III DOPO L’EPIFANIA - Mt 14, 13-21


audio 21 gen 2024

Abbiamo ascoltato la narrazione di un altro segno dopo quello di Cana di domenica scorsa, ed è l’unico segno raccontato da tutti e quattro i vangeli a testimonianza dell’importanza che assume.

Possiamo dire che questo segno contiene un gesto che racconta la vita di Gesù, diventa la cifra stessa della sua vita quando: prese i pani, alzò gli occhi al cielo, benedisse, li spezzò e li diede.

Sono gesti semplici, umanissimi anche se non scontati, però Gesù li compie oggi, li ripropone nel Cenacolo, li ripeterà da risorto, ricordate i due di Emmaus. Non solo, la comunità primitiva era così segnata e formata da questo modo di fare di Gesù che, come dicono gli Atti degli Apostoli, quando si ritrovano dopo la sua risurrezione continueranno a compiere la frazione del pane come segno che li caratterizza e li identifica. Non è un caso che sia il segno che compiamo anche noi nell’eucaristia.

Ed è un segno che si accompagna, anche questa volta come a Cana con una mancanza, con un contesto di difficoltà come dicono con sano realismo gli apostoli: il luogo è deserto ed è ormai tardi ed è il caso di congedare la folla perché è un problema dar da mangiare a tutta questa gente… come possiamo fare? non c’è alternativa.

Appunto quando c’è un bisogno, quando sorge un’emergenza, quando di pane ce n’è poco… ognuno per sé! Questa è la risposta immediata e logica secondo il cosiddetto buon senso.

Gesù però chiede ai discepoli di leggere in modo nuovo la situazione, con quei verbi che abbiamo ascoltato: prendere, alzare gli occhi, benedire, spezzare e donare… non compie un prodigio fine a se stesso, è pur sempre un segno, i discepoli e noi con loro siamo invitati a trovare una nuova risposta ai bisogni, alla fame, alla sete, al desiderio di giustizia e di equità.

Sono verbi che forse non entreranno a fare parte delle direttive della FAO, non saranno assunti da una qualche multinazionale o da un qualsiasi governo per le politiche economiche… eppure ogni volta che riviviamo quei gesti di Gesù, mi auguro di non arrivare mai a ripeterli mnemonicamente, quei gesti sono una chiave di svolta per la nostra convivenza, per poter vivere da discepoli e fratelli e sorelle gli uni con gli altri.

Sono i gesti che non dobbiamo relegare solamente al culto e alla celebrazione, anzi dovrebbero costituire il modo in cui affrontiamo la nostra stessa vita in tutte le sue espressioni.

Pensate quale antidoto possa essere alla nostra tristezza, iniziare ogni mattina ad accogliere la vita come un dono, alzando gli occhi e benedire, rendere grazie al donatore e poi lungo la giornata spezzarla, cioè condividerla e farne un dono d’amore intelligente.

Sono gesti semplici che però indicano la via della vita autentica e faremo così l’esperienza che la vita si moltiplica proprio nelle nostre mani.

Altro che miracolo da lasciare a bocca aperta: si tratta di aprire la nostra mente, di aprire il cuore a questa proposta che il Signore ha insistentemente compiuto lungo la sua vita e che costituisce ancora oggi una possibile via d’uscita dalle crescenti disuguaglianze che nel mondo segnano livelli di umanità talmente disuguali che, nel momento in cui ne prendessimo consapevolezza, ce ne dovremmo vergognare.

Viviamo in un mondo in cui alcune persone, poche, diventano estremamente ricche, ma pressoché nulla di questa ricchezza arriva a chi ha contribuito a crearla. E così succede che quando il costo della vita è aumentato considerevolmente, per milioni di persone con quel salario non è più possibile arrivare a fine mese.

Perché le mani di pochi devono vedere raddoppiata in un decennio la propria ricchezza? È successo così ai cinque miliardari più ricchi al mondo e ai loro paradisi fiscali, accade alle grandi imprese quando usano il proprio potere per comprimere i salari e distribuire i profitti verso i super ricchi[1].

Qualcuno continuerà a diffondere la vulgata che se sono poveri se la sono cercata, oppure che nella vita vanno avanti i migliori… e baggianate di questo genere che non avendo alcuna evidenza scientifica, servono solo a giustificare uno status quo fondato sull’ iniquità che continua ad accrescere gravi disuguaglianze tra le persone e le famiglie nel mondo.

Se è vero che solchiamo le acque dello stesso mare, dobbiamo riconoscere che alcuni sono comodamente sistemati in super panfili, mentre troppi occupano un posto su imbarcazioni precarie.

Una cosa dobbiamo fare, una sorta di conversione perché se Gesù ha vissuto questi gesti nella vita in maniera tanto intensa da diventare un rito, noi dobbiamo imparare a fare il contrario: passare dall’abitudine del rito alla vita, alle scelte concrete, a condividere.

Impariamo ad alzare gli occhi al cielo e a benedire il Signore per i suoi doni, e a spezzarli per condividerli: insegniamo ai nostri figli che per moltiplicare occorre dividere, facciamolo con gli amici, con le persone che frequentiamo…

Forse un giorno nascerà qualcuno che saprà portare avanti misure per un fisco più giusto, politiche che ridiano potere, dignità e valore al lavoro, qualcuno che lavorerà per un sistema di welfare capace di tutelare in modo equo chiunque si trovi in condizione di bisogno…

(Mt 14,13-21)

[1] Oxfam, Disuguaglianza, il potere a servizio di pochi, 2024.