Ci sentiamo un poco tutti ciechi in questo periodo perché non ci è dato di ‘vedere’ quando finirà la pandemia, quando tutto questo passerà, quando finalmente potremo tornare ad abbracciarci, a salutarci, a stare insieme, a bere un buon bicchiere di vino… è una forma di cecità quella che ci impedisce di fare ‘previsioni’ se non approssimative.

Non solo, ma la nostra cecità potrebbe diventare ancora più grave, se così si può dire, nel momento in cui appunto non sapendo ‘prevedere’ la fine della pandemia, non facessimo in modo di comprendere che nel paradosso di dover stare distanti gli uni dagli altri per evitare il contagio, impariamo a considerarci una sola famiglia umana, dove ogni vita è vita comune. Noi oggi stiamo lontani gli uni dagli altri un metro non solo per salvare noi stessi, ma anche per non essere di danno agli altri, per preservare la famiglia umana.

Rispondendo a un giornalista Papa Francesco diceva l’altro giorno: «Questo tempo è oscuro per tutti, nessuno escluso. È segnato da dolore e ombre, che ci sono entrate in casa. A ricordare una volta per tutte agli uomini che l’umanità è un’unica comunità. E quanto è decisiva la fraternità universale. Non ci sarà più “l’altro”, ma saremo “noi”» (Papa Francesco, La Stampa, 19.3.2020).

Ecco, se non arriviamo a comprendere questo, saremo dannatamente costretti a rimanere ciechi anche quando sarà passata – e dovrà passare – questa pandemia.

C’è una questione umana, profondamente umana in tutta questa vicenda, come tanta letteratura ci sta a ricordare. Sto pensando in particolare, perché lega sia il tema della cecità che quello della pandemia, al romanzo di Saramago (+2010) Cecità (1995), appunto. Un racconto in cui la cecità contagia inarrestabilmente gli abitanti di una città i quali per sopravvivere danno sfogo alle peggiori cose…

In tutta quella vicenda, l’unica che riesce a vedere per una qualche misteriosa ragione, è la moglie del dottore che facendosi carico dell’orrore che la circonda si mette a disposizione per guidare e salvare gli altri che le dicono: «Grazie ai tuoi occhi riusciamo a essere un po’ meno ciechi».

Non è un’eroina, non ha velleità missionarie, non è interessata a comandare il gruppo, lei aiuta, lei guida, lei si spende ed è l’unica a vedere “in un gruppo sempre più disumano”.

La considerazione finale fa dire a uno dei personaggi: «Penso che non siamo diventati ciechi. Penso che siamo ciechi. Ciechi che vedendo non vedono».

Sono parole che richiamano le battute finali di Gesù nel Vangelo di Giovanni e che la liturgia ambrosiana ha colpevolmente omesso: Perché quelli che non vedono, vedano, e quelli che vedono diventino ciechi (9,39). Se foste ciechi non avreste alcun peccato, ma siccome dite: “noi vediamo” il vostro peccato rimane (9,41).

Siamo dinnanzi a una situazione paradossale: nell’incontro con Gesù il cieco che sa di essere tale perché lo è dalla nascita, dice di vedere, mentre coloro che intorno a lui dicono di vedere, Gesù li dichiara ciechi! Sono talmente accecati dalle loro compulsività formali che non sanno riconoscere che il dono e l’amore sono la vera legge della vita.

È la loro arroganza e supponenza che li rende incapaci di vedere come una cosa bella, un dono grande il fatto che uno nato cieco possa vedere! Non riescono a vedere in Gesù che va oltre le loro leggi e le loro consuetudini, il dono di Dio, la novità di Dio che ci dice quanto sia illuminante amare, donare.

Non sono cattivi, la questione è che la loro cecità è causata dal credere solo in sé stessi, nelle loro istituzioni, nelle loro ritualità, nelle loro gabbie cultuali, nelle loro congregazioni… Dio non può fare questo di sabato!

Ma vi pare? Guardate che non siamo tanto lontani nemmeno noi da questa cecità. Forse val la pena ricordare quanto eravamo ciechi fino a qualche settimana fa nell’alimentare una quantità industriale di odio contro gli altri, dicendo che prima venivano gli italiani, e questo lo dicevano gli ungheresi per gli ungheresi, i polacchi per i polacchi… «Tu non sai cosa sia vedere due ciechi che lottano, Lottare è sempre stata, più o meno, una forma di cecità», scrive Saramago.

