II DI PASQUA - In albis depositis - Gv 20, 19-31


audio 7 apr 2024

L’incontro con il Risorto mette subito in movimento, i discepoli e le discepole, gli amici di Gesù i simpatizzanti… tutti manda il Signore, tutti sono coinvolti nell’andare. Come il Padre ha mandato me, io mando voi… Ricevete lo Spirito santo. Gesù non ha inventato un seminario dove rinchiudere per qualche anno degli esseri umani perché diventassero funzionari pronti a riprodurre un modello.

Così come il Vangelo di Gesù non è un prodotto confezionato e pronto all’uso: quando il Signore manda i suoi non li invia come attuatori di un programma o venditori di un prodotto. Loro stessi hanno visto e sperimentato come il vangelo sia un’avventura che si costruisce dietro a Gesù, vivendo la sua parola in quella umanità, in quella storia, in quella cultura e società.

Noi ancora non abbiamo compreso che è tempo di smettere di guardare con nostalgia un passato più o meno glorioso. È come se non avessimo compreso a fondo la grammatica dei processi storici, che è una grammatica in cui la teoria infrange la prassi e la prassi la teoria, senza alcun primato.

Per molto tempo come chiesa abbiamo creduto possibile governare i processi di mantenimento e di cambiamento attraverso una catena fatta grosso modo di proclamazioni di principio accompagnate da precise norme pratiche. In un certo senso questo per alcuni secoli ha funzionato, sicuramente oggi no.

I giovani, e non solo, oggi si allontanano da una chiesa che appare soprattutto vecchia, lenta, noiosa e lontana, ma non per questo smettono di cercare gesti autentici in cui esprimere la vita, il sentimento, il pensiero, la loro sete di spiritualità.

Qualcuno si è illuso per un certo tempo che il problema potesse essere risolto presentando un papa sportivo capace di stare in televisione, oppure un papa intellettuale e professore… o un papa dal profondo profilo umano, come Francesco.

È un inganno, dobbiamo essere consapevoli che è finita una stagione e ne inizia un’altra. Niente di catastrofico: nella vita della chiesa abbiamo avuto diversi momenti di grande discontinuità. Pensiamo a V –VI secolo la fine della cattolicità latina classica e il periodo diciamo dopo la morte di Agostino. Pensiamo al X secolo, al XV secolo… sono stati momenti di grande discontinuità.

Non abbiamo risposte facili in tempi di cambiamento, dobbiamo fidarci del mandato di Gesù, lasciare le nostre pastorali, i nostri programmi e progetti… perché la cosa necessaria oggi è tramandare alle nuove generazioni la parte viva del Vangelo e della chiesa, come ha cercato di indicarci il Concilio Vaticano II.

Il Padre per cosa ha mandato Gesù? Noi non siamo come i trasmettitori del teorema di Pitagora “in un triangolo rettangolo il quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma dei quadrati costruiti sui cateti” … questa è una verità che dura da 2700 anni e domattina vado a scuola, e la insegno. La verità ce l’ho dietro e la persona davanti.

Nella vicenda cristiana non funziona così, chi sta davanti è il Signore, il Signore sta agendo nella storia e il nostro compito – come diceva Martini quando parlava di discernimento – è riconoscere i passi del Signore nella storia e andargli dietro.

La nostra preoccupazione non è fare dei programmi ma avere un grande bagaglio spirituale, interiore, culturale e poi essere liberi per realizzare oggi per la prima volta qualcosa di questo patrimonio andando dietro al Signore. Il rischio è di pensare che dipenda tutto da noi, mentre noi dobbiamo assecondare il Signore che agisce in forme di cui non abbiamo contezza. Facciamo fatica a comprendere il carattere esplosivo del Vangelo, il carattere eversivo del sacramento: questo è il problema della chiesa oggi, ancora prima delle vocazioni, dei numeri dei frequentanti…

Per questo Tommaso permane di grande attualità quando dice alla sua comunità, ai suoi amici: non riesco a fidarmi di voi, come posso fidarmi della comunità? È questo quello che si chiedono i mille Tommaso di oggi. Se voi non mi fate incontrare il Signore, io non credo.

Se le nostre tradizioni, le nostre processioni, le nostre devozioni non dicono più niente, dobbiamo avere il coraggio di mettere nelle mani dell’uomo e della donna di oggi il Vangelo e toccare le ferite del Risorto, le ferite di un’umanità che sono come un’invocazione che attende una parola e una presenza di speranza, di amore.

Mettiamo in conto che rimettere al centro il Vangelo – lo aveva visto bene Paolo VI come ha ricordato papa Francesco nell’Evangelii gaudium – è abrasivo, non è un placebo, né una facile consolazione, perché certamente ci sono stati tempi più calmi, ma il nostro non è un tempo calmo.

Nel passato e ancora oggi abbiamo dedicato tempo ed energie a combattere il modernismo, abbiamo avuto paura della modernità: questa ora ci torna addosso con tutta la sua virulenza e noi siamo di fronte una triplice scelta: o resistere alla modernità, o adattarci passivamente, oppure discernere dentro la modernità. Quello che il Vaticano II ci insegna è discernere dentro la modernità, perché in ogni secolo ci sono cose giuste e cose sbagliate. Siamo chiamati a seguire il Signore che opera nella storia e in questo discernimento chiediamo di essere docili allo Spirito di Gesù che è all’opera prima di noi, più di noi e meglio di noi, come diceva Martini.

(Gv 20,19-31)