È una domenica delle palme anomala, strana, molto strana: niente processione delle palme, nessun rametto d’ulivo benedetto da portare nelle nostre case… davvero questo virus ci sta costringendo a tanti cambiamenti, a modificare tante nostre tradizioni e abitudini al punto da esserne quasi storditi e anche un po’ stanchi.

Però c’è qualcosa cui possiamo aggrapparci, c’è una cosa che ci è di aiuto e di appoggio in questa domenica delle palme ed è la pagina di vangelo che la liturgia ambrosiana ci consegna oggi.

Una pagina struggente, piena di calore e di tenerezza: possiamo quasi immaginare le mani di Maria, sorella di Marta e di Lazzaro, che ungono i piedi di Gesù con unguento di nardo, pianta preziosissima e costosa perché cresce sulla catena himalayana, adatta alla cura dei piedi, di quei piedi che devono camminare molto, che devono muoversi per sentieri e tracciati rocciosi e polverosi… è una scena di affetto e di cura, un modo per dire grazie a Gesù, per rinsaldare l’amicizia con lui, non solo perché al tempo stesso mette in evidenza una tensione, la tensione con Giuda.

Una tensione che respiriamo anche fuori dalla casa di Betania ed è ciò che avviene nel tempio e nel palazzo, vale a dire il complotto di coloro che vogliono togliere di mezzo Gesù, come avverrà di lì a qualche giorno.

E già questo è eloquente della settimana santa che ci apprestiamo a vivere: chi la spunta, chi vince lo scontro? Chi riesce a ottenere i suoi obiettivi? Evidentemente i più scaltri, i più forti.

Tant’è che ritroveremo quell’unguento sul corpo di Gesù dopo la morte in croce, quando – come succedeva a coloro che morivano in quel tempo – sarà deposto nel sepolcro.

Ascoltando la risposta a Giuda viene da pensare che anche Gesù ha parole rassegnate, della rassegnazione di chi si rende conto che alla fine sembra vincere sempre il male. L’amore perde, la tenerezza e la cura vengono schiacciate dagli interessi, dall’invidia, dall’odio.

Ma è così che veniamo al dunque, è proprio qui che Gesù ci aspetta ed è a questo appuntamento che ci ha preparati da tempo.

Non ne abbiamo visto i segni indicatori in tutti quegli eventi e quelle esperienze che abbiamo fatto e che ci hanno messo di fronte al fatto che ancora non ci siamo decisi per un amore come il suo?

Questo è il tempo per lasciarci prendere per mano da Cristo, per affidare le nostre mani alla sua, per farci partecipi delle sue paure, del suo coraggio, del suo amore e della sua attenzione e poter risorgere insieme.

È questo il tempo opportuno per provare a stare accanto a lui e cercare di capire qualcosa di questa vita e del mistero di Dio, per sentire dentro di noi la primavera che spinge a fiorire, a rinascere.

Ma è abbastanza chiaro che non è più sufficiente appoggiarci alla religione del tempio. Nemmeno ci aiuta a vivere, il coltivare rimpianti e nostalgie: questo non si può fare, a questo non si può partecipare…

Chiediamoci piuttosto se questo tempo di chiese vuote e chiuse non rappresenti una sorta di monito per ciò che potrebbe accadere in un futuro non molto lontano: fra pochi anni esse potrebbero apparire così in gran parte del nostro mondo. Come d’altronde è avvenuto in diversi Paesi, dove sempre più chiese, monasteri e seminari si sono svuotati o hanno chiuso.

Forse questo tempo di chiese forzatamente vuote mette in luce il vuoto nascosto delle Chiese e il loro possibile futuro, se non ci decidiamo per un cristianesimo diverso.

Fermiamoci e intraprendiamo un’ardita riflessione davanti a Dio e con Dio. Facciamo tesoro delle parole di papa Francesco: non ci troviamo a vivere un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca, per cui non possiamo tornare a un mondo che non esiste più e tantomeno accontentarci di riforme organizzative di facciata.

