//Prossimo: il superlativo dell’amore povero

Prossimo: il superlativo dell’amore povero

Forse che qualcuno di noi non si è mai posto la domanda che il dottore della legge ha rivolto a Gesù: Chi è mio prossimo? In quante situazioni ci siamo trovati anche un poco in imbarazzo al pensiero di dover scegliere il prossimo da aiutare, perché appunto sono tanti quelli che hanno bisogno, sono numerosi i poveri che bussano alle nostre porte e non possiamo aiutare tutti.

Potremmo riscrivere la stessa parabola del samaritano e aggiungervi il fatto che di lì a qualche km ci fosse un altro povero, e poi dietro la curva un altro ancora… cosa avrebbe fatto il Samaritano? Non solo, ma davvero il sacerdote e il levita avrebbero continuato a far finta di niente?

In italiano «prossimo» (aggettivo e sostantivo) riprende il latino proximus, originariamente superlativo dell’avverbio prope, «vicino» e che quindi significa molto vicino, vicinissimo, il più vicino.

Il dottore della Legge chiede a Gesù: chi è il mio prossimo? Vale a dire «chi è il più vicino a me?». E siccome le parole hanno un loro peso e una loro storia, il più vicino a me sono immediatamente quelli della mia famiglia, del mio paese, della mia stessa cultura o religione… prima gli italiani, e in Ungheria: prima gli ungheresi, e via di questo passo…

Da questa prospettiva a ben guardare non c’è nemmeno bisogno di porre la domanda: è ovvio che uno ami il consanguineo, il parente più vicino! Ma non è semplicemente ovvia, la domanda è anche insidiosa perché è finta: l’interlocutore la pone per sentirsi dare conferma di ciò che già sa e conosce. Egli crede di saper già cosa vuol dire amare e gli appare del tutto ovvio chi amare: chi è più vicino a se stesso.

Gesù con sottile ironia rovescia la prospettiva e non lo fa in maniera astratta, teorica… ma a partire da un possibile episodio di cronaca accaduto nel wadi Qelt, terreno ideale per briganti e banditi.

Ancora oggi basta uscire qualche centinaio di metri da Gerusalemme e già si è in un mondo diverso: c’è un sentiero, dopo aver attraversato alcune abitazioni di beduini poverissimi, che si affaccia sul roccioso deserto di Giuda e da lì si arriva ad abbracciare con lo sguardo l’oasi di Gerico che si intravede sullo sfondo.

È in questo contesto che Gesù fa scendere il dottore della Legge dall’astrattezza delle sue domande alla concretezza della vita. È come se lo invitasse a mettersi in strada. Se ti metti in strada anche tu, cosa vedi? Vedi gente che sta male, gente che soffre, gente che scappa, gente senza sicurezze, senza casa, senza lavoro… Il paesaggio della povertà è sempre vivace, mai monotono: basta guardarlo con occhi veri, senza diaframmi.

Facendo passare il sacerdote e il levita, Gesù introduce due figure credibili, due uomini di Dio, dalla cui vita ci si aspetta un modello per il resto del popolo. Qualcuno dice che dovevano attenersi alle regole di purità che vietavano di toccare un morto, ma Luca precisa che non era morto, era solo mezzo morto!

In realtà hanno fatto ciò che anche molti di noi avrebbero fatto: quando vai di fretta, non vuoi essere disturbato (ne abbiamo già abbastanza) al punto che fai finta di non vedere, pur avendo visto!

Il sacerdote e il levita, e noi con loro, non sono cattivi, sono ottusi nella loro visione della cose: prima devono amare i loro simili, prima devono amare quelli del mio comune, poi quelli della regione Lombardia, poi quelli del Nord… e se proprio è rimasto qualcosa anche qualcun altro.

Questa è l’ottusità che diventa durezza di cuore e di mente, diventa insensibilità… Insomma questi ragionano secondo la griglia mentale: devo amare prima i miei e poi gli altri.

In realtà è un alibi: quando mai potrai dire di avere sistemato prima gli uni per poi dare agli altri? Per quanto costruiamo muri e recinzioni, per quanto uno si rinchiuda sotto una campana di vetro… l’aria che respiri non è tua, l’acqua che bevi non è tua… la terra che calpesti non è tua.

Insomma la domanda posta dal dottore della legge viene da una prospettiva perdente, perdente per te e per il genere umano. È una sconfitta della giustizia perché fondata sull’illusione di una sicurezza e di una pace che si reggono sulla paura. Se seguo il mio istinto, io amo quelli che mi conviene amare: è la logica del club, del circolo. Oggi faccio un favore a te, tu domani lo fai a me.

Gesù sbaraglia questa logica e ribalta la prospettiva: non metterti al centro del mondo per decidere di amare chi ti è più vicino. Piuttosto chiediti: a chi ti fai vicino tu? Per chi sei capace di provare compassione? Ecco il superlativo «prossimo» riguarda te che ti avvicini all’altro.

