Matteo racconta la storia secondo le due prospettive: quella dalla parte dei potenti, dei governi, dei comandanti e quella dalla parte dei poveri, degli ultimi. Tra le due non c’è dialogo, non si capiscono. Ma cosa li accomuna? La paura.

Perché prima Erode e ora anche Archelao hanno paura di perdere il trono e così tutti coloro che costruiscono il loro potere sulla pelle dei poveri vivono con la paura di perdere il controllo, con la paura di essere scalzati e sbalzati giù dal loro piedistallo.

Oggi facciamo memoria della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, ricordiamo la Shoah e i lager tedeschi ma dovremmo ricordare anche la storia dei nostri campi di concentramento italiani in Libia, Eritrea ed Etiopia e dovremmo istituire una giornata della Vergogna per i crimini coloniali fascisti, memoria doverosa nell’epoca di “Prima gli Italiani”.

Sappiamo tutto dei peccati altrui e volentieri dimentichiamo i nostri e tutto ciò è pericoloso perché dai buchi della memoria riemergono i mostri, mentre ci abbandoniamo alla retorica e alla memoria selettiva. «Delle nostre parole dobbiamo rendere conto davanti al tribunale della storia, ma dei nostri silenzi dobbiamo rendere conto davanti al tribunale di Dio» (Tonino Bello).

Hitler aveva paura di non poter realizzare il suo sogno della Grande Germania e la paura di non poter fare quello che sognava a occhi aperti, lo ha reso pazzo, per dirla con le parole di papa Francesco che sull’aereo per Panama così ha risposto a un giornalista che gli chiedeva del muro che Trump vorrebbe costruire col Messico: La paura ci rende pazzi.

La paura rende pazzi. Proviamo a pensare: perché un grande paese colto, avanzato e complesso come la Germania ha seguito un nullafacente austriaco? Cosa ha portato un omuncolo poco dotato intellettualmente, incapace di amicizie e senza esperienza di governo, a tenere il mondo con il fiato sospeso per dodici anni, dal ’33 al ‘45?

Perché un personaggio che in altri contesti sarebbe rimasto un paranoico anonimo, attraverso quella che allora era chiamata “propaganda”, intercettò i mal di pancia di una società impaurita dopo Versailles e le conseguenze della guerra ‘15-‘18…

L’esperienza storica di una follia collettiva che ricordiamo oggi nel giorno della memoria, ci insegna come nella Germania provata e frustrata di allora la gente fosse pronta a consegnarsi a qualcuno, sia pure intellettualmente povero… il quale attraverso la dinamica del capro espiatorio (in quel caso gli ebrei e prima ancora coloro che avevano una qualche menomazione) desse fiato all’orgoglio nazionalista e sovranista cui la gente potesse aggrapparsi per superare la paura del presente.

Allora il ricordo della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz non è una lapide alla quale accostare un fiore una volta ogni tanto. La memoria ci insegna che non può più essere il piano della paura a dettare le regole della convivenza e della politica: il piano della paura porta a scaricare semplicemente sui più deboli e sui più fragili la colpa, direi di scaricare banalmente il male per usare le parole famose di Hannah Arendt… ma è un inganno, una falsità, un’impostura che non riconosce le questioni profonde che dividono l’umanità e che sono radicate invece nella profonda ingiustizia che governa il mondo.

Un mondo in cui, secondo l’ultimo rapporto Oxfam[1], i 26 individui più ricchi possiedono più risorse della metà più povera del pianeta. 26 individui possiedono il 50% della ricchezza globale.

In Italia il 5% più ricco detiene ricchezza pari a quella posseduta dal 90% più povero della popolazione e quando la crisi si fa più intensa e più lunga, maggiore è la concentrazione della ricchezza a spese della povertà crescente, tant’è che negli anni successivi alla crisi finanziaria il numero dei miliardari al mondo è raddoppiato. E così la paura è sempre più grande e conosce una crescita esponenziale.

Il vangelo di Matteo narra anche la vicenda dell’altra parte dell’umanità, c’è anche la storia dalla parte dei poveri e degli ultimi, come ci ricorda il sogno di Giuseppe. Quelli di Giuseppe, secondo il vangelo di Matteo, non sono sogni ad occhi aperti… quei sogni in cui anche noi talvolta ci crogioliamo lasciando libero corso alla fantasia, all’immaginazione per estraniarci da situazioni che non ci soddisfano.

