Ogni celebrazione liturgica per la Chiesa è celebrazione di un evento storico, di un fatto. Più precisamente si tratta di eventi e fatti storici riguardanti Gesù: la sua nascita, un qualche momento della sua vita, e soprattutto la sua passione, morte e risurrezione. Tutte le feste riguardano il Cristo e comunque un qualche mistero a lui riferito.

Oggi festa di Pentecoste, quale evento riguarda Gesù? non è forse la festa dello Spirito Santo? No, non è semplicemente la festa dello Spirito Santo perché è la festa della chiesa di Gesù che vive nello Spirito. È la festa di Gesù che vive nella chiesa grazie al dono dello Spirito.

Come dice Gesù nel Vangelo di Giovanni: io pregherò il Padre che vi darà un altro Paraclito che rimanga con voi per sempre… in quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.

Per analogia possiamo dire che lo Spirito santo sta alla chiesa come il respiro sta al corpo umano: siamo discepoli di Cristo nella misura in cui respiriamo dello Spirito di Gesù.

Paolo rende questo pensiero molto concretamente nella lettera ai cristiani di Corinto: A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune… e di seguito elenca alcuni di questi doni: la sapienza, la conoscenza, il dono delle guarigioni, la profezia… ed è una bella immagine di Chiesa che appunto come un corpo è fatto di molte membra e ognuno ha il suo compito, analogamente la Chiesa vive di doni diversi, con compiti diversi…

Però, c’è un aspetto decisivo che Paolo pone ancor prima di elencare i vari doni, quando afferma che questi doni sono per il bene comune. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune. E non è proprio una cosa così scontata e ovvia, anzi. Non è che il bene comune stia in cima ai nostri pensieri, anzi al di sopra di tutto per molti sta l’interesse, l’efficienza, l’utilità. A cosa serve? È la domanda più ricorrente, decisiva per dare il peso a una cosa, a un atteggiamento, in un qualsiasi ambito di vita.

Ora noi invochiamo lo Spirito Santo, chiediamo i suoi doni, ma corriamo il rischio di chiederli per noi stessi, per essere efficienti, per essere considerati, per fare bella figura davanti al mondo e per riuscire al meglio. Li chiediamo per una qualche utilità particolare.

Infatti questa cultura dell’interesse e dell’utilità è diffusa e non risparmia nemmeno i discepoli di Gesù. Viviamo la nostra vita quotidiana per salvaguardare i nostri interessi e fin qui niente di male, la questione è che ormai l’utilitarismo è un criterio decisivo se non unico di azione e di vita.

E gli effetti sono devastanti, basta guardarci intorno e osservare da questa prospettiva la questione ambientale: quando finiremo di abitare il creato solo pensando alle nostre necessità –o presunte tali-, ai nostri bisogni, ai nostri interessi particolari e impareremo ad assumere la prospettiva alla quale ci rimanda l’apostolo Paolo: per il bene comune? Per il bene comune! E non solamente per quel che mi serve adesso e solo per me stesso, per il mio gruppo, la mia famiglia, il mio paese, per la mia azienda, per la mia multinazionale.

E questo è vero anche per la gestione della cosa pubblica: chi governa un Paese non può avere come unico e principale compito quello di promuovere e tutelare gli interessi (sia pure legittimi) dei cittadini o di una parte di essi qui e ora, ma deve anche farsi carico appunto del “bene comune”, ovvero del patrimonio di valori di giustizia, di solidarietà, di democrazia che tengo in vita l’umanità.

Nella storia abbiamo innumerevoli testimonianze di chi è stato in grado di dare la vita per un ideale, per un valore al servizio del bene comune. Mentre mi pare che la logica dell’interesse abbia contaminato un po’ tutta la nostra cultura, il modo di vedere, di organizzare la vita personale e sociale, e la cosa più triste sembra che ciò avvenga, anche nell’ambito di coloro che si considerano credenti e che prigionieri, appunto, dei propri interessi – si lasciano da questi, e da questi soltanto, condizionare.

Mi ha fatto molto riflettere la vicenda di Noa, la ragazza olandese di 17 anni che si è lasciata morire, portandosi via con sé una montagna di dolore per le ripetute violenze subite da piccola.

Non c’era posto per lei in questo mondo. Una sofferenza troppo grande per una mondanità performante, efficiente, utilitaristica e incapace di prendersi cura del dolore dell’anima di una vita fragile e non funzionale. Difficile trovare spazio in una società della performance, dell’efficienza e dell’utilità che sacrifica sull’altare del funzionamento la fragilità, la debolezza, il dolore al punto che uno arriva a considerarsi uno scarto inutile.

