PENULTIMA DOPO L’EPIFANIA detta Della divina clemenza - Lc 7, 36-50


audio 4 feb 2024

Da che cosa ha salvato Gesù questa donna? Perché così oggi la congeda proprio con queste parole: Va’ in pace, la tua fede ti ha salvata. Ecco partirei proprio dalla conclusione per capire cosa ha voluto fare Gesù.

Gesù era ospite di Simone, un fariseo che aveva la consuetudine di invitare altri suoi colleghi a discutere, così che anche Gesù avrebbe potuto avviare un confronto intrigante su qualche versetto biblico, su qualche passo dei profeti o dei salmi che conosceva benissimo. Le aspettative da questo punto di vista le aveva suscitate lo stesso Gesù con il suo modo di fare e di parlare.

Improvvisamente, al v.44 il Signore provoca Simone: vedi questa donna? Guardate che domanda: vedi questa donna? Tre parole precise. E lui: certo che la vedo, anzi vedo quello che tu non vedi, Gesù. Sei così idealista da non accorgerti che quello che sta facendo non è disinteressato? Non vedi che è una poco di buono? È una peccatrice.

È così, è sempre così: noi vediamo subito e soprattutto il male, l’errore, gli sbagli degli altri. Se sono donne poi… mettiamo subito l’etichetta e il giudizio è spietato.

Simone non vede la donna, vede sì com’è vestita, vede i capelli sciolti, segno inequivocabile del mestiere altrimenti li avrebbe raccolti dentro un velo, vede i suoi baci che per lui sono osceni… ma non vede lei, non vede la donna, vede ciò che vuole vedere.

Gesù vede le lacrime, i baci, il profumo e le carezze che dicono il dolore dell’anima di questa donna. Vede cosa passa nel cuore di lei, sa comprendere il dolore dell’anima. Gesù vede la tristezza, la malinconia, il male di vivere di questa donna che sono un’esperienza umana, nulla a che vedere con la depressione. La depressione è una malattia che ha cause biologiche che si curano con gli antidepressivi.

Anche per noi oggi è difficile vedere la persona, l’essere umano prima dell’etichetta, noi abbiamo medicalizzato tutto, c’è una diagnosi per ogni cosa: se uno e triste e piange, diciamo che è depresso; se uno sta solo e cerca il silenzio, è disadattato; se prova ansia… ecco il farmaco giusto!

Proprio la tristezza permette alla donna di allontanarsi dal ripetere sempre le stesse cose per entrare negli abissi della sua interiorità, nel silenzio delle sue ferite, nella fatica di essere sé stessa.

Possiamo dirlo con una parola antica, per la donna si tratta di rientrare nella propria coscienza, quella coscienza che è anzitutto un luogo spirituale, in cui riprende e rivede anche l’esperienza morale. Se lei ha potuto pensare che con Gesù poteva comportarsi così, che compiendo quei gesti che lei era abituata a fare, Gesù avrebbe capito il suo dolore… è perché Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell’intimità del cuore… La coscienza è il nucleo più segreto dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità (Gaudium et spes, n.16).

Come cura Gesù il dolore dell’anima? Come salva e guarisce questa donna che rientrata in sé va da lui, non va dagli scribi e dai sacerdoti che sapevano bene cosa fare, l’avrebbero condannata?

Gesù la cura con l’amore. L’amore cambia le situazioni sbagliate, trasforma gli errori. Non è così semplice come può sembrare, fosse così avrebbero ragione i fascistelli moderni che intendono punire sempre, comunque e ad ogni costo: ha sbagliato, rinchiudiamola e buttiamo via la chiave.

Gesù però dice due cose diverse, anzi parrebbero due cose opposte. Nella piccola parabola dice che il perdono genera amore. Il debitore cui viene perdonato molto, amerà molto. Poi al v.47 dice a Simone il fariseo: sono perdonati i suoi molti peccati perché ha molto amato. Quindi afferma che l’amore genera il perdono: la donna ama molto Gesù e lui la perdona. Prima dice che il perdono è la causa dell’amore, poi dice che l’amore genera perdono. Ma allora viene prima il perdono oppure viene prima l’amore?

A rigor di logica appare una contraddizione, ma in coscienza il Signore introduce il dinamismo generativo dell’amore: è vero che la donna ama molto Gesù e lui la perdona, ma è anche vero che lei sa nell’intimo della sua coscienza che Gesù la perdona e quindi gli dona tutto l’amore di cui è capace e lo esprime per come è capace.

Quando nella preghiera del Padrenostro diciamo: rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, non intendiamo condizionare il perdono di Dio nei nostri confronti con la nostra capacità di perdonare. Quando mai l’uomo è in grado di saldare il proprio debito con Dio? Noi siamo debitori insolvibili, ma in coscienza sappiamo che lui ci fa grazia, ci perdona, così che anche noi possiamo perdonare.

Cosa vediamo quando incontriamo un peccatore, un reo, un colpevole? Gesù ci chiede di saper vedere l’uomo, la donna. E qui si aprirebbe una riflessione importante sulla giustizia e sul perdono.

I padri costituenti quando si trattò di impostare l’amministrazione della giustizia vollero tenere insieme la giustizia con la grazia, per questo motivo decisero di definire il Ministero di “grazia e giustizia”. Poi all’inizio di questo secolo il termine grazia è stato tolto. Ma una giustizia che non sa più definirsi con l’amore e il perdono, è degna di tale nome? Come può rigenerare una vita?

Ecco da cosa ci salva e ci libera Gesù: dalla disperazione del peccato, dalla schiavitù della colpa, dall’ossessione dell’errore.

(Lc 7, 36-50)