Quanto eravamo ciechi nel calunniare quelli che consideravamo i ‘buonisti’, cioè quei volontari che in pieno inverno, su navi scarsamente attrezzate, perlustravano i mari per mettere in salvo naufraghi che fuggivano da guerre, violenze e fame, e li abbiamo puniti e multati! Salvo adesso chiedere il loro aiuto.

Quanto eravamo ciechi nel dare il fiato al qualunquismo, alla disinformazione e alla calunnia. Quanto eravamo ciechi nel distogliere energie importanti al senso del bene comune e alla coesione, illudendoci di ottenere il meglio per noi a discapito degli altri per renderci conto – almeno lo spero – che quei muri che abbiamo costruito ora si vanno frantumando come un gigante d’argilla insidiato da un minuscolo virus.

Si pone ora anche una questione per la nostra vita spirituale nonché ecclesiale. Cosa ci insegna a ‘vedere’ questa vicenda? In che cosa ci sta ‘illuminando’?

Sono perplesso su quanto stiamo enfatizzando il ‘vedere’ anche dal punto di vista celebrativo: riti, preghiere, celebrazioni eucaristiche in streaming, in diretta, in tv, sullo smartphone…

Provate a pensare: come potremo celebrare la Pasqua noi in queste condizioni? Celebriamo l’eucaristia del Giovedì santo noi preti da soli chiusi in una qualche cappellina? Celebreremo il Venerdì adorando e baciando la croce da soli? Celebreremo la veglia di resurrezione e a chi rivolgeremo il canto dell’alleluia?

Davanti a un obiettivo di telecamera? Guardando uno schermo? Ma davvero basta “vedere” la celebrazione dei sacramenti? Non rischiamo di essere accecati proprio perché ridotti al rango di spettatori di uno spettacolo?

Allora se non possiamo spostare la celebrazione della Pasqua, almeno ci sia concesso di trovare il modo per celebrare il senso del mistero dell’amore di Dio manifestato in Gesù nell’ambito della nostra casa, della nostra famiglia.

La fedeltà dell’amore di Dio non rimane ingabbiata nella struttura del rito, ma è affidata alle nostre fragili mani e ai nostri deboli cuori perché impariamo a trasmetterla di generazione in generazione con modalità e liturgie capaci che il tempo e le circostanze suggeriscono.

Non inventiamo nulla: il popolo ebraico ci insegna che in esilio, non avendo il tempio, celebrava la pasqua in casa come avviene ancora adesso.

Come possiamo noi tenere viva la memoria di Gesù che ha saputo trasmettere il suo amore con i segni semplici e veri della vita di ogni giorno, trasformandoli in “sacramenti” della grazia?

Fango, saliva, bagno… sono questi i segni con cui Gesù oggi ha operato la grazia per il cieco nato. Con gesti se volete poco liturgici, fuori dai nostri parametri, ma non per questo meno efficaci.

Immagino la discussione: Ma come non si può! Così come hanno fatto col cieco: ma non può essere da Dio uno che fa queste cose! Perché disturba i detentori del potere religioso, della casta del sacro. Davvero sono guide cieche che non comprendono come oggi sia necessario mantenere vivo il Vangelo a discapito delle regole e dei canoni di una tradizione legata al tempo.

Come vivere il mistero? Con quale ministero? Ecco le due domande che si aprono davanti a noi per il futuro del Vangelo e se sapremo rispondere potremo accogliere una modalità di essere chiesa non ridotta al ruolo di spettatori, ma di battezzati che celebrano la grandezza dell’amore di Dio che è stato riversato nei loro cuori.

È una sfida, lo so. Ma proprio per questo invochiamo lo Spirito che ci suggerisca le parole e i gesti per celebrare la Pasqua di Gesù da discepoli adulti e responsabili.

Per questo prego. Signore, con la luce della tua vita, con la luce della tua parola rischiara il cammino della Chiesa che cerca come a tentoni la sicurezza nelle cose che ha sempre fatto… dischiudi orizzonti nuovi, squarcia queste tenebre, facci intravvedere le possibilità di aprire nuovi percorsi e nuove strade, perché non teniamo il tuo Vangelo ingessato nelle nostre gabbie cultuali, ma lo annunciamo con coraggio e creatività.

(Gv 9,1-41)

 

LETTURA DEL VANGELO SECONDO GIOVANNI (9,1-41)

 

OMELIA DI DOMENICA 22 MARZO 2020