Ma perché ti fai vicino? Perché sai cos’è il dolore, la povertà, la sofferenza… perché conosci – e non per sentito dire – la lotta per la giustizia, perché hai provato su di te cosa vuol dire aver fame, essere senza casa e senza lavoro. Ti fai prossimo perché sei povero.

L’amore è sempre povero nel senso del samaritano, dell’eretico, del disprezzato, del nemico che è però ricco di compassione al punto di portare su di sé il dolore dell’altro, di immedesimarsi nella sua condizione.

Con ironia Gesù racconta come tutti e tre i personaggi della parabola agiscano in modo opposto a quello che ci si aspettava da loro. Un samaritano che soccorre un ebreo? Non sia mai che un cristiano ami un musulmano, sono nemici! Ama prima i cristiani e poi amerai gli altri.

Perché il Samaritano non ragiona così? Perché prova compassione: vede nell’altro essere umano un suo fratello, una sua sorella in umanità, perché anch’io sono amato da Dio così, per quello che sono. Dio ha compassione di me.

Il testo dello Shemà Israel (Dt 6, 1-9) ci rimanda a questa consapevolezza. Al v.4 dice «Ascolta Israele… e ama». Curioso che il primo verbo sia ascolta e poi ama! Se non ascolti non puoi amare. Se presupponi di saper già amare a prescindere dall’ascolto sei fuori strada. Ascolta come Dio ti ha amato nella tua vita. Ascolta come Dio ama l’umanità, ascolta e ama.

Questa è stata l’esperienza di Mosè e con lui del suo popolo. Il problema è che poi ci si dimentica, e uno finisce per credere di essersi fatto tutto da sé, e allora Mosè deve dire alla sua gente: Ascolta, ascolta Dio, ascolta come lui ti ha amato quando sei dovuto scappare dall’Egitto, dalla terra di schiavitù, ricordati che sei stato un popolo di migranti!

Mosè guida un popolo di migranti fidandosi di Dio che come un Samaritano si prende cura della sua gente. È Dio che in Gesù si china sulle nostre vite e sulla vita mezza morta di tanti… per questo non dobbiamo dimenticare che siamo tutti sempre migranti in cerca della terra della promessa.

Se la nostra posizione è quella di chi si mette al centro e si domanda chi è il mio prossimo, allora aveva senso l’obiezione iniziale: se dopo un km il Samaritano avesse incontrato un altro disperato, cosa avrebbe dovuto fare? Noi oggi non vediamo solo un profugo, un migrante, vediamo intere famiglie, migliaia di esseri umani… come possiamo provare compassione per tutti? Come è possibile prenderci a cuore tutti?

L’obiezione è legittima, ma tradisce una visione individualista dell’amore, perché ci pensiamo sempre come singoli e difficilmente come popolo! Quando l’esperienza di Israele – e che forse anche l’Israele di oggi dimentica – è un’esperienza di popolo che è stato salvato, di un popolo che ha conosciuto la cura di Dio e che come tale è chiamato a un servizio per l’umanità.

Crediamo che sia un sogno? Un’utopia? Un’illusione? Ma se non crediamo che la terra promessa è la terra della fraternità, dove tutti possiamo vivere e convivere con giustizia e dignità… in che cosa crediamo?  In un Dio tappabuchi, dove il mio Dio fa la guerra col tuo Dio e noi che siamo in mezzo non possiamo fare altro che farci la guerra.

Nell’incontro con i giovani a Cuba domenica scorsa, papa Francesco raccontava di uno scrittore latinoamericano che diceva che noi uomini abbiamo due occhi, uno di carne e uno di vetro. Con l’occhio di carne vediamo ciò che guardiamo. Con l’occhio di vetro vediamo ciò che sogniamo. «Nell’obiettività della vita deve entrare la capacità di sognare. E un giovane che non è capace di sognare è recintato in sé stesso, è chiuso in sé stesso. Tutti sognano cose che non accadranno mai… Ma sognale, desiderale, cerca orizzonti, apriti, apriti a cose grandi.

Apriti e sogna. Sogna che il mondo con te può essere diverso. Sogna che se darai il meglio di te, aiuterai a far sì che questo mondo sia diverso. Non lo dimenticate, sognate. A volte vi lasciate trasportare e sognate troppo, e la vita vi taglia la strada. Non importa, sognate. E raccontate i vostri sogni. Raccontate, parlate delle cose grandi che desiderate, perché più grande è la capacità di sognare – e la vita ti lascia a metà strada –, più cammino hai percorso. Perciò, prima di tutto sognare».

Sogniamo insieme un’umanità diversa, decidiamo di farci prossimo e di chinarci sulle vite disperate e piene di dolore, sogniamo di dare il meglio di noi stessi per far sì che questo mondo sia diverso!

2018-11-13T16:29:28+00:00settembre 27th, 2015|Omelie (vedi tutte) >|