Qui c’è dell’altro di cui dobbiamo essere consapevoli, come appunto dice papa Francesco quando paragona la Chiesa a un «ospedale da campo», vale a dire a un luogo di cura, di attenzione, di accudimento e di amore per l’uomo, per la donna, per l’anziano, per il giovane, per il ricco e per il povero, proprio come stanno facendo loro, i professionisti della cura, medici, infermieri, educatori, insegnanti, volontari…maestri in umanità.

Non so se l’avete sentita, ma la notizia ha del paradossale: per Pasqua il santo Sepolcro di Gerusalemme rimarrà chiuso, per cui non si potranno celebrare i riti pasquali. Non accadeva dal 1349 quando analoga decisione venne presa a causa della peste nera. Sorprende che tutto ciò accada proprio a pasqua, che si chiuda il santo sepolcro proprio nei giorni in cui i cristiani celebrano la risurrezione del Signore!

È una metafora che nella storia ha avuto precedenti molto più impegnativi. Non dobbiamo passare sotto silenzio la grande capacità che ebbe la comunità primitiva, ad esempio, nell’adattarsi alle nuove condizioni e di come seppe, di fronte al sepolcro vuoto, darsi nuovi spazi e modi di incontro per tenere viva la memoria di Gesù.

Così come accadde di lì a pochi decenni, quando la Chiesa primitiva degli ebrei e dei pagani visse la drammatica esperienza della distruzione del tempio in cui Gesù pregava e insegnava ai suoi discepoli… come ha reagito?

Gli ebrei di quei tempi trovarono una soluzione coraggiosa e creativa: sostituirono l’altare del tempio demolito con la tavola familiare e agli olocausti e ai sacrifici di sangue sostituirono il ‘sacrificio delle labbra’: la riflessione, la lode e lo studio della Scrittura.

Più o meno nello stesso periodo il primo cristianesimo, bandito dalla sinagoga, cercò una nuova, sua propria, identità. Sulle rovine delle tradizioni, ebrei e cristiani impararono a leggere daccapo la Legge e i profeti, e diedero loro nuove interpretazioni.

Oggi che cosa possiamo imparare noi discepoli di Gesù da questa situazione?

Tornando alla scena di Betania, alla casa degli amici di Gesù, sono convinto sempre più che la forma del cristianesimo del futuro sarà quella di dieci, cento, mille piccole fraternità che sull’esempio della casa di Betania custodiranno la parola del Vangelo e la vita di Gesù con l’unica e grande preoccupazione non di convertire gli altri, i non credenti, gli agnostici, ma di cercare anzitutto il Signore, di prenderci cura di lui.

Si dobbiamo prenderci cura del Cristo, come recita l’antico adagio monastico del Quaerere Deum, il ‘cercare Dio’ e prenderci cura di Lui più che delle nostre strutture, delle nostre organizzazioni.

Nel Diario di Hetty Hillesum troviamo questa bellissima preghiera della domenica mattina, in cui tra l’altro, scrive: Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me… una cosa diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica cosa che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette, e cucchiai d’argento invece di salvare te, mio Dio. E altre persone, che sono ormai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: non prenderanno proprio me. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia[1].

Alla stregua della chiesa di Betania, sono convinto che le nostre comunità cristiane – parrocchie, congregazioni, movimenti ecclesiali e comunità monastiche – dovrebbero cercare di avvicinarsi all’ideale che diede origine alle università europee: una comunità di allievi e maestri, una scuola di saggezza in cui la verità viene cercata attraverso la libera discussione e anche la profonda contemplazione[2].

Quelle isole di spiritualità e dialogo potrebbero essere la fonte di una forza capace di guarire un mondo malato. Il giorno prima dell’elezione a papa, il cardinale Bergoglio citò un passo dell’Apocalisse in cui Gesù sta alla porta e bussa. E aggiunse: oggi Cristo sta bussando da dentro la Chiesa e vuole uscire. Forse è quello che sta chiedendo anche a noi.

(Gv 11,55-12,11)

[1] Etty Hillesum, Diario, Preghiera della domenica mattina, 12 luglio 1942, pp. 713-714.

[2] Cf. Tomáš Halík. Il segno delle chiese vuote, Vita e Pensiero.