È un’immagine questa del buon pastore che dovremmo anzitutto liberare dalle incrostazioni che nel tempo si sono accumulate e per lo più incentrate sull’attività della chiesa. Oggi usiamo l’aggettivo “pastorale” in maniera ridondante: abbiamo costituito il consiglio pastorale, abbiamo scritto progetti pastorali, abbiamo inventato la pastorale dei bambini, dei ragazzi, dei giovani, della terza età… dei malati…ci siamo sbizzarriti nell’inventare una pastorale al genitivo, diluendola in mille specializzazioni, così da inventare anche una teologia pastorale.

Ecco dobbiamo lasciar decantare questo nostro modo di vedere e di organizzare la vita per ritrovare la freschezza di quella metafora che ci viene dal Vangelo e che può essere un riferimento soprattutto nei momenti di disorientamento e di incertezza.

A ben pensare ognuno di noi può essere pastore per gli altri a livelli diversi e in momenti diversi della vita. Anche i responsabili politici come quelli scientifici possono essere pastori buoni: a loro affidiamo le scelte che riguardano la nostra vita personale e quella della comunità, a loro chiediamo di avere a cuore il bene del popolo, la salute di tutti, di salvaguardare i diritti di tutti.

Abbiamo avuto in questi mesi di pandemia esempi di persone che al di là di tutto si sono spese per la cura e la salute di molti, mettendo a repentaglio la propria stessa vita. Conosciamo solo nel nostro paese centinaia tra medici, infermieri, personale sanitario e uomini e donne di chiesa che sono morti per servire gli altri, per onorare la loro professione e la loro vocazione al servizio della vita.

Purtroppo sappiamo anche di chi anziché mettersi al servizio ha messo davanti a tutto il calcolo dei propri interessi economici, al punto da speculare sui presidi sanitari. C’è chi ha colto l’occasione per misurare il proprio indice di gradimento elettorale, così che un giorno dice e propone una cosa e un giorno ne propone un’altra… tranquillamente all’inseguimento del proprio tornaconto.

Così come abbiamo incontrato altri che si sono nascosti, sono scappati. Anche nelle nostre comunità, dove pure abbiamo educatori che si prodigano con intelligenza e passione, abbiamo avuto altri che invece sono scappati, lasciando ai colleghi turni faticosi e impegnativi.

Nella chiesa poi accanto a pastori che si spendono giorno e notte senza stancarsi per la propria gente, abbiamo pastori che tradiscono con la vita la propria missione per perseguire i propri interessi più o meno meschini e palesi.

A tutti Gesù si propone non semplicemente come un pastore buono e bravo, le sue sono parole precise: Io sono il pastore buono. Io sono ‘il’ pastore buono e non ‘un’ pastore buono. Nel testo greco addirittura c’è il doppio articolo: Io sono il pastore, il/quello buono.

In che cosa consista la bontà e bellezza di questo pastore lo veniamo a sapere dall’attività insolita che egli si attribuisce. Non parla di pascolare, di abbeverare, di ricoverare il gregge… non parla di tutte quelle attività che normalmente un pastore esperto fa senza alcuna incertezza, Gesù dice che l’attività del pastore, quello buono, è di dare/deporre la propria vita per le pecore. Questo è vero solo di colui che è il buon pastore.

Ora a noi si pone la questione di capire come di fatto un agire in questo modo possa essere di una qualche utilità al gregge. È facile pensare che il pastore possa essere ritenuto buono nel momento in cui si spende per le pecore, ma come può salvaguardarle dal pericolo quando invece è disposto a morire per loro? Non sarebbe meglio che il pastore rimanesse in vita? così potrebbe essere più utile alle pecore!

Dobbiamo dunque lasciare la metafora bucolica che esige che il pastore sia funzionale al gregge nel senso naturale della questione, e seguire Gesù che appoggiandosi a una tradizione che viene da lontano, pensiamo a profeti come Geremia ed Ezechiele che dicevano appunto che Colui che ha disperso Israele lo raduna e lo custodisce come un pastore il gregge (Ger 31,10) e parla di Dio o come dice il libro di Ezechiele: Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e le farò riposare (34,15), Gesù afferma con le parole e la vita che lui è il Signore il pastore, l’unico pastore cui tutti coloro che hanno una qualche responsabilità possono ispirarsi.

Perché Gesù è “il” pastore, quindi con un carattere di unicità al punto che tutti gli altri nel loro esercizio di responsabilità posso fare riferimento? Cosa sta a cuore più di tutto al pastore Gesù, cosa gli interessa al di sopra di ogni cosa?

Dal Vangelo impariamo che sono due le cose per lui che contano più di ogni altra: il Padre e noi. Giovanni lo narra anche nella pagina di oggi.

Le giornate del Signore trascorrevano tra la preghiera al Padre e l’incontro con la gente. Passava la notte in preghiera, spesso da solo, e di giorno si prendeva cura di quelli che incontrava, raccontava parabole, compiva dei segni che facevano pensare, formava i discepoli.