Giuseppe non sogna una condizione ideale per sé o per la sua famiglia, non sogna ad occhi aperti… semplicemente vorrebbe un poco di sicurezza per sé e per quel “fagottino divino” che Maria porta in braccio. Sì, un poco di sicurezza, avete capito bene, una parola che certamente in quelle notti gli deve aver causato tanta fatica ad addormentarsi.

Se c’è una storia narrata da chi ha il potere, da chi comanda eserciti e determina leggi… e ha paura di perdere, c’è anche la storia di chi sta dall’altra parte, la storia di chi subisce, di chi muore, di chi viene torturato, perseguitato… è la paura di Giuseppe, che è la paura dei poveri, dei disperati, di chi non ha potere.

Non dimentichiamo che se un uomo ha fame può essere pericoloso, ma è debole. Un uomo il cui figlio ha fame, trova la forza per fare qualunque cosa pur di cercare di sfamarlo (J. Steinbeck).

Questo fa Giuseppe in obbedienza al sogno in cui si rivela la volontà di Dio. Nel linguaggio biblico il sogno è il dischiudersi di una dimensione simbolica della realtà, l’aprirsi di un orizzonte spirituale, ma preciso e concreto: Andò ad abitare in una città chiamata Nazaret.

Cosa è la volontà di Dio? Cosa risponde il sogno alla paura legittima di un padre? Vai ad abitare. E da allora Giuseppe sarà sempre considerato un uomo giusto.

La paura viene vinta dal diritto e dalla giustizia di abitare una casa, di stare in una città, di lavorare e di crescere una famiglia. “Il futuro, ha detto ai giovani a Panama papa Francesco, è un autentico «diritto umano» e dunque non può in alcun modo essere sottratto ai singoli, alle famiglie, ai popoli, all’umanità intera”.

Quanto futuro oggi viene sprecato, scartato, scientemente negato, abortito, colato a picco, fisicamente eliminato con la violenza. A tutte le latitudini. Nella Via Crucis di venerdì sera, papa Francesco ne ha fatto un doloroso, quanto impressionante, inventario. Dal «grido soffocato dei bambini ai quali si impedisce di nascere», alle donne «maltrattate, sfruttate e abbandonate»; dai giovani invischiati nelle «reti di sfruttamento, di criminalità e di abuso» a quelli che muoiono «a causa della droga, dell’alcol, della prostituzione e della tratta», fino a quei ragazzi che rinunciano appunto al futuro e «vanno in pensione con la pena della rassegnazione e del conformismo».

Si ruba il diritto al futuro agli immigrati che invece di solidarietà trovano dolore rifiuto e miseria, ha ricordato ancora il Papa, agli anziani abbandonati e scartati e persino alla nostra Madre Terra, «ferita nelle sue viscere dall’inquinamento» e calpestata «dal consumo impazzito».

Se davvero non vogliamo uscirne pazzi, vinciamo la paura che pure ci abita, lavorando per la giustizia, per il diritto. La lotta alla disuguaglianza rimane una delle tematiche più ardue al mondo, e la fornitura di servizi pubblici universali è un collaudato strumento con cui affrontarla. Dobbiamo agire subito contro la disuguaglianza estrema per costruire un futuro più equo, più sano e più felice per tutti, non soltanto per pochi.

Anche noi siamo chiamati ad essere giusti e giusto sarà il nostro agire quando in relazione con gli altri cerchiamo anche al loro bene e non soltanto al nostro, quando operiamo anche per il bene dell’altro, quando comprendiamo che fare il bene dell’altro è alla lunga anche fare il nostro.

Per non entrare in questo circo di pazzi, vi invito ad accogliere le parole di un poeta e amico, Franco Arminio:

“Emozionatevi.

Non passate

nessun giorno

senza un rischio.

Andate al dunque.

Esagerate.

Il pericolo più grande

è la prudenza, il calcolo.

Siate sfrenati

nei sensi

e nell’immaginazione.

Buttate via le copie

di voi stessi. Dedicatevi

agli atti unici. Servite

il dolore degli altri

ma non umiliate i vostri sogni.

Ogni vostra giornata

è il vostro regno:

convocate l’ebbrezza

e la ragione,

l’invisibile

e la buona azione”.

(Mt 2,19-23)

 

[1] www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2019/01/rapporto-oxfam-pdf.pdf