che questa percentuale nel 2004 era del 2,7%. Non solo ma se la leggiamo raffrontandola ad un’altra percentuale di quella stessa indagine, quella in cui si dice che è cresciuta la fiducia nella Chiesa cattolica (dal 49 al 53 %), come anche delle altre confessioni religiose (dal 29 al 40%)… a maggior ragione siamo sollecitati ad un’assunzione di responsabilità.

Ora non dobbiamo mai stancarci di attingere al tesoro prezioso della Scrittura ebraica e ricordarci che Gesù è ebreo ed è ebreo per sempre, come la festa della sua presentazione al Tempio ci sta a ricordare.

E poi c’è un secondo aspetto che emerge dalla pagina di Luca, ed è il ruolo di Anna donna laica e profetessa, come laico pio e giusto è Simeone e renderci conto di come già una società patriarcale sapesse riconoscere il ruolo e il carisma di una donna per il popolo.

A essere maschilisti, fosse per noi non c’era bisogno di far intervenire anche Anna, poteva bastare quanto detto da Simeone: i miei occhi hanno visto la salvezza! Ma quella di Simeone era un’affermazione che aveva bisogno di una donna per poter alzare lo sguardo su un orizzonte che abbracciasse quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

Simeone parla dei suoi occhi, Anna alza lo sguardo di tutti per poter vedere oltre in questa festa di luce. Per vedere la grazia, vedere la fedeltà di Dio, l’amore di Dio per il suo popolo. Per essere capaci di questo occorre un certo allenamento, occorre una certa costanza che è data dalla fedeltà all’ascolto della Parola, dalla costanza nella preghiera.

Questo ci ricorda l’anziana profetessa Anna che sa vedere in un neonato di quaranta giorni, il go’el, il redentore, il liberatore, lei che sapeva servire Dio notte e giorno. Non è che allora tante nostre tristezze e disperazioni sono il frutto dell’incapacità di saper vedere?

Se non sappiamo guardare indietro, se non riusciamo a rileggere la nostra storia per vedervi il dono fedele di Dio non solo nei grandi momenti della vita, ma anche nelle fragilità, nelle debolezze, nelle miserie.

Se non riusciamo a vedere così, diventa più facile accondiscendere a pensieri e sentimenti che ci disorientano e finiamo per avere uno sguardo mondano. Che è lo sguardo che non vede più la grazia di Dio come protagonista della vita e va in cerca di qualche surrogato: un po’ di successo, una consolazione affettiva, fare finalmente quello che voglio.

Ma così la nostra vita, quando non ruota più attorno alla grazia di Dio, si specchia in sé stessa e perde slancio, si adagia, ristagna, ci si lascia trascinare da pettegolezzi e malignità, ci si sdegna per ogni piccola cosa che non va e si intonano le litanie del lamento – le lamentele, le sterili lamentele e non siamo felici perché tornati a essere schiavi.

Potessimo invecchiare come Anna e imparare da lei a saper vedere al di là delle apparenze e a lasciarci guidare dallo Spirito per vivere felici la nostra età, qualsiasi essa sia, radicati nella fiducia in un Dio che finalmente ci libera. E ci vogliono occhi di donna per saper vedere.

(Lc 2, 22-40)

[1] Anna è anche il corrispondente femminile del nome ebraico Giovanni, Io-annes

[2] Così si chiama in ebraico il luogo vicino al torrente Yaboq, dove Giacobbe ha visto Il volto di Dio.