Come trattiamo le macchine che devono sempre funzionare e quando non vanno le buttiamo, senza neppure più ormai ripararle, così trattiamo la vita umana, al punto che, come scrive il filosofo e psicanalista argentino Miguel Benasayag[1] piuttosto che esistere, preferiamo funzionare!

In fondo il sessismo, il razzismo con tutta la violenza che veicolano, la dittatura dei piccoli barbari delle scuole di marketing… sono un pressante imperativo a funzionare bene e così entrare in una gabbia che crediamo sia per la nostra maggior felicità e invece veniamo ridotti in quella che Benasayag chiama la tirannia della valutazione. Per la quale ogni individuo diventa un bilancio di competenze utili, un bilancio che accompagna la macchina nel suo funzionamento. Dalla culla alla bara, si desidera essere valutati per cercare di essere delle macchine performanti.

È emblematico che una persona ormai coincida con il suo profilo. Il profilo è una costruzione di pura esteriorità in funzione di performance che obbediscono a criteri esterni, ma fondati sulla paura, se non il terrore di non essere performanti, di non essere riconosciuti, di non essere accettati.

Ecco allora che torna sovrano il linguaggio della tribù, o peggio ancora del branco. Alla logica della società che è inclusiva e del bene comune si sostituisce quella del branco che è esclusiva, che ti fa credere che sei incluso nella misura in cui escludi l’altro, sei accettato quando prendi le distanze dalla persona fragile, dal diverso che può essere il timido, il goffo, il disabile, il nero… chiunque sia in una condizione di vulnerabilità. Il bullismo dei nostri ragazzi non piove dall’alto, ma da quanto respirano di noi adulti ogni giorno.

Escludiamo l’altro per sentirci inclusi. E questo è il contrario della comunità, è la lingua della tribù, è il codice del branco. Senza pensare quanto poi sia drammatica l’esperienza del rifiuto per chi la subisce.

La festa di Pentecoste è un invito a ricercare la presenza dello Spirito di Dio in ognuno di noi, non per presentarla come un trofeo che possediamo di fronte ad altri che non sono stati scelti, ma per accogliere quel Dio che è alla sorgente di ogni vita, per quanto povera ci possa apparire.

La vita del Cristo non è stata per niente funzionale, anzi è stata considerata pericolosa proprio perché faceva saltare sia il linguaggio del branco che quello del profilo.

La promessa di Gesù va in tutt’altra tendenza perché ci dona quello Spirito che il mondo non conosce: perché rimanga con voi per sempre… in quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.

Lo Spirito non crea la tribù, non cerca vite performanti perché l’immenso amore di Dio non dimentica nessuna lacrima, nessun gemito, nessun desiderio che sgorga dal cuore dei suoi figli e delle sue figlie.

Per questo Gesù non ci ha lasciato orfani: vive con noi, vive in noi oggi grazie allo Spirito che è il dono che fa vivere la chiesa ed è gratuità, gioia, vita che opera dall’interno del nostro essere.

Siamo ridotti a pensare che ciò che è grande e gratuito debba sempre essere qualcosa di raro, ma quando si tratta di Dio, non è così.

Il dono dello Spirito è una presenza che resta quasi sempre nascosta da molte altre che occupano il nostro tempo e la nostra attenzione. Una presenza che resta come repressa e occultata sotto altre impressioni e preoccupazioni che si impossessano del nostro cuore.

C’è stata in qualche settore del cristianesimo la tendenza a considerare la presenza viva dello Spirito come qualcosa di riservato a persone elette e speciali. Un’esperienza specifica di credenti privilegiati.

Lo Spirito non ha reso loro le cose più facili, non ha fatto miracoli spettacolari, non ha tolto di mezzo problemi e oppositori, ma lo Spirito, come ci insegna la Chiesa degli Atti degli Apostoli, ci dona il respiro di Dio perché impariamo a trasformare i problemi e perfino le persecuzioni in occasione di amore.

Lo diceva papa Francesco come appunto oggi prevalga l’atteggiamento tribale e funzionale, così che «Va di moda aggettivare, purtroppo anche insultare. Possiamo dire che noi viviamo una cultura dell’aggettivo che dimentica il sostantivo delle cose; e anche in una cultura dell’insulto, che è la prima risposta ad un’opinione che io non condivido».

Ma il dono dello Spirito fa sì che «Gli uomini spirituali rendono bene per male, rispondono all’arroganza con mitezza, alla cattiveria con bontà, al frastuono col silenzio, alle chiacchiere con la preghiera, al disfattismo col sorriso» (Papa Francesco).

 

(At 2,1-11; 1Cor 12,1-11; Gv 14,15-20)

 

[1] M. Benasayag, Funzionare o esistere? Milano, 2019.