DOMENICA DELLE PALME messa nel giorno - Gv 11, 55-12, 11


audio 24 marzo 2024

Siamo pieni di contraddizioni ed è difficile venirne fuori, sono costitutive della nostra avventura umana, al punto che le incontriamo nella stessa parola di Dio. Abbiamo da un lato il profumo del nardo che Maria sparge sui piedi di Gesù e che riempie tutta la casa, e quando un buon profumo ci riempie le narici inonda la nostra persona della fragranza e della bellezza della vita. Il profumo della primavera vince anche l’aria pesante della città.

D’altra parte siamo immersi continuamente nell’olezzo della morte: guerre e attentati distruggono in continuazione e strappano la vita di civili, di bambini e di persone che di guerra non vorrebbero nemmeno sentir parlare.

Per accrescere le nostre contraddizioni, vogliamo ricordare oggi 24 marzo, il martirio del vescovo Oscar Romero ucciso a san Salvador nel 1980, e con lui tutti i martiri che ancora oggi nel mondo muoiono per la fede. Nemmeno il profeta Isaia è esente da queste contraddizioni: si trova sulle rive del fiume Tigri, 500 anni prima di Cristo, e ha davanti a sé un campo di concentramento dove un popolo umiliato, privato dei suoi diritti è ridotto in schiavitù… al profeta non rimane che osservare la sua gente con un cuore dilaniato dal dolore.

Cerca di capirci qualcosa, il profeta, in questo mistero di male e il suo contributo consiste nella proposta della figura di un cosiddetto ‘servo’. Che possiamo considerare sia la personificazione del popolo stesso, oppure un individuo… non importa, ciò che importa è che il servo del Signore è uno capace di stare davanti al male, anzi di starci in mezzo e non per finta, di portarlo sulla propria pelle, come agnello condotto al macello, come pecora muta… nel senso che il servo del Signore subisce violenza, ma è non violento. È emarginato, ma non vive isolato dal suo popolo. È silenzioso ma, il suo atteggiamento non è muto, il suo esserci è più eloquente di tante teorie.

A ben vedere pare essere questo anche l’atteggiamento di Gesù: non introduce nella storia del pensiero del mondo una teoria o una spiegazione del mistero del male. Il male non ha senso. Da dove viene? Non sappiamo. Vediamo che c’è e che prolifica, sappiamo quanto ci faccia sentire impotenti tanto è diffusivo e pervasivo.

Cosa fa Gesù? Come il Signore affronta il mistero del male?

Non col piglio dello stoico, non con l’atteggiamento di chi si pone al di sopra o di chi fa la vittima incompresa. Gesù, come servo del Signore, sta in mezzo al male, lo porta su di sé, come diciamo nella liturgia prima della comunione: È lui l’agnello di Dio che porta il peccato del mondo. Cosa significa che porta il peccato, il male del mondo?

Gesù esaltando il gesto a dir poco ‘inutile’ di Maria, perché è del tutto inutile ungere quel corpo che è destinato alla morte e alla decomposizione, dice come lui sta nell’ingiustizia e davanti alla morte: profumando la fine senza bisogno di vendetta.

Sì, questo mi dice il gesto di Gesù oggi: una vita consumata, inutile profuma di suo. Una vita che finisce così pare uno spreco, che senso ha ungere la morte, profumarla, liberare una fragranza al cielo, dilatarsi in un respiro più grande?

Non cambia le logiche del mondo e pure le nostre storie, anzi le morali continueranno a voler perpetuare l’illusione del controllo e le ideologie a promettere improbabili utopie. Ma versare profumo, lasciarsi piagare dalla vita e su ogni ferita accarezzare la sfrontatezza di un nardo purissimo, questo è proprio di Gesù.

Noi crediamo per perpetuare questo spreco, la nostra fede è dare credito all’impalpabilità del profumo del Vangelo.

Non riusciamo a cambiare le sorti di questo mondo, non l’ha fatto nemmeno Gesù, ma con lui crediamo che se si perpetuasse il dramma del male senza il profumo di nardo, tutto si accartoccerebbe per sempre.

Etty Hillesum, giovane olandese di origini ebraiche, mentre era rinchiusa nel campo di concentramento, scrisse nel suo Diario e aveva 28 anni: «Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite» (D 797).

Cosa può dire ancora il nostro essere cristiani se non lo stare nell’inutilità dell’amore, propria di chi pone un gesto gratuito non violento in un processo di violenza, in un continuo dilagare dell’odio, spalmare il balsamo della vita?

Il balsamo per le molte ferite non è facile consolazione, ma dischiude un orizzonte che Gesù sa vedere, noi un po’ meno, perché siamo più ottusi e ci arriviamo a fatica.

Sta di fatto che i trecento denari di profumo di Maria di Betania umiliano i trenta denari di Giuda traditore: è impossibile impossessarsi del profumo e chi si illuse di essersi liberato di lui per sempre sbagliò di grosso, gli andò in corto circuito il cervello e non comprese nulla della storia del mondo.

Credere non è la facile consolazione dell’impossibilità, credere non appartiene al ripetere le parole dell’ortodossia. Credere è sprecare l’amore davanti alle evidenze che lo negano.

Per puro spreco si compì la risurrezione e non è un caso che – per una volta ancora – una donna se la intenda bene con Gesù, come nel mattino di Pasqua.

(Is 52,13-53,12; Gv 11,55-57-12,1-11)