Il pastore è colui che tiene insieme questo legame con Dio e con tutti i figli di Dio. In Gesù questi due mondi così spesso lontani, se non opposti, si incontrano, stanno insieme.

A Pasqua cosa ha fatto d’altronde Gesù? Nel momento più critico della sua vita è rimasto fedele al Padre e a noi. È rimasto fedele al Padre e ha saputo perdonare anche chi lo stava uccidendo.

Il mercenario è pur sempre uno che fa lo stesso lavoro del pastore, ma quando viene l’ora del pericolo, del rischio, dei problemi… allora la differenza viene immediatamente alla luce, perché ciò che sta a cuore al mercenario è anzitutto sé stesso, così che quando vede che il suo interesse e il suo guadagno sono in pericolo, perché mai dovrebbe mettere a repentaglio sé stesso? Se ne va, scappa, si mette in fuga.

Non tutti quelli che prendono la fuga sono necessariamente mercenari, ma di sicuro ogni mercenario fugge.

In un certo senso noi tutti oggi possiamo essere pastori gli uni degli altri. Chi di noi non è stanco di vivere questa limitazione della libertà?

Però se io non limito la mia libertà… ci facciamo tutti un gran male. Se vogliamo vivere dobbiamo abbandonare l’idea di libertà come proprietà individuale, come arbitrio della volontà…  perché nessuno può salvarsi da solo, la forma eticamente più alta della libertà è quella di donarla per il bene comune. L’affermazione più alta della libertà è di viverla come donazione. L’egolatria, o la ‘io-crazia’, come la chiama Lacan, è una follia narcisistica che ci conduce sul baratro[1].

Gesù dice una cosa bellissima: conosco le mie pecore. Gesù ci conosce, sa che siamo fragili, sa che siamo vulnerabili appunto come pecore davanti ai lupi. Essere conosciuti da Gesù è bellissimo, ci libera dall’ossessione di dover essere, di dover apparire, di dover esibire anche con lui la nostra parte migliore che indubbiamente c’è, ma senza nascondere le nostre paure, le nostre incertezze… Gesù dice a ciascuno di noi: ti conosco, so chi sei, so la tua storia, le tue ferite, le tue soddisfazioni. Ti conosco e per questo mi sei cara, mi sei caro.

Noi preghiamo, leggiamo la Bibbia, cerchiamo di conoscere la volontà di Dio sulla nostra vita, cerchiamo di vedere il disegno di Dio… quante volte preghiamo e chiediamo al Signore di renderci più chiaro il suo mistero. Ma com’è vero che lui ci conosce e proprio perché ci conosce è disposto a dare la vita per noi. Essere conosciuti da Gesù significa la nostra beatitudine, la nostra gioia. Ci conosce nella nostra qualità di perduti, di peccatori, che hanno bisogno della sua grazia.

E così noi conosciamo lui, conosciamo la sua volontà per noi e con noi. Questo conoscersi reciprocamente è amore, è comunione, è vita eterna, vita che non muore mai.

Ed è un amore che allarga i confini perché Gesù afferma di avere delle pecore anche là dove meno crederemmo di trovarle, là dove noi non ci immaginiamo che lui possa avere dei figli.

Cosa per noi complicata perché dobbiamo sempre fare i conti con la pretesa dell’esclusiva e del possesso, quando invece Gesù invece non appartiene a noi soltanto, non è legato solo a noi, lui conosce tutti, sa che ci sono altri che possono ascoltare la sua voce.

Ed è qui che noi tutti, ciascuno per la sua parte, può ispirarsi al pastore Gesù: adesso che si profila una ripresa della nostra vita, facciamo nostro lo Spirito di Gesù che ci rende capaci di affrontare il futuro non mettendo al primo posto il nostro io, ma tenendo insieme l’amore per Dio e l’amore per gli altri.

Non è scontata la nostra ripresa, siamo un poco nelle condizioni di Noè dopo la devastazione del diluvio, siamo davanti alla pretesa di continuare a vivere come abbiamo vissuto, in rapporto alla natura, all’ambiente, alla città, alla comunità…e quindi lasciamo spazio alla rabbia, alla disperazione, alla violenza, alla fobia sociale perché non potrà essere così, oppure vivere con un atteggiamento spirituale nuovo il traumatismo della ripartenza cercando di ricostruire un mondo altro, liberando le nostre energie migliori per immaginare il mondo in modo nuovo.

Chiediamo al Signore di non avere “un cuore ballerino”, che si lascia attrarre dalla suggestione del momento o che va di qua e di là in cerca di consensi e piccole soddisfazioni. Chiediamo invece un cuore saldo avvinto dallo Spirito Santo, fedele a lui e disponibile ai fratelli.

(Gv 10,11-18)

[1] M. Recalcati, La fine del culto dell’io, Osservatore Romano 30 aprile 2020